17 maggio: giornata contro l’omo-lesbo-bi-transfobia

Il 17 maggio ricorre la giornata contro l’omo-lesbo-bi-transfobia, istituita nel 2004 dall’Unione Europea.
La scelta di tale data non è casuale: nel 1990, in tale data, l’omosessualità fu rimossa dalla lista delle malattie mentali nella classificazione internazionale delle malattie pubblicata dall’Organizzazione mondiale della sanità, ridefinendola come “una variante naturale del comportamento umano”.

In questo modo, terminò oltre un secolo di trattamenti medici e psichiatrici per curare l’omosessualità.

“Se è omofoba non è famiglia”, è il tema di quest’anno della campagna di Arcigay del 17 maggio. “Abbiamo deciso di focalizzare l’attenzione su un particolare aspetto di questo fenomeno” spiega Gabriele Piazzoni, segretario nazionale di Arcigay.

“I nostri 68 presidi territoriali raccolgono numerose richieste d’aiuto, le più ricorrenti sono quelle di adolescenti che vivono in un clima di oppressione, disprezzo, violenza psicologica e fisica nei contesti familiari.
Il mancato riconoscimento e sostegno da parti dei genitori e dei familiari in genere è per molti ragazzi e ragazze un’esperienza molto dolorosa, che ferisce nel profondo.
Spesso diciamo che la  recente conquista di pochi, ma importanti diritti per le persone lgbt ha prodotto una rivoluzione culturale: oggi le persone lgbt sono visibili, presenti nel discorso pubblico e in quello mediatico, vivono le loro relazioni alla luce del sole e costruiscono famiglie. Ma non dobbiamo dimenticare che queste conquiste sono state accompagnate dalla radicalizzazione del dibattito pubblico, attraversato da campagne molto violente, che puntavano proprio sulla famiglia. Chi ha lanciato slogan come “difendiamo i nostri figli” per censurare contenuti e rappresentazioni del mondo lgbti ha esposto molti figli e figlie allo smarrimento delle famiglie, che in numerosi casi si è trasformato in disprezzo. Allora abbiamo voluto dirlo chiaramente: una famiglia in cui omofobia, lesbofobia, transfobia e bifobia non restano fuori dalla porta, non può dirsi famiglia. Perché fallisce clamorosamente nel dare ai figli e alle figlie il sostegno, la comprensione e l’amore di cui hanno bisogno”.

“Nonostante il passo avanti della legge sulle unioni civili, che proprio in questi giorni compie due anni, spiccano le tante aree di intervento ancora prive di normative e politiche attive: dal pieno accesso a tutti gli istituti vigenti nel diritto di famiglia e delle persone, compreso il pieno riconoscimento dell’omogenitorialità, al contrasto alle discriminazioni, ai crimini e ai discorsi d’odio, fino al diritto all’autodeterminazione, al riconoscimento e all’integrità fisica e alla salute delle persone trans e intersex”, specificano i responsabili di Arcigay, Associazione Radicale Certi Diritti, Circolo di Cultura Omosessuale – Mario Mieli, Famiglie Arcobaleno e Movimento Identità Trans.

Dal punto di vista dei diritti, l’Italia ha vietato la discriminazione sul lavoro in base all’orientamento sessuale con una legge del 2003.
Dal 1980, invece, l’omosessualità è stata esclusa da qualunque criterio diagnostico. Da oltre 30 anni l’omosessualità e il transessualismo non sono considerati patologie.

Claudio Mencacci, psichiatra e presidente della società italiana di psichiatria, spiega a TPIcome “la stigmatizzazione dell’omosessualità e l’omofobia siano fenomeni ancora molto presenti in Italia. Oltre gli atteggiamenti più espliciti e le posizioni apertamente avverse all’omosessualità, esiste un tipo di omofobia strisciante”, continua a spiegare lo psichiatra “che si declina in battute e considerazioni critiche in modo aprioristico che azzerano il dibattito e alimentano un certo tipo di mentalità. A quella forma di omofobia bisogna stare anche più attenti”.

Fonte: https://www.tpi.it/

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