Birmania: la pulizia etnica contro i Rohingya

Sono oltre mezzo milione le persone del popolo Rohingya rifugiate in Bangladesh dallo scorso 25 agosto: lo ha documentato l’Onu, che ha chiesto anche accesso illimitato al Pese e un’estensione del mandato della Missione internazionale d’Inchiesta sulla Birmania per poter stabilire i fatti delle violazioni di diritti umani e degli abusi in atto nel Pase.

Un vero e proprio esodo che passa attraverso il fiume Naf, che segna il confine tra Myanmar e Bangladesh, dove i Rhingya cercano rifugio dalle violenze dell’esercito birmano, che spara loro addosso anche quando sono a bordo delle imbarcazioni di fortuna che usano per passare il confine.

Una crisi di proporzioni vastissime, che spinge l’Onu a chiedere 430 milioni di dollari in aiuti internazionali per rispondere all’emergenza e sostenere il Bangladesh che sta accogliendo centinaia di migliaia di persone in fuga.

 

L’inizio degli scontri

Da anni i musulmani Rohingya lamentano le ingiustizie subite in un Paese a maggioranza buddista, ma la tensione è giunta al suo apice lo scorso 25 agosto, quando un gruppo di militanti Rohingya ha sferrato un attacco coordinato a 30 posti di blocco della polizia e a una base dell’esercito nello stato di Rakhine, dove vive la maggioranza dei Rohingya stessi.

Negli scontri con le forze dell’ordine sono morte 71 persone, tra cui 59 insorti e 12 membri delle forze di sicurezza.

Chi sono i Rohingya

I Rohingya sono una popolazione musulmana di poche centinaia di migliaia di persone, che vivono per la quasi totalità nello Stato del Rakhine, Birmania occidentale, al confine con il Bangladesh.

Non si conosco bene le loro origini, ma la loro presenza in quella zona è attestata a partire dal 1785, quando il territorio fu conquistato dagli inglese che incoraggiarono gli abitanti delle regioni limitrofe a migrare in quelle terre fertili.

Dopo la fine della dominazione inglese e durante il governo della giunta militare birmana dal 1962 i Rohingya furono duramente discriminati e la loro situazione continuò ad essere critica anche dopo la fine del governo militare.

La legge sulla cittadinanza del 1982, infatti, non riconosce i Rohingya come uno dei 130 gruppi etnici differenti presenti nel Paese e quindi di fatto non permette loro di avere lo status di cittadini.

Essere un musulmano Rohingya in Birmania vuol dire dover chiedere permessi al Governo per moltissime attività, tra cui sposarsi o anche solo partecipare ad un funerale.

Gli scontri tra i Rohingya e la maggioranza buddista nel Paese sono all’ordine del giorno.

La situazione era talmente critica anche prima delle ultime violenze che nel 2013 le Nazioni Unite hanno chiesto alla Birmania di riconoscere ufficialmente la cittadinanza alla minoranza Rohingya.

Cosa sta succedendo adesso

Dopo gli scontri del 25 agosto, la situazione è decisamente precipitata.

L’Alto Commissario Onu per i diritti umani Zeid Ra’ad al-Hussein, già lo scorso 11 settembre ha parlato di pulizia etnica operata dai buddisti contro i musulmani Rohingya, affermando che “In Myanmar, un’altra brutale operazione di sicurezza è in corso nello Stato Rakhine e questa volta è chiaramente sproporzionata e priva di rispetto dei principi fondamentali del diritto internazionale”.

Lo stesso segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, ha affermato che “la situazione umanitaria in Birmania è catastrofica” lanciando un appello alle autorità del Paese affinché sospendano le attività militari e le violenze.

Altre testimonianze della gravità di ciò che sta accadendo in Birmania vengono da più parti, per esempio dall’organizzazione per i diritti umani Arakan Project che ha documentato la completa cancellazione della township Rohingya di Maugdaw, sempre nel Rakhine.

La leader Birmana e premio Nobel per la pace San Suu Kyi ha negato che i villaggi abitati dalla minoranza dei Rohingya siano stati fatti oggetto di violenze e ha dichiarato di non temere l’ispezione internazionale.

Da parte sua, lo stesso Dalai Lama ha sostenuto che di fronte alla tragedia che è in corso nello Stato di Rakhine, in Birmania, “Lord Buddha avrebbe sicuramente aiutato i rohingya” musulmani in fuga dichiarando di provare “tanta tristezza” per quello che sta accadendo in Myanmar.

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