22 anni in un limbo tra la vita e la morte nel carcere di Kot Lakhpat a Lahore

 

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Il 13 aprile del 1993, all’età di quindici anni, Aftab Bahadur fu condannato alla pena di morte per triplice omicidio, a seguito di una probabile confessione forzata estorta dalla polizia nel momento delle indagini. Per questo motivo è stato impiccato mercoledi scorso, dopo aver passato 22 anni nel carcere di Kot Lakhpat a Lahore (Pakistan). Al momento della condanna era ancora legale condannare un minore alla pena di morte, situazione che cambiò nel 2000 quando la pena capitale venne limitata alle persone di maggiore età.

Aftab Bahadur ha dichiarato più volte di essere stato obbligato dalla polizia a sporcarsi le mani di olio per lasciare le impronte sulla parete dove si erano svolti gli omicidi. Gli erano state anche offerte 50 mila rupie pakistane in cambio della libertà, ma siccome non ne era in possesso era stato obbligato a fornire una falsa confessione.

Secondo le indagini di Amnesty International gli avvocati statali in Pakistan spesso non hanno le competenze necessarie per svolgere il ruolo assegnatogli e il più delle volte gli stipendi non sono all’altezza del ruolo svolto. La qualità del loro lavoro quindi dipende dai pagamenti extra che le famiglie degli accusati devono versare per assicurarsi di ricevere il supporto che serve per fare assolvere i propri cari da pene non fondate e ingiustificate.

Non si sa il vero motivo per cui proprio Aftab Bahadur sia stato condannato, se per la sua religione (era cristiano), perchè non in grado di pagarsi la libertà, o perchè effettivamente colpevole del reato.

Quello che è certo è il contenuto di questa lettera che ha scritto qualche giorno prima di morire:

 

 

Ho appena ricevuto la notizia della mia esecuzione: sarò impiccato a morte mercoledì 10 giugno 2015. Io sono innocente, ma non credo che questo farà alcuna differenza.

Negli ultimi 22 anni di prigionia, mi è stato detto varie volte che sarei stato impiccato. È strano, ma non so nemmeno dirvi quante volte mi è stato detto che stavo per morire. Ovviamente fa male ogni volta.

Comincio il conto alla rovescia, che già è doloroso di per sé, per poi realizzare che i miei nervi sono incatenati nello stesso modo in cui lo è il mio corpo. In realtà, io muoio molte volte prima della mia morte.

Suppongo che la mia esperienza di vita sia diversa da quella della maggior parte delle persone, ma dubito che ci sia qualcosa di peggio di sapere che stai per morire e aspettare quel momento seduto in una cella.

Per molti anni – da quando ne avevo solo 15 – sono stato abbandonato in un limbo tra la vita e la morte, con totale incertezza sul mio futuro.

Io sono cristiano e, a volte, è difficile esserlo qui. Purtroppo, c’è un prigioniero in particolare che ha cercato di rendere la nostra vita più difficile. Non so perché lo fa.

Sono rimasto molto turbato per i recenti bombardamenti dei cristiani a Peshawar. Mi hanno ferito profondamente. Vorrei che la gente del Pakistan possedesse un senso di cittadinanza che riuscisse a superare il loro settarismo.

C’è un piccolo gruppo di cristiani qui, appena quattro o cinque persone, e ora siamo tutti chiusi in un’unica cella, il che ha migliorato la mia vita.

Faccio qualsiasi cosa pur di evadere dalla mia miseria. Sono un amante dell’arte. Ero un artista – uno qualunque – già da piccolo, prima ancora di essere consapevole di qualsiasi cosa.

Anche allora, ero propenso alla pittura, così come a scrivere versi. Non avevo nessun tipo di formazione artistica, era semplicemente un dono di Dio.

Ma dopo esser stato portato in prigione, non avevo nessun altro modo per poter esprimere i miei sentimenti, visto che ero in un completo stato di alienazione e solitudine.

Qualche tempo fa ho iniziato a dipingere tutti i segnali affissi nel carcere di Kot Lakhpat, dove sono rinchiuso. Poi mi è stato chiesto di fare quelli per altri carceri.

Niente al mondo mi può dare più gioia di quello che provo quando dipingo un’idea o una sensazione sulla tela. È la mia vita e sono felice di farlo. Ho tanto lavoro e sono esausto alla fine della giornata, ma ne sono contento perché tutto questo tiene la mia mente lontana da altri pensieri.

Non ho famiglia che possa venire a trovarmi, quindi, quando viene qualcuno, è un’esperienza meravigliosa. Mi permette di raccogliere idee dal mondo esterno, che posso poi riversare sulla mia tela.

Quando mi è stato chiesto come sono stato torturato dalla polizia, mi sono tornati in mente alcuni ricordi terribili che ho trasformato in quadri. Forse, tuttavia, sarebbe stato meglio non dover ricordare cosa mi avevano fatto per estorcermi quella falsa confessione.

Quando nel dicembre del 2014 abbiamo sentito la notizia che il governo avrebbe rimosso la sospensione della pena di morte, le celle di questo carcere si sono riempite di paura.

C’era una sensazione generale di terrore. L’atmosfera cupa circondava tutti noi. Poi le esecuzioni sono cominciate per davvero al carcere di Kot Lakhpat, e tutti hanno cominciato a vivere in uno stato di tortura mentale.

Quelli che stavano impiccando erano stati nostri compagni per tanti anni, in questa strada verso la morte, ed è naturale che la loro morte ci abbia lasciati in uno stato di disperazione.

La sospensione della pena di morte era stata annullata con il pretesto di uccidere i terroristi, ma la maggior parte delle persone qui a Kot Lakhpat è accusata di crimini meno gravi.

Non so come uccidere queste persone possa mettere fine alla violenza settaria in Pakistan. Spero di non morire mercoledì, ma non ho soldi e posso affidarmi solo a Dio e agli avvocati che fanno volontariato. Non ho perso la speranza anche se la notte è molto buia.

Aftab Bahadur

 

Fonte: The Post Internazionale

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