Bhopal, da oltre 25 anni in attesa di giustizia

Bhopal, bambini vicino a un pozzo che contiene acqua contaminata. © Rachna Dhingra

La popolazione di Bhopal (India) è da oltre 25 anni in attesa di giustizia a seguito del più grande disastro chimico della storia avvenuto nella fabbrica della Union Carbide di Bhopal.

Si ricorda infatti che, nella notte tra il 2 e il 3 dicembre del 1984, una quantità enorme di gas MIC (isocianato di metile) si è sprigionata dalla fabbrica della società americana Union Carbide di Bhopal, contaminando l’intera zona e uccidendo migliaia di persone.

La Union Carbide era una società specializzata anche nella produzione di pesticidi e già da anni operava nel mercato indiano, non solo nel settore dei prodotti chimici, ma anche in altri settori (vetro laminato, ecc.). Tra la fine degli anni ’70 sino al 1984, la fabbrica di Bhopal era destinata alla produzione di un particolare insetticida (denominato “Sevin”), ottenuto dal MIC, le cui confezioni indicavano “pericolo di morte in caso di inalazione”.

Nel dicembre 1984, 40 tonnellate di gas micidiali sono fuoriuscite dalla fabbrica, provocando migliaia di vittime (ad oggi si stimano 25.000 decessi dovuti a tale tragedia) e avvolgendo una zona di circa 20 km quadrati.

Successivamente è emerso che gli impianti non erano perfettamente funzionanti (anche per lo spegnimento di alcuni sistemi di sicurezza, che si trovavano in stato di riparazione); inoltre, non sono nemmeno state attivate le sirene per allertare la popolazione di quanto in atto.

Gli effetti sono ancora oggi molto evidenti e gli abitanti di Bhopal continuano a subire le tragiche conseguenze ad oltre 25 anni dal disastro.

Infatti, non solo sono decedute migliaia di persone la notte dell’incidente e nelle ore immediatamente successive, bensì ancora oggi molti innocenti continuano a morire per le conseguenze della contaminazione chimica e altre migliaia di persone (si stimano oltre 100.000) soffrono di malattie croniche per il solo fatto di vivere a Bhopal.

La tragedia non è rappresentata solamente dall’orrendo disastro del 1984, ma anche e soprattutto dall’indifferenza e dal cinismo dimostrati dai responsabili, i quali non si sono mai impegnati a far fronte a tale situazione, negando solidarietà e giustizia agli abitanti di Bhopal.

Nel corso degli anni, sono stati instaurati numerosi processi, sia dinanzi alle competenti autorità indiane, che al cospetto delle corti americane, al fine di ottenere un risarcimento per le migliaia di vittime e per i malati cronici, nonché per assicurare un’importante e assolutamente necessaria operazione di bonifica della zona contaminata.

Inizialmente, a fronte di una prima richiesta di risarcimento del governo indiano alla Carbide (attualmente Dow Chemicals, a seguito di un’acquisizione) pari a 3,3 miliardi di dollari, la compagnia è poi riuscita ad ottenere un accordo stragiudiziale con le autorità competenti e si è limitata a versare l’importo di 470 milioni di dollari, che, peraltro, è rimasto congelato per moltissimi anni e non è risultato immediatamente disponibile per presunte lungaggini burocratiche.

Infatti, nelle more degli infiniti processi, ricorsi, azioni e sopralluoghi di numerose associazioni internazionali e non (oltre ad Amnesty International, si ricorda ad esempio l’impegno di Greenpeace, nonchè delle infinite associazioni locali indiane sorte all’indomani della tragedia, e di altri importanti media, tra cui la BBC), solo negli ultimi anni (dal 2004) l’unico risarcimento versato dalla Carbide è effettivamente entrato nella disponibilità della popolazione locale.

Si tratta in ogni caso di un risarcimento minimo, considerando che sono stati distribuiti circa 555 dollari a testa a fronte di costosissime ed interminabili cure mediche, di malattie croniche che richiedono controlli, medicinali e visite specialistiche assai frequenti, oltre alla situazione di estrema povertà e di disagio che gli abitanti affrontano ormai da troppi anni.

E anche nel risarcimento dei danni si notano le differenze ancora troppo lampanti del nostro pianeta. Infatti, in passato la Dow (ex Carbide) aveva risarcito una famiglia americana per i danni provocati al sistema nervoso del loro figlio danneggiato dal pesticida Dursban, prodotto dalla compagnia. La cifra del risarcimento per la sola famiglia americana ammontava a 10 milioni di dollari. E poi, nonostante ora il pesticida sia proibito negli Stati Uniti, la Dow ancora lo commercializza in India come un prodotto sicuro.

Dal punto di vista medico, inoltre, le conseguenze del disastro chimico sulla salute umana riguardano in particolare problemi polmonari, cancri alle vie respiratorie, oltre a cecità, nausee, vomiti, fitte al petto, nonché malformazioni per i figli di coloro che sono stati esposti ai gas nel 1984 o che semplicemente continuano a vivere nei luoghi del disastro.

I responsabili di tutto questo sono ancora in libertà, non ammettono ufficialmente le proprie colpe e responsabilità, e neppure collaborano in alcun modo per provare a migliorare le condizioni di vita di quella popolazione.

Infatti, la zona di Bhopal non è mai stata del tutto bonificata e i pochi interventi ufficiali volti alla bonifica del territorio non si sono rivelati sufficientemente efficaci. Ciò è dimostrato da vari controlli operati da numerose associazioni e da esperti, che rivelano la presenza di preoccupanti quantità di materiale tossico nella terra che ogni giorno viene coltivata, nell’acqua che quotidianamente viene utilizzata dalla popolazione locale per bere, cucinare, lavarsi, ecc.

Basti pensare che in una occasione in cui Greenpeace ha portato – in segno di protesta e per sollecitare l’attenzione mondiale sul caso – alcuni barili di acqua di Bhopal dinanzi alla sede americana della Dow (ex Carbide), la stessa società si è preoccupata di far intervenire alcuni addetti specializzati, munti di tute isolanti, mascherine e attrezzatura specifica, per rimuovere i barili. E la stessa acqua è l’unica che la gente di Bhopal ha a disposizione ogni giorno.

La terra di Bhopal è ancora pericolosamente contaminata, il disastro si protrae da oltre 25 anni, le azioni legali proseguono senza ancora portare ai risultati sperati e la popolazione locale protesta e lotta contro malattie e inquinamento tossico, sotto gli sguardi inerti dei veri responsabili.

Fonti:

Francesca Rosti (Redazione Sdf)

 

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