Aquarius: cosa è successo

Erano 629 a bordo di una nave in mezzo al Mediterraneo, 400 di loro sono stati trasferiti su altre due navi e tutti si sono diretti, a partire dalle 21.00 di oggi, al porto di Valencia.

Dunque sarà la Spagna ad accogliere i migranti che per tre giorni sono rimasti in attesa di sapere dove sarebbero andati, col terrore di essere rispediti in Libia.

La realtà che abbiamo vissuto in questi giorni concitati, pieni di accuse, di dichiarazioni, di tweet, di post è questa.

La realtà di persone di cui non sappiamo nulla, forse qualche nome, qualche nazione di provenienza. Poco di più.

È la realtà della nave Aquarius battente bandiera di Gibilterra al servizio della ong Sos Mediterranee e di Medici senza Frontiere, che è rimasta bloccata a 35 miglia dalle coste italiane e a 27 miglia da Malta con 629 persone a bordo dal 10 giugno quando Matteo Salvini, Ministro dell’Interno del Governo italiano ha dichiarato che i porti italiani sono chiusi. Non si passa. Non si sbarca. Nessuna salvezza nel Belpaese.

È la realtà anche dell’equipaggio della nave Aquarius, persone che fanno part di Medici senza Frontiere, persone che stanno lavorando giorno e notte, prima per salvare quella gente in mezzo al mare, ora per garantire loro la sopravvivenza e un approdo in un porto sicuro e stanno attendendo che il coordinamento dalla Centrale operativa della guardia costiera di Roma (Mrcc) gli dia indicazioni su dove attraccare

I ministri di Italia e Malta Paesi hanno litigato, nessuno dei due Paesi vuole aprire i porti, ognuno aspetta che sia l’altro a farsi carico di 629 vite, tra cui 7 donne incinta e 123 minori non accompagnati.

La questione è politica? Anche. Ma è soprattutto umanitaria: una nave con una capienza di 550 persone ne ha ospitate per tre giorni ben 629, razionando il cibo.

Come sono arrivati a bordo

Sono 229 le persone salvate dalla nave Aquarius mentre i loro gommoni si stavano capovolgendo in mezzo all’impietoso mar Mediterraneo. Altre 400 sono state prese a bordo dopo essere state salvate a largo delle coste della Libia dalla Guardia Costiera italiana.

L’Onu ha redarguito Italia e Malta intimando di far sbarcare quelle persone entro oggi, 11 giugno.

Gli ordini dati da Roma violano diverse norme del diritto internazionale.

L’Italia, in quanto stato sovrano può decidere di negare l’attracco a una nave che batte una bandiera straniera se sospetta che l’arrivo della nave arrechi “pregiudizio alla pace, al buon ordine e alla sicurezza dello stato costiero” in base alla convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare del 1982, ratificata dall’Italia nel 1994.

Ma il Diritto internazionale prevede anche che le persone soccorse in mare debbano essere trasportate nel porto sicuro più vicino alla zona del salvataggio.

Se l’Italia chiudesse i porti alle persone violerebbe l’articolo 33 della convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951 e gli articoli 2, 3 e l’articolo 4 del quarto protocollo della convenzione europea dei diritti dell’uomo.

Soccorrere 629 persone è una questione di umanità, la politica può essere discussa in un secondo momento.

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