Braccianti agricole: l’usurante assenza di sostegno per le lavoratrici nei campi

Sono molte le mamme, mogli, donne che vivono una situazione di lavoro precario, usurante, malpagato e difficilmente conciliabile con la famiglia, quali le braccianti agricole sfruttate nelle campagne.

«Mi alzo alle 4 del mattino, da settembre alle 5 perché prima c’è ancora buio, e rientro a casa fra le 12.30 e le 14.30. Il pomeriggio torno al lavoro, tranne da ottobre in poi perché fa scuro presto». La testimonianza di Rita è una delle tante raccolte nel rapporto curato da ActionAid dal titolo “Donne, madri, braccianti. Appunti per il miglioramento delle condizioni di vita delle lavoratrici in agricoltura nell’area metropolitana di Bari“, pubblicato a luglio.

L’indagine rientra nel progetto Cambia Terra e parte dalla volontà di mappare le condizioni delle lavoratrici. Tra gli obiettivi c’è anche la volontà di contribuire ai processi di inclusione e di riduzione della povertà delle donne braccianti.

I numeri dicono che in Puglia il lavoro nei campi è ancora per molti la prima scelta, ma che si tratta comunque di un impiego a scadenza. Stando ai dati diffusi da ActionAid, nel 2014 sono stati 4.634 i lavoratori assunti a tempo indeterminato, oltre 180 mila quelli stagionali, di cui circa 140 mila italiani, il resto stranieri.

Alto anche il numero delle donne impiegate nel settore agricolo: 62.550 quelle italiane, 13.545 le straniere. Molte di loro sono assunte come lavoratrici stagionali, con contratti che non garantiscono le tutele minime. Come la disoccupazione. Per beneficiarne bisogna avere all’attivo almeno 50 giornate di lavoro. Chi non le raggiunge non ha diritto al sussidio, a chi ci riesce può succedere che non siano registrate. «Questo dovrebbe essere il mio secondo anno di disoccupazione agricola – dice Rita – ma ogni anno c’è un problema di giornate registrate, sono sempre meno di quelle che faccio».

Per le donne sono carenti anche le condizioni assistenziali che le aiutino a conciliare un lavoro faticoso con la famiglia. A spiegarlo è ancora Rita. «Quando torno non so da dove iniziare: devi cucinare, devi pulire, e se è il periodo della scuola devi aiutare i bambini a fare i compiti. Non hai proprio la forza di seguire i figli. Ti rendi conto che comunque crescono e chiedono aiuto e tu non riesci ad aiutarli. Hai solo voglia di dormire e appena ti stendi nel letto ti vengono i sensi di colpa».

Quello della scuola, è un tema particolarmente sentito da tutte le intervistate. Anche perché in campagna, l’equazione laurea=lavoro migliore è ancora forte. Le braccianti, infatti, hanno esigenze diverse dalle altre madri. Intanto, hanno bisogno di una scuola che non si concluda a giugno, ma che continui in qualche modo anche d’estate. Questo perché l’istituzione scolastica può arrivare là dove le braccianti non arrivano perché troppo stanche per seguire al meglio i figli.

Le preoccupazioni per le braccianti agricole pugliesi non riguardano solo i figli, ma anche la loro salute: per queste donne non c’è un’assistenza medica preventiva, né vengono sottoposte a visite per verificare quanto il lavoro nei campi danneggi il loro fisico, ora e in futuro.

Di recente sono comunque arrivate delle buone notizie. Il 18 luglio il Comune di Adelfia ha firmato il patto “La buona terra: legami di prossimità”. Nel documento si parla di collaborazione tra l’amministrazione comunale, 15 donne braccianti che rientrano nel progetto Cambia Terra, ActionAid, l’Auser di Rutigliano, la cooperativa sociale Occupazione e solidarietà, il presidio Libera Adelfia, la parrocchia Immacolata, la parrocchia San Nicola di Bari e l’associazione Solidaria. L’elenco degli attori coinvolti è variegato e riflette la volontà di creare sistemi di welfare locale per migliorare le condizioni delle braccianti agricole.

Varie le misure di sostegno alle lavoratrici richieste da Actionaid: tra queste la realizzazione di nidi, agrinidi e “sezioni primavera”, con apertura possibilmente alle 5 del mattino e copertura del servizio anche nei mesi estivi, servizi sperimentali di assistenza psicologica e l’estensione di servizi pubblici mobili per la prevenzione medica e specialistica dei traumi da lavoro.

Continuano inoltre le azioni che andrebbero a implementare il protocollo contro il caporalato e lo sfruttamento lavorativo in agricoltura già attivato dalle prefetture di Foggia e Lecce, siglato a maggio 2016 dal ministero del Lavoro, dell’Interno e da quello delle Politiche agricole, alimentari e forestali.

Fonti: https://www.osservatoriodiritti.it

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