Arabia Saudita: già la tredicesima esecuzione nel 2015

saudiarabiaPochi giorni dopo la nomina di Re Salman, nuovo re dell’Arabia Saudita, è già arrivata la prima decapitazione, addirittura la tredicesima dall’inizio del 2015. Il condannato, l’insegnante Moussa al-Zahrani, è stato accusato del rapimento e stupro di diverse ragazze, ma ha continuato a dichiararsi innocente fino alla fine, accusando la polizia di aver condizionato il processo. «Nego con forza tutte le accuse che mi sono state fatte. È una mistificazione della realtà. Le accuse che mi vengono fatte non sono accettabili nella nostra religione. Sono state manipolate con malizia». Tutta la sua famiglia lo ha sempre  fermamente sostenuto, credendo nella sua innocenza e nella corruzione della polizia, ma il ministero degli Interni non ha avuto il minimo dubbio sulla sua condanna e lunedì 26 gennaio ha avuto luogo la decapitazione.

Quello di Moussa al-Zahrani non è però l’unico caso in cui le procedure giudiziarie hanno sollevato diverse perplessità, come ha fatto notare lo scorso settembre un osservatore indipendente dell’Onu, così come nel corso degli anni diverse organizzazioni umanitarie. In Arabia Saudita è stata infatti denunciata una quasi totale assenza di garanzie legali per gli imputati.

Nel 2013, inoltre, secondo un rapporto di Amnesty International, l’Arabia Saudita si è classificata terza (dopo Cina e Iran) nel numero di esecuzioni inflitte ai condannati. La pena di morte, infatti, applicata in rigida osservanza della Sharia, è prevista per svariati crimini: stupro, omicidio, rapina, traffico di droga, adulterio, sodomia, omosessualità, stregoneria, sabotaggio e apostasia. Esistono vari metodi di esecuzione: lapidazione, impiccagione e decapitazione, la quale è tra tutti il più diffuso.

Nel 2004 l’Arabia Saudita ha votato contro la risoluzione per l’abolizione della pena capitale.

 

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