Una lezione prima di morire, di Ernest J. Gaines

Una lezione prima di morire di Ernest J. Gaines

Una lezione prima di morire di Ernest J. Gaines

Il luogo e il momento

Siamo negli stati del sud, a Bayonne, cittadina di 6000 anime, piccola comunità cajun, 3500 bianchi e 2500 neri, una sola strada principale, lungo il fiume St Charles, un cementificio, una segheria, un macello, piantagioni di cotone, alberi di noci pecan, querce. Per il resto due di tutto: due chiese, due teatri, due scuole elementari, una metà nel centro del paese, l’altra metà nei sobborghi in prossimità delle piantagioni dove è giusto che sia. Una metà per i bianchi, quella che resta per i neri.

Siamo negli anni ’40, dopo la seconda guerra mondiale e prima del Movimento per i diritti civili: in un punto della storia umana in cui non si parla più di schiavi, ma si pratica ancora lasottomissione, non si comprano le persone, ma si fissa ilvalore del loro destino, non se ne possiede la vita, ma se ne decide la sorte.

Siamo in un’epoca in cui i neri abitano in baracchesgangherate e frustate dalle intemperie, campano con niente, lavorano nei campi di cotone e vanno a scuola ogni tanto, poco, quando possono; nella stessa epoca in cui i bianchi si spostano in auto, vivono in case confortevoli e si chiamano tutti, indistintamente, Sir.

A Bayonne si incrociano, anche se solo per poco, le strade di due personaggi simili nelle origini e lontanissimi nei destini.

Gli uomini

Jefferson è un giovane nero, accusato dell’omicidio di un bianco, colpevole di essersi trovato al posto sbagliato, nel momento sbagliato e con la pelle sbagliata addosso: giudicato da una giuria di bianchi, è immediatamente riconosciuto colpevole e condannato alla sedia elettrica. Perfino il suo avvocato, in un estremo inutile tentativo di difesa, si appella alla natura limitata e animalesca dell’uomo di colore: in fondo Jefferson è nient’altro che un maiale, guidato da istinti bestiali e privo di qualunque etica, nulla di diverso dall’aggressione bestiale ci si può aspettare dalla bestia.

Grant è un giovane insegnante afro-americano, ritornato a Bayonne dopo gli studi per insegnare nella scuola elementare del “quartiere”: nella scuola dei neri si comincia un mese dopo i bianchi e si finisce 2 mesi prima, si fa lezione in chiesa (quella per neri), come cattedra il tavolo delle offerte per i servizi della domenica, come banchi le panche per i fedeli, una lavagna sulla parete di fondo, quattro finestre per lato, pulpito e altare alle spalle di chi insegna, pochi libri da dividere, poche ore da rubare ai campi di cotone e di canna da zucchero.

Jefferson è in una cella angusta (sei piedi per dieci), una branda di metallo contro la parete, un buco in terra come gabinetto, una scodella e un cucchiaio per i pasti, un’unica finestra troppo in alto per vedere qualunque cosa se non la luce che filtra tra le foglie di un sicomoro.

E’ in attesa di morire per amore di giustizia, è arrabbiato con il mondo, disperato con se stesso e pieno di rancore per la vita che non gli viene data, è muto, senza parole da dire, convinto che nessuno le voglia ascoltare e che comunque a nulla potrebbero servire.

Grant è a Bayonne, ma vorrebbe trovarsi altrove, fa l’insegnante, ma vorrebbe essere altro, insegna quello che deve, ma non crede in quello che fa: è un uomo diviso e lacerato, disilluso e amareggiato, privo di energia e di speranza per il futuro, alieno dalle persone miserevoli che lo circondano e da se stesso. Non crede nella religione, a cui la gente si aggrappa con disperazione, non crede nell’educazione, che pure si impone di dare ai bambini, soprattutto non crede nella possibilità, meglio nella propria capacità, di costruire per sé e per gli altri un destino migliore.

Grant è un insegnante e, come tale, riceve il compito di dare a Jefferson una ultima lezione prima dell’esecuzione: nel tempo che rimane, pochi mesi, Grant deve restituire a Jefferson il senso della dignità e dell’orgoglio, fare di lui un uomo capace di morire a testa alta, non più un maiale con il muso basso nel fango.

Grant non vuole questo compito e non lo ama sin dal primo istante: Jefferson è una storia di disperazione tra le tante, un inutile esempio di come finiscono le esistenze disgraziate di gente miserabile, un attimo della storia dimenticato nel momento stesso in cui si svolge. Così vanno le vite dei neri e così è destino che vadano.
Jefferson da parte sua non vuole riscatto né tanto meno salvezza, non chiede lezioni né insegnamenti, che tanto non ha nulla da imparare né da immaginare per il futuro, non cerca pietà e non attende compassione, non vuole più ricevere e non vuole più dare: Jefferson fissa il soffitto e tace e aspetta.

In cella

Le vite di Grant e Jefferson si incrociano a Bayonne; non è un caso e forse nemmeno una fortuna: è il destino di un insegnante che deve educare e di un condannato che deve morire, per effetto delle trame impensabili e terribili che gli uomini tracciano per se stessi e per i loro simili.

Grant si avvicina fisicamente a Jefferson entrando nella sua cella sei piedi per dieci, ma in realtà i due uomini sono sconosciuti e lontanissimi: nessuno dei due crede di volere l’altro, nessuno ammette di poter volere l’altro, nessuno vuole che l’altro possa sentirsi necessario, entrambi sanno, pensano di sapere, come la storia andrà a finire.

Grant porta cibo che viene sistematicamente respinto e spende parole che cadono regolarmente nel vuoto, la sua presenza resta sola e inutile, su quel pavimento dietro le sbarre: Jefferson è lì e fa quello che ci si aspetta da lui, un maiale silenzioso che attende la fine a testa bassa.

Poi a poco a poco qualcosa trasfigura: l’insegnante trova un allievo, il condannato incontra un uomo, le due esistenze si urtano, si respingono, si sentono e alla fine si incontrano: non con l’evidenza dei gesti o la chiarezza delle parole; è piuttosto una luce che si accende nello sguardo di chi aveva gli occhi bassi, un pensiero che ravviva chi aveva spento il desiderio del futuro. Sono le parole ancora da scrivere, le cose importanti da imparare prima della fine.

La farfalla

La storia va, in effetti, come deve andare, come gli uomini vogliono che vada: l’incontro dei due uomini è una parentesi prima della fine, luminosa e inutile, piena di umanità e gonfia di amarezza, un racconto appena abbozzato e mai terminato, una manciata di sentimenti versati in fretta tra quattro mura, senza il tempo per riordinarli.

La fine arriva e quasi non ce ne accorgiamo, quasi non ricordiamo più com’è che deve andare: la storia di parole e affetti di due singoli uomini cancella per un po’ la storia di giudizio e condanna di una comunità e delle sue regole. Mentre due uomini in cella si insegnano la bellezza della vita, altri uomini fuori ne preparano l’epilogo: è una fine ordinata, silenziosa e pulita, senza racconto e senza cronaca, senza clamore e senza grida.

Nei minuti in cui Grant attende, che l’ora arrivi e la storia sia compiuta, una farfalla si posa su una collinetta coperta di cespugli, una farfalla gialla con macchie scure sulle ali, come punti di inchiostro: avrebbe potuto posarsi in mille altri posti, sugli arbusti lungo i fossi o tra i cespugli fioriti e odorosi. Eppure è proprio là: giusto il tempo di sbattere le ali e poi volare via.

Ecco è finita: la storia è compiuta, la lezione conclusa. Non più un insegnante e un alunno, né un condannato e il suo visitatore: due uomini si sono insegnati il valore della vita e l’importanza delle scelte, si sono raccontati, nel tempo e nei modi a loro disposizione, che l’esistenza si costruisce a piene mani giorno dopo giorno, con la consapevolezza che la storia è sempre ancora da scrivere e la lezione sempre, ancora, da imparare.

Per maggiori informazioni sul tema della Pena di morte:

– campagna Amnesty International “No alla pena di morte”
la lista degli appelli o delle azioni urgenti legate alla campagna

La camera oscura, una mostra fotografica realizzata nell’ambito del progetto “Sono contro la pena di morte perché…” della Sezione italiana di Amnesty International

La camera scura

Laura Taraborrelli (La Redazione)


Mi occupo di sviluppo commerciale nel settore logistico e di molto altro: sono attivista per i diritti umani con Amnesty International, faccio parte di un gruppo di acquisto solidale, leggo tanto e viaggio ogni volta che posso. Cerco di essere un “attore sociale partecipe” e mi preparo per farlo meglio che posso. Diceva Einstein “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso “: fatte le dovute proporzioni, è proprio così.

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