Accordo Italia-Libia: 4 mosse contro i diritti umani

A due anni dalla firma, l’accordo Italia-Libia sulle migrazioni, sostenuto dall’Unione europea, continua a produrre morti nel Mediterraneo e a favorire la detenzione nei centri libici di migliaia di uomini, donne e bambini in fuga da guerre e fame. In due anni sono annegate 5.300 persone, di cui 4.000 solo nella rotta del Mediterraneo centrale.

“Proprio a partire dall’accordo Italia-Libia di due anni fa – dice Paolo Pezzati, consulente politico per la crisi migratoria di Oxfam Italia – sono quattro le mosse che secondo la nostra analisi hanno causato un vero e proprio scacco ai diritti umani”.
Mossa numero 1Guardia Costiera libica, un attore illegittimo

Se la Libia non è un porto sicuro, si può continuare a ritenerla attore legittimo di una zona di ricerca e soccorso con la sua Guardia costiera? Secondo le stime in questo momento serve solo a intrappolare migliaia di migranti, esponendoli a sistematiche e quotidiane violazioni, in campi di detenzione equiparabili a lager ufficiali e non ufficiali.
“Nel 2018, la guardia costiera libica ha intercettato 15.000 persone e le ha riportate indietro esponendole nuovamente a condizioni disumane – aggiunge Pezzati – Attualmente, 6.400 persone sono intrappolate in luoghi di detenzione ufficiali in Libia, ma molte di sono detenute in “carceri non ufficiali”, alcune delle quali gestite direttamente da gruppi armati libici. Non solo: secondo l’ONU, anche i centri ufficiali in diversi casi sono gestiti dalle stesse persone che sono coinvolte nella tratta di esseri umani e nel traffico di persone – che proprio l’UE e l’Italia si sono impegnate a combattere. Pertanto, riportare i migranti in Libia non fa che alimentare il traffico di esseri umani”.

Mossa numero 2: Da Triton a Themis, meno approdi in Italia ma più rischi per i migranti.

La principale novità introdotta su richiesta del governo italiano, prevede l’obbligo di sbarco dei migranti e dei naufraghi soccorsi, nel porto più vicino al punto in cui è stato effettuato il salvataggio in mare e non più automaticamente in un porto italiano come succedeva con la missione Triton. Inoltre la linea di pattugliamento delle unità navali coinvolte è stata posta al limite delle 24 miglia nautiche dalle coste italiane, riducendo la zona operativa (Triton arrivava alle 30 miglia). Solo per le persone soccorse all’interno del limite diviene automatico lo sbarco in un porto italiano.

Mossa numero 3: La politica dei “porti chiusi” e dei pericoli aperti.

Il braccio di ferro tra gli stati europei, continua e continuerà a mettere in pericolo la vita di persone vulnerabili, violando allo stesso tempo la Convenzione europea per i diritti dell’uomo agli articoli 2 (diritto alla vita) e 3 (divieto di tortura e trattamenti inumani o degradanti). Rifiutando l’autorizzazione allo sbarco sul proprio territorio a tutte le navi coinvolte in azioni di salvataggio in mare, non si rispettano le norme del diritto interno e internazionale.

Mossa numero 4: Il nemico alle porte, le Organizzazioni Non Governative.

Tra il 2014 e il 2017, le navi delle ONG nel Mediterraneo hanno salvato la vita di 114.910 persone a fronte delle 611.414 soccorse, pari al 18,8% del totale. Nonostante questo la campagna di screditamento e criminalizzazione partita nel 2017 – che non ha generato alcuna condanna giudiziaria – ha determinato mancanza di soccorsi in mare; violazioni dei diritti umani ai danni dei migranti, perpetrati dalla Guardia costiera libica nel corso delle operazioni di salvataggio; ritardi nella segnalazione di naufragi, non denunciati anche per diversi giorni.

“Di fronte a tutto questo – conclude Pezzati – chiediamo con forza all’Italia di revocare l’accordo con le autorità libiche, in accordo con l’UE e altri Paesi europei.  Allo stesso tempo, facciamo appello all’Italia affinché interrompa la politica dei porti chiusi e al contrario si faccia promotrice a livello europeo di una nuova missione salvataggio nel Mediterraneo. All’Unione Europea chiediamo di fare tutti gli sforzi diplomatici possibili, affinché gli stati membri approvino nel Consiglio Europeo la Riforma del trattato di Dublino come votata dal Parlamento Europeo, con la previsione di una redistribuzione automatica dei richiedenti asilo”.
Fonti: https://www.repubblica.it

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