Chernobyl: 33 anni dall’esplosione che ancora condiziona la qualità della vita di migliaia di persone

Centinaia di persone si sono riunite intorno al memoriale dedicato alle vittime a Slavutych, a 50 chilometri dalla centrale nucleare.
Il 26 aprile 1986, il reattore numero quattro della centrale di Chernobyl, circa 100 chilometri a nord della capitale Kiev, esplose durante un fallito test di sicurezza. Il reattore bruciò per 10 giorni rilasciando nell’atmosfera elementi radioattivi che contaminarono tre quarti d’Europa.
Le autorità cercarono di coprire l’incidente.
La Svezia fu la prima a lanciare l’allarme dopo che gli scienziati avevano rilevato, il 28 aprile, un picco dei livelli di radiazione.
L’allora segretario generale del Partito Comunista dell’unione Sovietica (PCUS) Mikhail Gorbaciov non rilasciò dichiarazioni pubbliche fino al 14 maggio.
Quasi 350.000 persone che vivevano in un raggio di 30 chilometri dall’impianto furono evacuate. Circa 600.000 cittadini sovietici che divennero noti come “liquidatori” – per lo più lavoratori di emergenza e impiegati statali – furono inviati con poca o nessuna attrezzatura protettiva per aiutare a ripulire e costruire un sarcofago in cemento sopra il reattore danneggiato. Il numero di morti direttamente causati dall’incidente è ancora oggetto di dibattito, con stime che variano da 30 a 10.000. 
Nel novembre 2016 è stata eretta una seconda massiccia cupola metallica sui resti del reattore, costata 2,1 miliardi di euro pagati con finanziamenti internazionali per fermare future perdite e garantire la sicurezza per generazioni. Dopo l’installazione, secondo le stime ufficiali, i livelli di radiazioni vicino al reattore sono diminuiti del 90 per cento in un anno.  Intanto a ottobre, sul luogo del più grave disastro nucleare della storia sono iniziati i test della nuova centrale elettrica “green”, che produrrà energia solare.

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