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	<description>il magazine della Circoscrizione Lombardia di Amnesty International</description>
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		<title>La felicità araba di Shady Hamadi</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Jun 2013 19:14:11 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Valentina Generali</dc:creator>
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		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
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    Cosa sta accadendo in Siria? La Felicità araba, il recente libro di Shady Hamadi in libreria da aprile,   prova a rispondere e a… <a class="readmore" href="http://www.sdfamnesty.org/?p=4055">more &#187;</a>]]></description>
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    <p><a href="http://www.sdfamnesty.org/?attachment_id=4062" rel="attachment wp-att-4062"><img class="alignleft size-medium wp-image-4062" title="La felicità araba" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/arton40180-192x300.jpg" alt="La felicità araba" width="192" height="300" /></a>Cosa sta accadendo in Siria? <strong><em>La Felicità araba</em></strong>, il recente libro di Shady Hamadi in libreria da aprile,   prova a rispondere e a spiegare la Siria attraverso un percorso che unisce politica, storia del Paese e frammenti di storia personale dell’autore.</p>
<p>Sono passati più di due anni dall’inizio delle rivoluzioni che hanno dato vita alla cosiddetta  “<strong>Primavera araba</strong>”. E oggi, a distanza di due anni, sono migliaia i civili che hanno già perso la vita per via di un conflitto interno, meglio, una guerra civile che sta dilaniando il Paese.</p>
<p>Come lo stesso Hamadi ha dichiarato recentemente: “<em><strong>Sono due anni che la Siria è teatro di una carneficina che miete 150 vittime al giorno</strong>, praticamente 1 siriano ogni 4 minuti. È un massacro senza fine, in cui molte informazioni vengono omesse, un esempio per tutti è l’attività del movimento pacifista siriano che non è  mai stato raccontata dalla stampa</em>”.</p>
<p>E in effetti, come si evince dal libro, la maggior parte delle informazioni fruibili arrivano dal web e dal lavoro che giovani siriani come Abo Imad, Eva Zidan e Rami Jarrah hanno fatto cercando, ove e appena possibile, di documentare la situazione, caricando sul web video, <strong>sfruttando internet come fonte di diffusione di informazioni</strong> che altrimenti non trovano via per fuoriuscire dal Paese. Molti sono i giovani che hanno addirittura lasciato le proprie attività per dedicarsi alla ricerca e alla diffusione di informazioni.</p>
<p>Quella di Hamadi è una testimonianza diretta, è un <strong>viaggio in Siria attraverso la storia della sua famiglia</strong>. Dai racconti della vita del padre Mohammed Hamadi agli aneddoti del nonno Ibrahim, fino all’esperienza diretta dello stesso Shady, oggi venticinquenne, che in Siria ci ha potuto mettere piede solo qualche anno fa.<strong> <em>La Felicità araba</em> è il viaggio di tre generazioni che tramite le parole dell’autore racconta frammenti della storia siriana</strong>. Da prima degli Assad al periodo del regime, sino a oggi.</p>
<p>Il libro è un susseguirsi di ricordi diretti dello scrittore, interviste fatte in loco e brevi veri saggi che approfondiscono l’aspetto più storico e politico. Pagine che scorrono via veloci grazie allo stile asciutto, tipicamente giornalistico, di Hamadi. Presente e passato si alternano e poi si fondono descrivendo<strong> le gioie iniziali dei siriani all’inizio della rivoluzione, trasformate poi nel dramma della guerra odierna</strong>. Da leggere, studiare e memorizzare.</p>
<p><em>Valentina Generali</em></p>

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		<title>Ciarapanì a Lamezia Terme: tutela ambientale fa rima con integrazione sociale</title>
		<link>http://www.sdfamnesty.org/?p=4021</link>
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		<pubDate>Sat, 15 Jun 2013 21:55:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Antonello Rispoli</dc:creator>
				<category><![CDATA[Discriminazione]]></category>
		<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[amnesty international]]></category>
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    <div id="attachment_4038" class="wp-caption alignleft" style="width: 310px"><a href="http://www.sdfamnesty.org/?p=4021"><img class="size-medium wp-image-4038" title="www.ciarapani.it" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/ciarapani2-300x145.jpg" alt="" width="300" height="145" /></a><p class="wp-caption-text">www.ciarapani.it</p></div>
<p><a href="http://www.ciarapani.it/index.htm"> <span style="text-decoration: underline;">Ciarapanì</span></a>, <strong>in lingua Rom, significa “tenda che protegge dalla bufera”, e indica il desiderio di sicurezza</strong> che i soci della Cooperativa, alcuni dei quali zingari, avvertono nella loro esistenza caratterizzata da difficoltà e da vulnerabilità sociali e culturali. Una sicurezza che la cooperativa offre attraverso opportunità di lavoro nel campo della gestione di servizi ambientali.<br />
<strong></strong><br />
<strong>Chilogrammi Trentamilioni. </strong>A tanto ammonta la raccolta differenziata fatta dalla Cooperativa Ciarapanì dal giugno del 2001 ad oggi. undici anni fa fu avviato il progetto sperimentale di raccolta domiciliare “Porta a Porta Differenzia”: la Calabria era stata da poco commissariata sul versante dei rifiuti e mentre in moltissimi comuni non era stata mai avviata la raccolta differenziata, a Lamezia si è cercato di guardare un po’ più avanti.<br />
<strong></strong><br />
In una regione che gestiva i rifiuti tramite inceneritori, a Lamezia Terme la cooperativa sociale Ciarapanì si fece assegnare una piccola porzione della città per fare la raccolta differenziata porta a porta.<br />
Se oggi, dopo undici anni, il porta a porta è diventato un modello diffuso in tutta la Calabria, allora si può riconoscere a quel gruppo di rom e di altri soggetti svantaggiati che costituiscono la cooperativa Ciarapanì di essere stati lungimiranti.<br />
<strong></strong><br />
Questa armata Brancaleone, come qualcuno definisce la coop Ciarapanì (forse per il fatto che non avendo mai avuto contributi pubblici a fondo perduto, effettuano la raccolta con mezzi abbastanza usurati) è riuscita a <strong>fare impresa e a restare sul mercato </strong> con contratti che prevedono la remunerazione solo in base ai quantitativi raccolti. Ogni mese si fissa un punto di pareggio oltre il quale si comincia a guadagnare qualcosa. Non sempre ci si riesce: ma anche questo è fare impresa.<br />
<strong></strong><br />
Grazie al credito concesso da Banca Etica e dalla Banca di Credito del Lametino, la cooperativa sociale Ciarapanì è cresciuta nel tempo. Sono oltre 22 i lavoratori, soci e non, con contratto di lavoro a tempo indeterminato. Una cooperativa che ha maturato saperi e know-how nel settore ambientale e dello sviluppo sostenibile. E’ una delle poche società in Italia ad avere la certificazione di qualità per la progettazione e gestione di servizi di raccolta “Porta a Porta”.</p>
<p>Antonello Rispoli<br />
<strong></strong><br />
<strong></strong><br />
<strong>Lettera al Ministro Barca</strong><br />
<strong></strong><br />
Mi chiamo<strong> Massimo Berlingeri</strong> ma in tanti mi conoscono semplicemente come Ciaiò.<br />
Mi chiamo Ciaiò, quindi, e sono un ROM nato e cresciuto per troppo tempo nell’<strong>accampamento di contrada Scordovillo</strong>. Un campo pieno zeppo di box e prefabbricati e separato dal resto del mondo da un muro alto tre metri. Un campo temporaneo che è lì da 30 anni.<br />
<strong></strong><br />
Sono un ROM che, stasera, ha la possibilità di raccontare ad un Ministro della Repubblica la storia di Ciaiò e di come le cose, a volte, avvengono.<br />
E una storia che inizia con l’immagine di un gruppo di ragazzi e ragazze italiane dell’associazione La Strada, che per primi sono entrati nel campo di Scordovillo e che sarebbero, poi, tornati tutte le mattine a svegliare, sollecitare, convincere, noi bambini, per essere il più possibile presenti a scuola.<br />
<strong></strong></p>
<div id="attachment_4034" class="wp-caption alignright" style="width: 310px"><a href="http://www.sdfamnesty.org/?p=4021"><img class="size-medium wp-image-4034" title="Accampamento di contrada Scordovillo" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/scordovillo-300x135.jpg" alt="" width="300" height="135" /></a><p class="wp-caption-text">accampamento di contrada Scordovillo</p></div>
<p>E la <strong>scuola è stata la mia prima chiave per uscire dal campo.</strong><br />
Nel 1997 all’interno di un corso organizzato dalla Comunità Progetto Sud, insieme ad altri ragazzi del campo, abbiamo cominciato a parlare di lavoro.<br />
Per chi nasce in un campo ROM la prospettiva di un lavoro è legata soprattutto alla raccolta del ferrovecchio o al lavoro nei mercati della frutta.<br />
In quel corso abbiamo, invece, capito che potevamo costruirci un altro lavoro. Che potevamo fare un lavoro di squadra. Che potevamo, perché no, fare un’impresa.<br />
<strong></strong><br />
E così nacque la <strong>cooperativa sociale ciarapanì </strong>composta da ragazzi e ragazze rom e anche da italiani.<br />
Il nome ciarapanì, nel linguaggio ROM, vuol dire una tenda che protegge.<br />
<strong></strong><br />
Insieme alla costituzione della cooperativa abbiamo elaborato il piano d’impresa: volevamo occuparci di raccolta differenziata dei rifiuti con il metodo porta a porta, in una regione in cui si parlava solo di discariche per lo più abusive.<br />
Abbiamo presentato il piano al Comune e siamo riusciti a superare scetticismo e diffidenza. E poi abbiamo convinto anche Banca Etica a finanziarci l’avvio.<br />
<strong></strong><br />
E così nel 2001 abbiamo ottenuto che in una parte della città di Lamezia Terme venisse avviata la raccolta porta a porta. Ma il nostro compito non si limitava solo a raccogliere le buste con la carta e con la plastica. Dovevamo educare i cittadini a differenziare nel miglior modo possibile i rifiuti.<br />
Un gruppo di lavoratori ROM con la divisa che spiegava agli italiani come fare bene la raccolta differenziata. Da non crederci.<br />
Ancora oggi ci occupiamo di raccolta differenziata a Lamezia Terme e giusto la settimana scorsa abbiamo raggiunto quota 30 milioni di chili di rifiuti raccolti in modo differenziato dall’inizio dell’attività.<br />
Ma non ci siamo fermati qui. Abbiamo aiutato altre cooperative della Calabria a promuovere nei comuni pratiche di raccolta differenziata dei rifiuti.<br />
<strong></strong><br />
Abbiamo anche ottenuto la certificazione di qualità per la progettazione di servizi di raccolta porta a porta.<br />
In questi anni di fare cooperazione <strong>non è mai venuta meno la voglia di inventarci il lavoro.</strong><br />
E’ successo così anche con l’Azienda Sanitaria di Lamezia a cui abbiamo proposto la costruzione e la gestione di un parcheggio a pagamento. E siccome l’Azienda sanitaria non aveva fondi per costruirlo allora li abbiamo messi noi. Abbiamo presentato il piano d’impresa alle banche di cui siamo soci e le banche ci hanno dato ancora una volta fiducia.<br />
<strong></strong><br />
E al parcheggio dell’ospedale lavorano rom e anche ragazzi che arrivano dai sud del mondo.<br />
Il lavoro la mia seconda chiave per uscire dal campo<br />
<strong>Il lavoro con la dignità che si porta dietro mi ha permesso di cominciare a pensare anche ad un progetto di vita che andasse fuori dagli schemi tradizionali.</strong><br />
Ho cominciato a pensare a metter su famiglia. A metter su famiglia non necessariamente con una ragazza ROM.<br />
E così è stato.<br />
Ho una famiglia, ora. Ho dei figli che frequentano scuole e frequentano palestre.<br />
Ho dei figli che riesco a seguire grazie, anche, ad un piano degli orari lavorativi flessibile. Un piano che abbiamo fatto insieme, lavoratori e dirigenti, nell’ambito di un progetto “Tempi Solidali” che è stato anche premiato dal ministero pari opportunita&#8217;.<br />
<strong></strong><br />
E grazie al lavoro ho trovato una casa al di fuori del recinto. Una casa in città.<br />
<strong>La Casa: la mia terza chiave per uscire per sempre dal campo.</strong><br />
<strong></strong><br />
Signor Ministro questa è la storia del ROM Ciaiò che, grazie al diritto a frequentare la scuola, al diritto ad avere un lavoro dignitoso e al diritto ad avere una casa, oggi si può riconoscere pienamente come cittadino italiano.<br />
<strong></strong><br />
Signor Ministro La porti con sé questa lettera per mostrarla ai tanti Ciaiò che incontrerà nel suo andare verso Mezzogiorno<br />
<strong></strong></p>
<p>Massimo Berlingeri “Ciaiò”<br />
<a href="http://www.youtube.com/watch?feature=player_embedded&amp;v=6z6blpUZoO8">L\&#8217;incontro con il Ministro Barca su You Tube</a><a href="http://www.ciarapani.it/index.htm"><br />
<span style="text-decoration: underline;">www.ciarapani.it</span></a></p>

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		<title>Quotidianità della comunità LGBT in Russia</title>
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		<pubDate>Thu, 06 Jun 2013 20:54:37 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Olga Lenkova</dc:creator>
				<category><![CDATA[Aree Geografiche]]></category>
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    <p><strong><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/Amnesty_Genova_14_feb_2013.jpg" rel="lightbox[3977]" title="Comunità LGTBI in Russia"><img class="alignleft size-medium wp-image-3981" title="Comunità LGTBI in Russia" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/Amnesty_Genova_14_feb_2013-300x123.jpg" alt="Comunità LGTBI in Russia" width="300" height="123" /></a>L’omofobia è molto diffusa all’interno della società russa, ma spesso le persone ne sono completamente all’oscuro. L’informazione e l’opinione pubblica sostengono l’inesistenza di discriminazioni nei confronti delle persone LGBT.</strong> Questa affermazione coincide con le dichiarazioni rilasciate dai nostri politici e funzionari, ma purtroppo anche con i pensieri della gente comune, tra cui rientrano le persone LGBT.</p>
<p>Se si parla con una persona gay, la risposta potrebbe essere la seguente: “Io non capisco il concetto di discriminazione perché non l’ho mai subita direttamente”. Ma se poi si chiede loro: “Allora ti sei dichiarato apertamente omosessuale sul posto di lavoro?”, molto probabilmente risponderanno prontamente: “Certo che no, non sono pazzo”. La comunità LGBT in Russia è chiusa in se stessa e non ha alcuna visibilità. Solo il 7% dei russi (11% a San Pietroburgo) afferma di conoscere qualcuno che appartiene alla comunità LGBT. <strong>Perché questa reticenza e quali possono essere le conseguenze di questa chiusura?</strong></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Innanzitutto, dobbiamo ricordare che c’è una <strong>lunga storia di persecuzione degli omosessuali in Russia</strong>. Per molti decenni l’omosessualità maschile era considerata <strong>un crimine punito con la reclusione</strong>. Questa legge è stata abolita solo nel 1993, anno in cui la Russia stava entrando a far parte del Consiglio d’Europa. L’omosessualità femminile non è mai stata considerata un crimine, piuttosto una malattia, e in passato molte lesbiche hanno subito il trattamento obbligatorio di salute mentale. Quando, nel 1990, l’Organizzazione Mondiale della Sanità escluse l’omosessualità dall’elenco dei disturbi psicologici, la notizia passò quasi inosservata, anche se la nuova classificazione delle malattie fu ratificata dal ministero della Salute russo.</span></p>
<p><strong>L’omosessualità è ancora fortemente legata ai termini “criminale” e “malato” nell’opinione pubblica russa</strong>. Sarebbe difficile aspettarsi qualcosa di diverso. <strong>Non esiste l’educazione sessuale nelle scuole</strong>, e in generale si lotta per la moralità e per evitare gli aborti tra le minorenni, ma non per evitare gravidanze tra le minorenni. <strong>La voce della Chiesa ortodossa russa è sempre più forte, sostenuta da tutti i nazionalisti sostenitori dei “valori tradizionali” della società patriarcale.</strong> In questa situazione, è molto difficile aprire un dibattito sull’orientamento sessuale e l’identità di genere.</p>
<p><strong>L’unica immagine delle persone LGBT che la gente comune percepisce è quella che proviene dai mezzi di comunicazione di massa.</strong> Dobbiamo ricordare che in Russia, un Paese tanto grande e caratterizzato dalla presenza di numerose popolazioni differenti, le persone hanno accesso a diverse fonti di informazione. Internet è la fonte principale per i più giovani e per quelli che vivono nelle grandi città, ma le generazioni più anziane e coloro che vivono in piccole città e villaggi remoti fanno molto più affidamento sui giornali e ancora di più sulla televisione. Questi, e soprattutto i canali televisivi federali, sono tra i più conservatori, autocensurati e controllati.</p>
<p><strong><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/russia_350.jpg" rel="lightbox[3977]" title="russia comunità lgtbi"><img class="alignleft size-medium wp-image-3983" title="russia comunità lgtbi" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/06/russia_350-300x150.jpg" alt="russia comunità lgtbi" width="300" height="150" /></a>Il modo in cui le questioni LGBT vengono invece discusse dai mezzi di comunicazione alternativi è migliorato negli ultimi anni.</strong> Si ricorre molto meno alla condanna e allo scandalo, e le informazioni vengono trasmesse in modo molto più neutrale e obiettivo. È stato illuminante e confortante vedere che, nell’inverno 2011, mentre stavamo combattendo contro il progetto di legge nei confronti della “propaganda gay” a San Pietroburgo, la maggior parte dei media alternativi si schierò con noi, non sostenendo la retorica governativa. La situazione con la televisione non è cambiata molto rispetto al passato, ma ci sono state alcune segnalazioni adeguate sulle tematiche LGBT, che fanno pensare a un leggero miglioramento.</p>
<p><strong><em>L’ascesa dell’omofobia sponsorizzata dallo Stato</em><br />
</strong> <strong><br />
La prima legge che vieta la cosiddetta propaganda omosessuale è stata adottata nella regione di Ryazan, nel 2006.</strong> Nel 2011 altre regioni adottarono la stessa legge, introdotta anche a San Pietroburgo l’11 novembre dello stesso anno, meno di un mese prima delle elezioni parlamentari. È difficile non pensare che sia stata una mossa tattica di pubbliche relazioni da parte dello Stato. A quanto pare le autorità non si aspettavano alcuna conseguenza o reazione all’approvazione della legge, o che l’opposizione sarebbe stata così forte. <strong>La legge è stata infine approvata e firmata dal governatore nella primavera del 2012 ed è entrata in vigore il 30 marzo 2012.</strong></p>
<p><strong>La formulazione della legge è molto vaga</strong>: è proibita la propaganda di “sodomia, lesbismo, bisessualismo e transessualismo” tra i minori, ciò significa che è vietato qualsiasi tipo di diffusione di informazioni che possano essere “dannose” per i bambini e possano portare a pensare che “le relazioni familiari tradizionali e non tradizionali sono socialmente uguali”. La legge è ora in vigore da poco più di un anno.</p>
<p><strong>La legge è innanzitutto un insulto</strong>. Provate a immaginare: ai bambini viene detto di stare attenti alle persone che incontrano. Questo comporta una forte pressione psicologica su tutti gli appartenenti alla comunità LGBT, soprattutto sulle famiglie omogenitoriali e sugli adolescenti LGBT. <strong>Le coppie gay che hanno figli non hanno status giuridico</strong>, e non sono garantiti diritti al genitore che non è il genitore biologico o l’adottante legale. Soprattutto nelle famiglie con figli adottati c’è molta preoccupazione per questa legge, in quanto le agenzie di supervisione potrebbero usare la nuova normativa come scusante per allontanare i bambini dai genitori.</p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>Per gli adolescenti LGBT la situazione è, se possibile, ancor più difficile, in quanto vengono lasciati senza alcuna informazione o supporto nel periodo in cui scoprono la loro sessualità.</strong> Gli insegnanti o gli psicologi non hanno il potere di interferire e interrompere il bullismo omofobico, perché potrebbero essere indagati e accusati di “propaganda omosessuale”. <strong>I genitori e le famiglie spesso non sono fonte di sostegno.</strong> Quando una persona LGBT dichiara la propria omosessualità ai genitori si prospettano alcuni scenari. Purtroppo molti genitori  non accettano che i loro figli possano essere omosessuali, iniziano ad abusare di loro, o cercano di “curarli”, oppure possono rifiutare qualsiasi legame con loro da quel momento in poi. Ci sono alcuni che cercano di far finta che non sia successo niente ed evitano di parlarne. Per fortuna ci sono anche genitori che invece accettano e si confrontano con i loro figli. Purtroppo le prime due reazioni sembrano essere la maggioranza.</span></p>
<p><strong>Naturalmente questa legge rende anche l’attività delle organizzazioni LGBT più complicata</strong>. Prima di tutto dobbiamo ponderare ogni nostra azione per evitare che possa essere considerata un’azione di propaganda. In secondo luogo, è diventato ancora più difficile trovare luoghi per l’organizzazione di eventi pubblici LGBT, dal momento che molti enti e istituzioni hanno paura di essere multati ai sensi della legge in vigore solamente per averci ospitato. È anche più difficile ottenere i permessi.</p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Quest’anno abbiamo assistito a un <strong>aumento della violenza omofobica</strong>. Per esempio, durante una riunione pacifica del 17 maggio scorso – Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia – alcune persone tra la folla hanno aggredito gli attivisti citando esplicitamente la nuova legge a giustificare l’aggressione. L&#8217;anno scorso, dopo una manifestazione pacifica, hanno attaccato due bus che stavano trasportando lavoratori migranti scambiandoli per nostri autobus.</span></p>
<p><strong>Le nuove leggi contro la comunità LGBT sono più o meno in linea con il clima politico generale in Russia.</strong> Ci sono state proteste di massa contro i brogli elettorali del 4 dicembre 2011 e poi di nuovo dopo le elezioni presidenziali del 4 marzo 2012. E Putin ha risposto con l’unico strumento che conosce molto bene, la <strong>repressione</strong>! Lo scorso giugno è stata introdotta una <strong>nuova legge sulla riunione pacifica</strong>, seguita da una legge della scorsa estate che regola il funzionamento delle ONG. Si è tenuto inoltre il processo penale contro il gruppo di attiviste Pussy Riot, e ci sono ancora molte altre accuse contro gli attivisti dell’opposizione.</p>
<p>C’è stato un importante <strong>giro di vite contro la società civile in Russia</strong>. Sono state <strong>ispezionate centinaia di ONG</strong> in tutta la Russia, all’unico scopo di trovare “agenti stranieri”. Secondo la legge del novembre scorso, tutte le ONG che ricevono finanziamenti dall’estero e che si impegnano in attività politiche devono iscriversi come “agenti stranieri”. Il termine stesso è fortemente legato al periodo sovietico, quando è stato utilizzato come un eufemismo per indicare una spia. Molte persone sono state arrestate e messe in carcere in seguito alle ispezioni. Ora si può comprendere meglio la ragione della protesta da parte delle organizzazioni non governative che si occupano di diritti umani in Russia. <strong>Anche la nostra organizzazione, Coming Out, è stata ispezionata e ora stiamo aspettando i risultati dell’indagine</strong>.</p>
<p>Vorrei però concludere con <strong>alcune note positive</strong>. In ogni regione della Russia, in seguito all’introduzione della legge contro la “propaganda gay”, è apparso <strong>un nuovo gruppo di attivisti LGBT</strong>. Molte persone sono diventate politicamente consapevoli e attive, e sempre più persone si stanno schierando dalla parte dei diritti LGBT, tra cui un numero crescente di eterosessuali. <strong>Il movimento LGBT è sostenuto da varie organizzazioni per i diritti umani</strong>.</p>
<p><strong>Credo che uno dei motivi per cui la comunità LGBT è stata presa di mira in Russia sia che il movimento in difesa dei diritti della comunità LGBT è l’unico a combattere pacificamente e instancabilmente per il mantenimento di questi diritti</strong>. Non ci sono movimenti che si occupano dei diritti delle donne o delle minoranze etniche o religiose o delle persone disabili. L’esempio che il movimento LGBT sta diffondendo rischia di essere visto come pericoloso dalle nostre autorità.<br />
<strong>La solidarietà è sempre più forte delle repressioni, e ci sono molte ragioni per essere fiduciosi.</strong></p>
<p><span style="color: #808080;"><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Olga Lenkova</em></span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Traduzione di Silvia Bonotto, Servizio EDU di Amnesty Lombardia</em></span></p>

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		<title>&#8220;L’altra figlia&#8221; di Jasmin Darznik</title>
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		<pubDate>Fri, 31 May 2013 16:48:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Elena Grimi</dc:creator>
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		<category><![CDATA[medio oriente]]></category>
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    «Se diventi come le ragazze di qui» diceva «tornerò in Iran e andrò a stare con la mia Brava Figlia.» Sapevo che quella… <a class="readmore" href="http://www.sdfamnesty.org/?p=3969">more &#187;</a>]]></description>
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    <p><strong><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/altra-figlia.jpg" rel="lightbox[3969]" title="altra figlia"><img class="alignleft size-medium wp-image-3970" title="altra figlia" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/altra-figlia-214x300.jpg" alt="" width="214" height="300" /></a>«Se diventi come le ragazze di qui» diceva «tornerò in Iran e andrò a stare con la mia Brava Figlia.»<br />
</strong><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Sapevo che quella della “brava figlia” era solo una storia che lei aveva inventato per spaventarmi e trasformarmi in una figlia come si deve. Era tipico di mia madre raccontare storie del genere per tenermi attaccata a lei e per farmi star buona. Ma io non volevo aver niente a che fare con la “brava</strong><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </strong><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">figlia”: quella apparteneva al mondo iraniano di mia madre. Meno le assomigliavo, più mi piacevo…</strong></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>A tre anni Jasmin lascia insieme ai genitori l’Iran della Rivoluzione islamica e approda negli Stati Uniti.</strong> La madre è iraniana e il padre tedesco, ma lei vuole solo essere americana. Sua madre Lili, invece, vuole solo avere <strong>una “brava figlia” persiana</strong> che rimanga fedele agli usi della terra d’origine, senza farsi corrompere dai costumi licenziosi del nuovo mondo. Così quando Jasmin incomincia a dire parolacce, a indossare gonne troppo corte o a flirtare con i ragazzi, la madre inizia a parlarle dell’</span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">altra figlia</em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">, la “brava figlia”… quella che viveva in Iran; non ribatteva mai quando le si diceva qualcosa; sapeva tutto delle buone maniere e della modestia; non andava in giro per strada da sola; dava retta alle parole della madre e, quando un uomo la guardava, abbassava subito lo sguardo. Tutto il contrario di lei.</span></p>
<p><strong>Finché un giorno</strong>, poco dopo la morte del padre, mentre Jasmin sta aiutando la madre a traslocare, tra una pila di vecchie lettere sbuca una foto in bianco e nero che ritrae una ragazzina iraniana sull’orlo delle lacrime accanto a un uomo molto più vecchio. Quella sposa bambina è sua madre Lili, ma l’uomo bruno ed elegante accanto a lei non è suo padre. Chi è? In quel momento Lili non le dà nessuna spiegazione, non è ancora pronta a rivivere il suo passato, ma quando Jasmin torna a casa sua, a New York, <strong>riceve per posta una serie di cassette registrate cui la madre ha affidato il racconto della propria vita prima di approdare negli Stati Uniti</strong>.</p>
<p><strong>Jasmin Darznik viene così a conoscenza della vera storia della sua famiglia intrecciata con quella dell’Iran degli scià e della Rivoluzione islamica</strong>, e scopre che la “brava figlia”<em> </em>della quale ha sentito tante volte parlare<em> </em>non è solo un fantasma evocato dalla madre come aveva sempre creduto.</p>
<p>Mette insieme i tasselli della vicenda <strong>e decide di raccontare tutto in questo libro</strong>: una storia di povertà, lutti e battaglie, ma anche di sapori, odori e tradizioni di <strong>un Paese che si dibatte fra una modernizzazione forzata e l’attaccamento alla sua cultura millenaria</strong>. Una storia che, attraverso una serie di ritratti memorabili, rivela <strong>la volontà tutta femminile di non arrendersi</strong>, di cambiare e di ricostruire. Una storia che rivela quanto più essere profondo <strong>il legame che lega una figlia a una madre</strong>.<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Elena Grimi</em></span></p>

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		<title>Cittadinanza, ius sanguinis o ius soli?</title>
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		<pubDate>Fri, 24 May 2013 15:23:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Marcello Bonazzi</dc:creator>
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    Uno dei tanti dibattiti che, ormai da settimane, animano la politica italiana è la possibilità di una nuova legge che riformi le modalità… <a class="readmore" href="http://www.sdfamnesty.org/?p=3941">more &#187;</a>]]></description>
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    <p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/cover_asds_bp_300.jpg" rel="lightbox[3941]" title="cittadinanza"><img class="alignleft size-full wp-image-3951" title="cittadinanza" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/cover_asds_bp_300.jpg" alt="cittadinanza" width="274" height="209" /></a>Uno dei tanti dibattiti che, ormai da settimane, animano la politica italiana è <strong>la possibilità di una nuova legge che riformi le modalità di acquisizione della cittadinanza all&#8217;interno del nostro Paese</strong>.  Il tema rappresenta qui l&#8217;occasione per capire qualcosa in più sulla disciplina del diritto di cittadinanza nel nostro Paese e la distinzione tra “<em>ius soli</em>” e “<em>ius sanguinis</em>”, analizzando quello che la riforma tanto annunciata potrà comportare a livello legislativo e sociale.</p>
<p>Attualmente<strong> le norme che regolano la cittadinanza sono disciplinate all&#8217;interno della <a title="legge 91/1992" href="http://www.interno.gov.it/mininterno/site/it/sezioni/servizi/legislazione/cittadinanza/legislazione_30.html" target="_blank">Legge n° 91/1992</a></strong> e prevedono <strong>diverse modalità di acquisizione</strong> della cittadinanza medesima.<strong> Il primo metodo è quello rappresentato dal cosiddetto “ius sanguinis”</strong>, in base al quale il figlio nato da padre o madre italiana è automaticamente considerato italiano. Viene equiparato al figlio naturale quello adottato (infatti, se leggiamo l&#8217;articolo 3 comma 1 della predetta Legge noteremo che le due figure equivalgono perfettamente).</p>
<p><strong>Come accade in molti altri Paesi dell&#8217;Unione Europea, questo metodo rappresenta la regola per poter acquisire la cittadinanza.</strong> Una scelta legislativa ovvia se si pensa che la cittadinanza rappresenta il vincolo più stretto tra una persona e uno Stato. <strong>Essere cittadini di un determinato Paese</strong>, infatti, <strong>comporta essere titolari di determinati diritti</strong> (i cosiddetti diritti di cittadinanza) tra i quali rientrano: diritti civili (libertà personale, di movimento, di riunione, di coscienza e di religione&#8230;); diritti politici (diritto di voto e diritto a presentarsi come candidato politico); diritti sociali (diritto all&#8217;istruzione, alla protezione sociale contra la malattia, la vecchiaia, la disoccupazione&#8230;).</p>
<p>Ovviamente, <strong>accanto ai diritti vi sono sempre dei doveri</strong>: la ormai decaduta leva militare, il dovere (qualificato nel nostro ordinamento anche come diritto) di voto e così via. Attribuire questi diritti e questi doveri comporta allargare il tessuto sociale di uno Stato ed è evidente che gli ordinamenti preferiscano predisporre una rigida selezione nel conferire la cittadinanza. Lo “ius sanguinis” è il metodo che da sempre riesce meglio a rispondere a questa esigenza selettiva. Tuttavia, come scrivevo precedentemente, <strong>lo “ius sanguinis” è la regola e, come ogni regola che si rispetti, prevede delle eccezioni</strong>. La Legge n° 91/1992, infatti, dispone altri metodi per acquisire la cittadinanza.</p>
<p>Innanzitutto vi è la possibilità per lo straniero di <strong>acquisire la cittadinanza sposando un cittadino italiano e risiedendo sul territorio del nostro Paese per almeno 2 anni</strong> dalla data di celebrazione delle nozze, ovvero dopo tre anni dalla data di celebrazione delle nozze se i coniugi risiedono all&#8217;estero. In secondo luogo, è possibile acquisire la cittadinanza<strong> per residenza sul territorio italiano</strong> (10 anni in caso di cittadino extracomunitario e 4 anni in caso di cittadino europeo). Infine, si acquista la cittadinanza italiana qualora <strong>l&#8217;interessato, nato in Italia e ivi residente ininterrottamente fino ai 18 anni, ne faccia richiesta entro i 19 anni</strong>. Queste sono le principali modalità di acquisto della cittadinanza accanto alle quali ne esistono numerose altre più specifiche. Per ogni eventuale approfondimento rimando al testo della Legge n° 91/92.</p>
<p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/kyenge_.jpg" rel="lightbox[3941]" title="kyenge"><img class="alignleft size-full wp-image-3952" title="kyenge" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/kyenge_.jpg" alt="kyenge" width="194" height="243" /></a>La <strong>riforma</strong> tanto auspicata dal nuovo ministro all&#8217;Integrazione<strong> Cécile Kyenge</strong> stravolgerebbe il quadro legislativo fin qui delineato, imponendo come regola di acquisto della cittadinanza italiana <strong>lo “ius soli”</strong> e non più lo “ius sanguinis”. In tal modo si <strong>permetterebbe al bambino di genitori stranieri nato in Italia di essere considerato cittadino italiano fin dalla nascita e non solo al compimento dei 18 anni.</strong> Una scelta logica che, però, non convince tutti.</p>
<p><strong>La razionalità di una simile scelta legislativa risiede nel fatto che un bambino, figlio di genitori stranieri, che nasce e cresce in Italia, non può considerarsi diverso da un qualunque altro bambino che nasce in Italia da padre o/e madre italiani.</strong> Entrambi frequentano la stessa scuola elementare, media e superiore; entrambi magari giocano nella stessa squadra di calcio e partecipano alla vita della loro comunità. A fronte di una tale situazione, sembra a dir poco schizofrenico che il Legislatore italiano non conceda al primo la cittadinanza italiana fin dalla nascita solo in virtù del fatto che i suoi genitori sono stranieri.</p>
<p>È anche vero che, rispetto a <strong>questa posizione tanto logica e razionale, prende il sopravvento un “istinto patriottico”</strong> di conservazione e preservazione di un certo tessuto sociale che, anche a fronte dei flussi migratori, andrebbe irrimediabilmente perso. Tuttavia, parlare oggi di “istinto patriottico di conservazione” può apparire anacronistico e quasi evocativo di non così remote politiche razziste; ma nel farlo non mi discosto poi molto dalla realtà. Infatti, <strong>se analizziamo brevemente la disciplina sulla cittadinanza in Europa, noteremo che la regola generale è quella dello “ius sanguinis”. Solo recentemente alcuni Paesi europei hanno adottato dei sistemi “misti” caratterizzati da una maggiore elasticità.</strong></p>
<p>Un esempio in questo senso è dato dalla <strong>Germania</strong> dove la regola continua a rimanere quella dello “ius sanguinis”, ma le procedure di acquisizione della cittadinanza sono decisamente più rapide e snelle di quelle italiane: dal 2000, infatti, è sufficiente che uno dei due genitori abbia il permesso di soggiorno permanente da almeno tre anni e viva nel Paese da almeno otto anni per concedere al minore straniero la cittadinanza, o per matrimonio con cittadino tedesco dopo tre anni. La legislazione francese prevede invece il doppio “ius soli”, che garantisce l&#8217;ottenimento della cittadinanza per chi nasce sul territorio nazionale da stranieri a loro volta nati sullo stesso territorio.</p>
<p><strong>Per trovare legislazioni che si fondano unicamente sullo “ius soli” è necessario andare oltreoceano e approdare sulle coste di Stati Uniti, Canada, Argentina e Brasile</strong>. In questi Stati, infatti, è cittadino chiunque nasca sul territorio del Paese indipendentemente dal fatto che i genitori ne siano o meno cittadini. Un&#8217;ovvia scelta legislativa se si pensa alla storia di questi Paesi che da sempre si fonda sui flussi migratori favoriti dalla vastità geografica delle loro terre. Una situazione politico-geografica-storica completamente differente da quella europea che, dunque, spiega perfettamente i due diversi metodi di approccio.</p>
<p>Come scrivevo nell&#8217;incipit, questo tema è uno dei tanti argomenti che attualmente vengono dibattuti nelle aule parlamentari italiane, ma che sarebbe bene non lasciar disperdere nel grande calderone della politica date le importantissime conseguenze sociali e antropologiche che una simile riforma inevitabilmente comporterà.</p>
<p><strong>Chi si richiama all&#8217;Unione europea per cercare un qualche “consiglio” sbaglia. Da sempre la Ue non entra in questioni prettamente nazionali.</strong> Vi è un limite oltre il quale la politica legislativa europea non può andare e questo limite è rappresentato da tutti quei temi, come la cittadinanza, di stampo squisitamente nazionale. Lo stesso Commissario Ue alla Giustizia ribadiva questa posizione, dichiarando che la scelta di introdurre lo “ius soli” o meno è competenza dei Paesi membri e non è una questione che ricade sotto la responsabilità dell&#8217;Unione europea.</p>
<div id="attachment_3954" class="wp-caption alignleft" style="width: 186px"><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/ius-soli-migrante-italiano-maurobiani.iti_.png" rel="lightbox[3941]" title="ius-soli-migrante-italiano-maurobiani.iti"><img class="size-medium wp-image-3954  " title="ius-soli-migrante-italiano-maurobiani.iti" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/ius-soli-migrante-italiano-maurobiani.iti_-275x300.png" alt="" width="176" height="192" /></a><p class="wp-caption-text">www.maurobiani.it</p></div>
<p><strong>I parlamentari italiani, dunque, dovranno assumersi la piena responsabilità di tutte quelle conseguenze che l&#8217;approvazione di una simile riforma inevitabilmente comporterà.</strong> A mio parere questa riforma (se mai ci sarà) non sarà la causa del mutamento sociale del nostro Paese, ma sarà solo l&#8217;acceleratore di una trasformazione che è in atto ormai da tempo. <strong>Modificare la disciplina sulla cittadinanza a favore dello “ius soli” permetterà finalmente di adeguare la realtà giuridica a quella sociale, garantendo una tutela a persone che oggi sono solo cittadini di fatto e non di diritto.</strong></p>
<p><span style="color: #808080;"><em>Marcello Bonazzi</em></span></p>

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		<title>Da Plaza de Mayo a Piazza San Pietro</title>
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		<pubDate>Wed, 22 May 2013 15:56:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Patrizia Sacco</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[
    <p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Estela-Carlotto.jpg" rel="lightbox[3929]" title="Estela Carlotto"><img class="alignleft size-medium wp-image-3931" title="Estela Carlotto" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Estela-Carlotto-300x225.jpg" alt="Da Plaza de Mayo a Piazza San Pietro, Estela Carlotto" width="300" height="225" /></a><strong>Quando lo scorso mese di marzo Jorge Bergoglio è uscito dal conclave come Papa Francesco, i mezzi di comunicazione si sono scatenati alla ricerca di dichiarazioni rilasciate da argentini illustri o perlomeno famosi riguardo alla sua nomina. Anche Estela Carlotto, presidente delle Abuelas di Plaza de Mayo, è stata interpellata, e la sua risposta è stata un esempio di cautela e ponderazione.<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></strong></p>
<p>Estela si è rifatta a quella che era stata la sua esperienza nel rapportarsi con lui e ha affermato che Bergoglio non aveva <strong>mai detto una parola sul tema dei <em>desaparecidos</em> nei trent’anni trascorsi dal ritorno della democrazia in Argentina. Aveva però anche aggiunto che, essendo per sua</strong> natura portata a dare fiducia, <strong>avrebbe accordato fiducia a chi stava iniziando questa nuova missione</strong>. Perciò, quando si è saputo che il<strong> 24 aprile Estela avrebbe partecipato all’udienza del mercoledì in Piazza San Pietro</strong>, in molti ci siamo chiesti cosa l’avesse spinta a cercare questo contatto con Papa Francesco.<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></p>
<p>Alla conferenza stampa rilasciata subito dopo l’udienza erano presenti anche gli altri componenti della piccola delegazione argentina: un’altra “abuela” e uno dei nipoti ritrovati dall’instancabile ricerca delle nonne. Estela Carlotto ha esordito dichiarandosi soddisfatta ed emozionata dall’incontro con il Papa e<strong> ha raccontato come Francesco si sia avvicinato a loro e abbia voluto darle la mano</strong> ricordando un loro precedente incontro nella cattedrale di Buenos Aires. Con una vena delicatamente ironica Estela ha notato quanto fosse strano che, in tanti anni in cui erano stati entrambi a Buenos Aires, non avesse mai potuto stringergli la mano, ma ha aggiunto che ora si poteva <strong>recuperare il tempo perduto</strong>.<span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> </span></p>
<p><strong>Nelle mani di Papa Francesco Estela ha consegnato una lettera che contiene una richiesta di aiuto da parte della sua associazione</strong>: le Abuelas sperano di trovare appoggio <strong>nella loro ricerca dei nipoti scomparsi</strong>. Dei circa <strong>500 bambini nati nelle prigioni segrete e destinati alle adozioni illegali</strong>, ne sono stati <strong>ritrovati fino ad oggi solo 108</strong> e, secondo Estela, <strong>la Chiesa ha molte informazioni</strong> che potrebbero aiutare a ritrovarli. Molti di loro infatti sono passati attraverso suore, sacerdoti e un’organizzazione chiamata Movimento Famiglia Cristiana, che si occupava di collocarli presso famiglie considerate degne e meritevoli di crescerli. Di tutto ciò <strong>esistono registri e archivi, ed è a questi che le Nonne di Plaza de Mayo chiedono di accedere</strong>.</p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>Nel ricevere la lettera Francesco ha detto: “Cuenten conmigo”, ed è stato quel “contate su di me”</strong> <strong>che ha illuminato il sorriso e gli occhi di Estela</strong>, che non hanno smesso di splendere per tutto il tempo dell’incontro con la stampa. Ha definito Francesco “un uomo semplice, con sguardo limpido e i modi di un parroco di quartiere” e ha aggiunto che, mentre stringeva la sua mano ha sentito una trasmissione di grande affetto.</span></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Alla polemica domanda di un giornalista che le ha chiesto se una stretta di mano e la promessa di aiuto avessero cancellato tutte le critiche fatte precedentemente, Estela Carlotto ha replicato che <strong>la storia non si cancella con un abbraccio o un bacio</strong>, che la sua critica rimane ed è una critica costruttiva perché è la verità, e la verità non offende. Bergoglio non ha mai detto una parola sul tema dei </span><em style="font-size: 13px; line-height: 19px;">desaparecidos</em><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> né a sostegno delle Nonne, <strong>ma oggi è Papa e la sua parola è di guida per milioni di persone, può aiutare le Abuelas nel loro cammino per la ricerca dei nipoti</strong>.</span></p>
<p><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Questo è ciò che loro hanno cominciato a fare sfidando la dittatura, imparando a lottare senza sapere come, a rischio della propria vita, e che continuano a fare senza odio né rancore, apprendendo giorno per giorno con amore. <strong>Il loro è un perenne apprendistato e ora hanno imparato qualcosa di nuovo che dà speranza, la speranza che questo Papa posso aprire “el camino de los encuentros”, il cammino che porta a ritrovare i loro nipoti scomparsi</strong>.</span></p>
<p><span style="color: #333333;"><em>Patrizia Sacco</em></span></p>

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		<title>Honoris causa&#8230;ai diritti umani</title>
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		<pubDate>Mon, 20 May 2013 14:28:10 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Roberto Decio</dc:creator>
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    <p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Bocconi.001.jpeg" rel="lightbox[3922]" title="Bocconi e diritti umani"><img class="alignleft size-medium wp-image-3923" title="Bocconi e diritti umani" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Bocconi.001-225x300.jpg" alt="Bocconi e diritti umani" width="225" height="300" /></a>Mercoledì 15 maggio si è svolto presso la sede della prestigiosa università  milanese un <strong>incontro sulla pena di morte, organizzato dal collettivo scolastico B-Lab con la collaborazione del prof. Matteo Winkler</strong>, docente in Diritto Internazionale e della Comunità  Europea presso l&#8217;università Bocconi di Milano.</p>
<p>Alla conferenza <strong>Amnesty International</strong> era presente con <strong>Roberto Decio, del Coordinamento Nazionale pena di morte</strong>, e alcuni attivisti milanesi e lombardi.</p>
<p>L’incontro, che rientrava nell’ambito di una rassegna intitolata “<strong>CineMA &#8211; Tra cinema e diritti”</strong>, ha visto la <strong>proiezione di un episodio di “Boston Legal”</strong>, nota serie televisiva americana, incentrato <strong>su un caso di pena di morte</strong>, ed è stata seguita da un paio di <strong>interventi</strong> e dal <strong>dibattito con gli studenti</strong>, i quali molto interessati si sono trattenuti in istituto ben oltre gli orari canonici.</p>
<p><strong>Il prof. Winkler, già amico di Amnesty International ed esperto di diritti umani, ha introdotto il tema della pena di morte in relazione al contesto storico americano</strong> nel periodo dal dopoguerra a oggi, senza tralasciare riflessioni di ordine etico e soprattutto giuridico, cari sia a lui sia ai ragazzi intervenuti, molti dei quali iscritti proprio a quel programma di studi.</p>
<p><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Roberto Decio</strong><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">, dopo aver introdotto la storia e la missione di Amnesty International in relazione ai diritti umani, ha prima interagito con gli studenti dibattendo le evidenze sollevate dall’interessante episodio di fiction, poi ha presentato </span><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">il fenomeno della pena di morte nel mondo, partendo dalla recente pubblicazione dei dati relativi al 2012 e soffermandosi sulla situazione degli Stati Uniti in quanto sistema giuridico oggetto della fiction stessa</strong><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">.</span></p>
<p>Grazie al prof. Winkler e al collettivo studentesco, il dibattito ha rappresentato un’occasione anche per Amnesty di approfondire la conoscenza di aspetti giuridici più particolari. Del resto, è sicuramente stata anche per gli studenti <strong>la circostanza in cui conoscere in modo approfondito un tema non molto dibattuto</strong>, in ambito sia accademico che non. <strong>Proprio i media</strong>, in particolare quello televisivo e quello cinematografico,<strong> sono portatori di messaggi </strong>in questo senso<strong> assai contraddittori se non apertamente condannabili dal momento che propongono la vendetta, privata o applicata dallo stato, quale comportamento se non legittimo almeno pressoché giustificabile in taluni casi</strong>. Prova ne è stata l’importante disponibilità dimostrata dai ragazzi alla fine dell’incontro a firmare le petizioni (si riportava il caso di 9 condannati a morte in Indonesia) e a richiedere informazioni su come attivarsi per i diritti umani diventando soci di Amnesty International.</p>
<p>Il prof. Winkler ha dimostrato grande interesse a ricevere in futuro Amnesty International per ulteriori interventi legati anche ad altre tematiche di tutela dei diritti umani.</p>
<p><strong>Stringere legami con le istituzioni scolastiche è sempre una buona cosa per associazioni come Amnesty International che operano con sempre maggiore attenzione sul fronte dell’educazione ai diritti umani.</strong> Farlo con il più prestigioso degli istituti milanesi è un privilegio ancora più grande. <strong>Onore alla causa&#8230; dei diritti umani.</strong></p>
<p><em>Roberto Decio</em></p>
<p>Amnesty International ha una <strong>Rete &#8220;Pena di morte&#8221;</strong> che fornisce <strong>dati aggiornati, informazioni sui casi e le azioni</strong> promosse da Amnesty International, <strong>notizie dal mondo</strong>, <strong>iniziative </strong>realizzate dalla Sezione Italiana e dai Gruppi sul territorio. Per <strong><a title="La Rete &quot;Pena di morte&quot;" href="http://www.amnesty.it/rete_pena_di_morte" target="_blank">maggiori info e iscrivers</a>i</strong>.</p>

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		<title>Il silenzio dei media genera mostri</title>
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		<pubDate>Sat, 18 May 2013 22:10:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Andrea Matricardi</dc:creator>
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    <p><img class="alignleft size-medium wp-image-3906" title="forze di polizia" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/forze-di-polizia-300x206.jpg" alt="" width="300" height="206" />Ogni volta che torno a Genova e ripasso per <strong>i luoghi tragici del G8</strong>, mi tornano in mente le immagini delle tv di allora: corso Gastaldi e la carica della polizia contro persone inermi che alzano le mani colorate in segno di resa, ma che vengono picchiate con una violenza inesorabile; piazza Alimonda e la folla impazzita, il corpo di Carlo Giuliani a terra e la camionetta che gli passa sopra, mentre è ancora vivo; corso Marconi e corso Italia con i reparti di poliziotti bardati come antichi guerrieri che avanzano lentamente verso i dimostranti incappucciati e in canottiera; via Pascoli e la scuola Diaz con i vetri rotti, i pavimenti, la scale e le pareti coperte di sangue.</p>
<p><strong>Genova è un buco nero dentro il quale si è perduto lo stato di diritto del nostro Paese:</strong> in quei giorni del luglio del 2001 in Italia, al centro della vecchia Europa, di recente insignita del Nobel per la Pace, sono rimasti sospesi i diritti civili e politici per diversi giorni, la libertà e la giustizia sono state inghiottite dalla violenza delle istituzioni e delle forze dell’ordine, <strong>senza che la maggior parte dei cittadini e la stragrande maggioranza dei mezzi di informazione se ne siano rese conto.</strong></p>
<p>Incapacità di affrontare una così grande manifestazione, errata interpretazione di cosa significa “ordine pubblico”, prova generale di golpe istituzionale, precisa volontà di terrorizzare il più grande movimento globale di rivolta pacifica o forse tutte queste cause sommate tra loro: ancora oggi, <strong>a oltre dieci anni di distanza è difficile dare un’interpretazione chiara ed univoca di quanto è accaduto a Genova e delle sue ragioni.</strong></p>
<p>Ma quel che è certo è che le conseguenze di tutto ciò hanno portato a violazioni sistematiche dei Diritti Umani che difficilmente trovano un equivalente in paesi ritenuti democratici: la violenza diffusa delle forze dell’ordine su manifestanti pacifici, che ha portato all’uccisione di un ragazzo di 23 anni, l’assalto immotivato ed il massacro di persone inermi alla Scuola Diaz, la detenzione in incommunicado e la tortura reiterata di ragazze e ragazzi nel carcere improvvisato nella caserma di Bolzaneto rappresentano, in sintesi, <strong>“la più grave sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale”, secondo una definizione di Amnesty International.</strong><br />
Nei giorni immediatamente successivi, inevitabilmente la stampa e le televisioni pongono molta attenzione sull’accaduto, ma troppo rapidamente viene poi calato un colpevole silenzio.</p>
<p>Nei dieci anni successivi al 2001 gran parte dell’opinione pubblica sembra mettere in secondo piano la gravità dell’accaduto, ed i media, salvo rare eccezioni, non vogliono o non osano più parlare di quei fatti né tantomeno seguire le vicende processuali, che conducono alle <strong>sentenze dei processi di primo grado, assolutorie nei confronti dei vertici della Polizia</strong>, in particolare riguardo all’assalto alla Diaz (13 novembre 2008).<br />
I principali quotidiani italiani, per non parlare delle televisioni, prendono a volte posizioni di equidistanza, quasi a giustificare, con un senso di presunta oggettività e di saggezza cerchiobottista, la violenza come risposta alla violenza, tanto da rivalutare le forze dell’ordine, in base ad una loro supposta ammissione degli “errori”, <strong>senza che di fatto invece ci sia mai stata una vera assunzione di colpevolezza da parte di qualsivoglia istituzione.</strong></p>
<p>Un esempio fra tutti, l’editoriale con il quale Sergio Romano sul Corriere della Sera del 6 febbraio 2009 ribalta una realtà nella quale le vittime vengono accomunate ai devastatori: “La pubblica memoria non ha smesso di condannare la polizia, che mi sembra essersi resa conto dei suoi errori; e ha assolto i devastatori di Genova, diventati ormai i vincitori morali di quelle disastrose giornate.”<br />
Successivamente, di fronte<strong> alla condanna, per certi aspetti clamorosa ma per altri giustamente inevitabile, dell’ex capo della polizia Gianni De Gennaro,</strong> i media non possono tacere. Uno degli uomini più potenti d’Italia, divenuto nel frattempo direttore di uno dei servizi segreti italiani, viene condannato il 17 giugno 2010 a un anno e 4 mesi di reclusione per istigazione alla falsa testimonianza nei confronti dell&#8217;ex questore di Genova Francesco Colucci nel processo per l&#8217;irruzione alla Diaz, <strong>ribaltando completamente la sentenza di assoluzione in primo grado. La Cassazione annullerà poi tale sentenza, ritenendo che le prove che hanno portato alla condanna in appello non siano sufficienti a determinare la sussistenza dei fatti.</strong></p>
<p>Gli organi di stampa riportano in più occasioni le manifestazioni di fiducia, espresse da tutte le parti politiche, nei confronti degli alti funzionari delle forze dell’ordine, e in particolare dell’ex capo della Polizia: “Gianni De Gennaro ha la mia piena e totale fiducia: fino alla sentenza definitiva non cambia nulla” dichiara Maroni, Ministro dell’Interno all’epoca della sentenza d’appello; “Ho stima e fiducia in Gianni De Gennaro, persona che ha servito lo Stato con dedizione”, dice l’on. Alfano, segretario del PDL; “Sono certo che il prefetto De Gennaro, nel suo nuovo incarico istituzionale, potrà efficacemente portare avanti il suo impegno&#8230;”, così Massimo D&#8217;Alema, esponente di spicco del PD, all’atto della recente nomina di De Gennaro a sottosegretario del Governo Monti.</p>
<p>D’altronde era difficile aspettarsi qualcosa di diverso da <strong>una classe politica che ha fatto naufragare la commissione parlamentare d’indagine,</strong> che non ha mai voluto istituire una vera commissione d’inchiesta indipendente <strong>e che non ha mai preso provvedimenti in questi anni per una riforma delle forze dell’ordine, che porti ad una maggiore responsabilità e trasparenza nei comportamenti.</strong></p>
<p>Le reiterate richieste di Amnesty International alle istituzioni italiane riguardano la previsione di corsi di formazione per tutte le forze dell’ordine, in modo da portare alla consapevolezza della necessità del rispetto delle norme internazionali e dei codici di comportamento sull’uso della forza; la richiesta di inserire sulle divise codici alfanumerici, già in uso in molti stati europei, che garantiscano ad eventuali indagini della magistratura di poter identificare chi si comporta in modo non conforme alle regole; l’istituzione di un organismo indipendente per il monitoraggio dei Diritti Umani in Italia; <strong>ed infine la richiesta di risolvere uno degli aspetti normativi più imbarazzanti per il nostro Paese: l’introduzione nel nostro codice penale del reato di tortura, affinché i responsabili di violenze come quelle commesse a Bolzaneto nel 2001 siano soggetti a pene congrue e non restino impuniti grazie alla prescrizione del reato.</strong></p>
<p>Un esempio di colpevole mancanza di attenzione dei media è il silenzio sotto il quale è passata la pubblicazione del libro<strong> “L’eclissi della democrazia”, edito da Feltrinelli nel 2011, nel quale Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci</strong> raccontano quanto è successo attraverso gli atti processuali ricostruiti con l’aiuto di Enrico Zucca, P.M. del processo Diaz.<strong> Il libro riporta accuse precise che nessuno si è preoccupato di smentire, non solo perché vere, ma anche perché cadute nel disinteresse generale dei media. Basti pensare che alla conferenza stampa promossa dalla casa editrice non si è presentato nessun giornalista italiano e nessuna testata giornalistica nazionale.</strong></p>
<p>Un altro spunto significativo sul comportamento di tv e giornali riguardo a come vengono riportati dai media italiani i fatti che avvengono nel nostro Paese, ci viene dato da<strong> un rapporto del 2008 dell’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Diritti Umani, Navi Pillay, e dal Rapporto 2010 dell’Osservatorio Europeo sulla Sicurezza: in entrambi i documenti si evidenzia come gli organi di stampa e soprattutto le tv tendano a concentrare l’attenzione su fatti di cronaca criminale (e spesso di piccola criminalità), esprimendo una preoccupante tendenza ad alimentare ansia ed insicurezza che appaiono causate da fattori “esterni”.</strong><br />
Le cronache di giornali e telegiornali ci parlano spesso dei furti compiuti da uomini “con accento dell’est” o delle violenze compiute per strada da “marocchini”, lasciando in secondo piano o trascurando del tutto le tematiche relative ai diritti degli individui e alle violazioni compiute dalle istituzioni e dalle forze dell’ordine.</p>
<p>Di recente, alcuni film hanno però contribuito a riportare l’attenzione dell’opinione pubblica e della stampa sui fatti accaduti a Genova nel luglio 2001: tra questi vanno ricordati “<strong>Diaz – Don’t Clean Up This Blood” di Daniele Vicari,</strong> dove la ricostruzione di quanto accaduto appare però in parte discutibile ed incompleta, e “<strong>A.C.A.B.” di Stefano Sollima,</strong> che affronta la militarizzazione della polizia, l’omertà ed il presunto senso dell’onore che prevale sul senso di giustizia e di legalità. Decisamente più attento alla realtà delle vittime e dei fatti è invece <strong>“Black Block” di Carlo Bachschmidt,</strong> film-documentario, purtroppo meno sponsorizzato dai media e meno seguito dal grande pubblico.</p>
<p><strong>Ma Genova resta un buco nero, un tunnel che sembra aver inghiottito tutte le altre violenze compiute dalle forze dell’ordine negli anni successivi ed anche in quelli più recenti.</strong> La violenza immotivata con la quale funzionari dello stato hanno ucciso <strong>Aldo Bianzino, Giuseppe Uva, Federico Aldrovandi, Gabriele Sandri, Stefano Cucchi, Michele Ferrulli</strong> e tante altre vittime meno conosciute forse non avrebbe avuto luogo se la reazione di tutti noi fosse stata più forte, se l’attenzione della stampa fosse stata più continua, se le nostre istituzioni avessero preso provvedimenti, promulgato leggi, promosso la cultura dei diritti.</p>
<p>O anche se qualcuno nelle istituzioni avesse almeno una volta, anche una sola volta, chiesto scusa alle vittime: alle vittime di Genova, così come ai familiari di tutte le persone uccise per strada e nelle carceri dalle forze dell’ordine.</p>
<p>Perciò i cosiddetti “fatti di Genova” non sono finiti dodici anni fa, né con <a href="http://www.amnesty.it/sentenza-corte-cassazione-diaz-importante-tardiva"><span style="text-decoration: underline;">la conclusione dei processi</span></a>, né con le commemorazioni del decennale, né con il ritorno delle vittime alla normalità, per chi ne ha avuto la possibilità. <strong>La violenza di Genova continua e quanto accaduto nel 2001 potrebbe succedere nuovamente se non riusciamo a portare l’attenzione nostra e dei media sui diritti di tutti, sul rispetto della libertà di manifestare e di esprimere la propria opinione, sulla necessità di mantenere alta la coscienza che non può essere mai giustificata alcuna violenza da parte delle forze dell’ordine su cittadini inermi.</strong><br />
<strong>Questo lungo e assordante silenzio dei media rischia di generare mostri di indifferenza e di incoscienza:</strong> perciò è importante non dimenticare, continuare a parlare, a scrivere e a leggere di quanto è successo a Genova nel luglio del 2001. E di quanto continua a succedere nei luoghi di detenzione, ai posti di blocco, nelle strade e negli stadi italiani.<br />
<strong>Ogni violenza compiuta dalle istituzioni è un’offesa alla democrazia, alla libertà ed alla giustizia per la quale siamo tutti responsabili.</strong> Forse anche per questo, ripensando a Genova, mi torna in mente un vecchio verso di un cantante genovese, che parlava di fatti ancor più lontani ma che resta così vicino ed attuale: “&#8230;anche se voi vi credete assolti siete per sempre coinvolti”.</p>
<p>Andrea Matricardi</p>
<p>Fonte: <span style="text-decoration: underline;"> <a href="http://www.sagarana.net/anteprima.php?quale=686">www.sagarana.net </a></span></p>

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		<title>Samuel il calciatore</title>
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		<pubDate>Wed, 15 May 2013 14:39:22 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Franca Fabbri</dc:creator>
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    <p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Playing-Kids.jpg" rel="lightbox[3887]" title="Playing-Kids"><img class="alignleft size-medium wp-image-3888" title="Playing-Kids" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/Playing-Kids-300x258.jpg" alt="" width="300" height="258" /></a>Durante la serata in cui fui invitata alla <strong>premiazione del piccolo Samuel</strong> per il suo impegno nella squadra di calcio dove giocava e gioca tuttora, fui molto colpita dalla<strong> numerosa presenza di genitori stranieri che festeggiavano i loro figli calciatori</strong>. Per un attimo ebbi l’impressione di non essere in Italia: la presenza di tante mamme col capo coperto e di uomini con carnagione scura mi fece pensare a come <strong>sarebbe più bello il mondo</strong> <strong>se</strong>, anche fuori da quel luogo di festa,<strong> tutti fossimo accomunati dalla stessa atmosfera che regnava quella sera fra gente tanto diversa, proveniente da paesi lontani</strong>. In quel luogo, dove mi trovavo per la prima volta, cercavo di tendere l’orecchio per capire da dove provenissero quelle voci e quei linguaggi sconosciuti, ma soprattutto ero curiosa di conoscere <strong> le persone e l’ambiente dove il piccolo Samuel ha trovato quell’accoglienza che lo sta aiutando a crescere coltivando la sua grande passione: il calcio</strong> che, non solo lo fortificherà fisicamente, ma soprattutto svilupperà in lui quelle virtù che ogni sport, se ben praticato, riesce sempre a far nascere.</p>
<p><strong>Anche Samuel era straniero quella sera in mezzo a tutta quella gente, anche lui viene da lontano: è nato in Romania</strong> 12 anni fa e risiede in una baraccopoli ai margini della città dove vive con i genitori, la sorella Nicoleta e il fratellino Marius in un campo dove altri suoi connazionali sono arrivati in cerca di una vita migliore. <strong>Ha iniziato a tirare i suoi primi calci al pallone nei campi della sua terra natia, ma è in Italia che ha trovato, nell’associazione sportiva che frequenta, dei veri professionisti che lo stanno seguendo in questa importante attività.</strong> Frequenta gli allenamenti con regolarità dimostrando impegno ed entusiasmo.</p>
<p><strong>Insieme alla Società Sportiva che lo sta seguendo, alla Comunità di S.Egidio che provvede alle spese per la scuola e per lo sport,</strong> a tutti i volontari che hanno a cuore il futuro di Samuel, <strong>ci auguriamo che le speranze riposte in questi bambini, già tanto svantaggiati sotto altri profili, possano essere realizzate</strong>. <strong>Vorremmo che lo sport, che ora praticano con tanto entusiasmo, potesse essere anche in futuro motivo di stimolo e di gratificazione.</strong></p>
<p><em style="color: #888888; font-size: 13px; line-height: 19px;"><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;">Franca Fabbri</span></em></p>

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		<title>Rivoluzione pacifica: la forza dirompente del (non) fare, tutti insieme</title>
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		<pubDate>Sun, 12 May 2013 18:44:28 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Laura Taraborrelli</dc:creator>
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    <p><strong><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/644701_438950599533302_1972097147_n.jpg" rel="lightbox[3876]" title="Assemblea Generale Amnesty International 2013"><img class="alignleft size-medium wp-image-3877" title="Assemblea Generale Amnesty International 2013" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/644701_438950599533302_1972097147_n-300x225.jpg" alt="Assemblea Generale Amnesty International 2013" width="300" height="225" /></a>Dal 25 al 27 aprile si è svolta a Roma la XXVIII Assemblea Generale di Amnesty International Italia</strong>, la sezione italiana della ONG che da 50 anni si batte per affermare il rispetto dei diritti umani ovunque nel mondo.</p>
<p>L&#8217;assemblea ha lasciato spazio  &#8211; tra gli altri &#8211; a <strong>CANVAS</strong>  (Centro per l&#8217;applicazione di strategie e azioni non violente), <strong>la ONG serba che incoraggia i movimenti democratici non violenti attraverso lezioni di strategia e tattiche di lotta pacifica</strong>. Sostenitrice di Amnesty e dell&#8217;idea di una rivoluzione sociale non violenta, ho contattato <strong>Srdja Popovic</strong> -<strong> uno dei fondatori</strong> di Canvas – e ho ascoltato la storia memorabile di un vero architetto<strong> </strong>del cambiamento globale.</p>
<p><a href="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/ted.png" rel="lightbox[3876]" title="Srdja Popovic"><img class="alignleft size-full wp-image-3879" title="Srdja Popovic" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/ted.png" alt="Srdja Popovic" width="285" height="222" /></a></p>
<p>Popovic  ha l&#8217;aspetto tranquillo dell&#8217;avvocato di provincia, ma fa il <strong>rivoluzionario di professione</strong>: nel 2000 è stato uno dei fautori della caduta di Milosevic attraverso il movimento di resistenza non violenta <strong>Otpor</strong> e dal 2003, con CANVAS (<a href="http://www.canvasopedia.org/">canvasopedia.org</a>), forma <strong>rivoluzionari disarmati</strong>, pronti a cambiare il mondo con la forza della coesione, della comunicazione e della strategia organizzata. Potremmo definirlo un allenatore planetario  di rivoltosi non violenti: non offre modelli, piuttosto condivide, mobilita, incoraggia, lasciando che ciascuno trovi la sua strada verso una alternativa possibile.</p>
<p><strong>In questi 10 anni ha formato attivisti di oltre 46 paesi diversi</strong>:  a lui hanno fatto riferimento movimenti civili di successo come la rivoluzione delle rose in <strong>Georgia nel 2003</strong>, la rivoluzione arancione in <strong>Ucraina nel 2004</strong>, la rivoluzione dei cedri  in <strong>Libano nel 2006</strong> e quella dei gelsomini in <strong>Tunisia nel 2011</strong>.</p>
<p><img class="alignleft size-full wp-image-3882" style="font-size: 13px; line-height: 19px;" title="a-guide-to-efective-nonviolent-struggle" src="http://www.sdfamnesty.org/public/2013/05/a-guide-to-efective-nonviolent-struggle.png" alt="a-guide-to-efective-nonviolent-struggle" width="158" height="212" /></p>
<p><strong>Popovic ha trasformato l&#8217;azione disobbediente in un</strong> <strong>sapere condivisibile</strong> ed esportabile attraverso libri di testo, lezioni e  workshop, mettendo a disposizione la propria esperienza e facendo tesoro degli errori commessi. Ha capito che <strong>la non violenza procede per piccoli passi</strong> e produce <strong>cambiamenti di civiltà</strong> nel lungo periodo, che la democrazia nasce dalla <strong>sollevazione dei grandi numeri</strong> e che per mobilitare le masse occorre intercettarne i<strong> bisogni</strong> e muoverne le <strong>passioni</strong>. La soluzione dei conflitti non si trova presidiando rabbiosamente  il proprio spazio, ma condividendolo per renderlo virtualmente illimitato e felicemente abitato. <span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"><strong>Le battaglie si vincono</strong> non quando una fazione prevarica l&#8217;altra, ma q<strong>uando il sogno del singolo diventa </strong></span><strong style="font-size: 13px; line-height: 19px;">visione collettiva</strong><span style="font-size: 13px; line-height: 19px;"> e dunque futuro.</span></p>
<p>Srdja Popovic assomiglia nelle azioni e nel cuore a Frodo Baggins l&#8217;hobbit protagonista del <em>Signore degli Anelli </em>di Tolkien &#8211; suo libro preferito &#8211; che si scopre <strong>eroe impavido a causa dell’ingiustizia intollerabile che lo circonda</strong>: non ha chiesto lui di avere l&#8217;anello, ma di fatto ce l&#8217;ha e deve consegnarlo. A dimostrazione del fatto che anche le creature più piccole possono cambiare il mondo.</p>
<p><strong>Una vera rivoluzione, senza armi.</strong></p>
<p><span style="color: #333333;"><em> Laura Taraborrelli</em></span></p>
<p>Fonte: <a title="Blog4change" href="http://www.asvi.it/2013/04/02/economia-delle-risorse-naturali-il-valore-delle-onde/" target="_blank">Blog4change</a></p>

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