A tu per tu con Selene Gallone

Selene Gallone

Selene Gallone

Un giovedì pomeriggio di febbraio 2010. Un salotto accogliente nel centro di Milano. Una dolce/ferrea bellissima ed elegante signora, dalla stretta di mano vigorosa, ma rassicurante. La erre rotante marcata quando ha pronunciato “piacere”.
Ecco come si è presentata Selene Gallone a noi volontarie e tirocinanti del Servizio EDU di Amnesty Lombardia.

Ma chi è Selene Gallone? E’ la storica fondatrice del quarto gruppo della sezione italiana di Amnesty.

Nel maggio del 1975 Selene legge un articolo, a cura di Giovanni Russo, che colpisce la sua attenzione: si parla di un’organizzazione inglese, Amnesty International, che dal 1961 si batte per la liberazione dei prigionieri, contro la pena di morte e le torture, insomma in favore dei Diritti Umani… e ha già ben 150 soci anche in Italia!

In un contesto di guerra fredda come quello che si viveva in quegli anni, un’organizzazione equilibrata tra le due parti e che difende qualunque essere umano, indipendentemente dalla sua appartenenza politica, è di certo una novità. E proprio a questa novità si interessa Selene, scrivendo all’autore dell’articolo per avere informazioni in merito. Ottiene risposta solo alcuni mesi dopo, quando le viene detto che in via Formentini era stata aperta la sede milanese di Amnesty Italia.

Selene si presenta e viene accolta, sono sue parole: “da una donna solare e carismatica, Margherita Boniver”, che le propone di fondare il Gruppo 4, il secondo di Milano (altri due erano già presenti a Roma).
Selene accetta l’incarico.
E racconta di quegli anni come di un periodo in cui si dedica ad Amnesty e alla difesa dei diritti con grande determinazione e impegno.

Compito principale era quello di occuparsi dei prigionieri di coscienza, seguendo una regola semplice ma chiara: il principio dell’equilibrio, ovvero “la regola del tre”. Ogni volontario “adottava” tre prigionieri di coscienza: uno dell’Est, uno dell’Ovest e uno del Terzo Mondo. Gli attivisti scrivevano lettere personali da inviare ai governi dei paesi che li detenevano. A ogni riunione bimensile, ognuno portava tre lettere, una per ogni prigioniero in carico.

Anche in un mondo globalizzato, dove i muri sono caduti, come quello in cui oggi viviamo, vanno decisamente sottolineati i risultati dei volontari del Gruppo 4: trentadue sono stati i prigionieri liberati grazie al loro impegno e spesso non era così facile! Ad esempio per Lilian Ciliberti, un’attivista umanitaria uruguayana, sono state scritte 600 lettere per liberarla, ma alla fine l’impresa è riuscita!

Selene firmava le lettere “Renato”, un nome di copertura, così le persone liberate, pensavano di dover ringraziare un uomo… la sorpresa e la gioia erano sempre grandi!
Abbiamo anche potuto avere tra le mani dei veri e propri documenti: il disegno di un planisfero con i nomi dei prigionieri liberati nelle varie parti del mondo e i quaderni dove i volontari annotavano le azioni intraprese e da attuare per aiutare i prigionieri di coscienza. Pagine queste in cui è stata scritta una parte della storia di Amnesty.

Molte cose sono cambiate da allora, così come Amnesty è cambiata, ma siamo grate a Selene per averci permesso di ripercorrerne la nascita e il modo in cui si è sviluppata negli anni estendendosi anche a molti altri campi di intervento. Ma il suo è anche uno sguardo in avanti quando dice che “Amnesty non deve perdere di concretezza. Non è un fine, ma un mezzo per arrivare a denunciare, e possibilmente risolvere, le violazioni dei diritti umani”
Si augura anche che Amnesty Italia “lavori sempre più per il proprio paese, in modo da intervenire anche quando ci sono violazioni dei diritti umani anche qui da noi, come sta avvenendo nelle carceri, per i migranti e i rom”.

Gli esempi di vita e le parole di Selene Gallone sono state importanti per noi, ci hanno donato entusiasmo e forte senso di responsabilità verso il nostro impegno in Amnesty; ci hanno trasmesso una nuova carica e una forte motivazione; abbiamo anche capito che, se si vuole qualcosa fortemente, si possono ottenere conquiste impensate, ma anche che non sempre bisogna fare azioni eclatanti perché queste abbiano un’eco e un riscontro pratico.

A volte basta veramente poco! Grazie Selene!

Servizio Educazione Diritti Umani  Lombardia – Amnesty International

 

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