Cittadinanza: l’Italia sono anch’io

Un iter lungo, complesso, laborioso, rallentato dalla necessità di mediare tra posizioni spesso motivate dall’ideologia e dal calcolo elettorale, e non dalla volontà di cambiare uno stato di cose che non regge alla prova dei tempi e del buonsenso. E’ quello della legge sulla cittadinanza, che il governo mette in cima alla propria lista, subito dopo la riforma costituzionale e insieme alla legge sulle unioni civili, e che da sei mesi è in discussione alla commissione affari costituzionali: l’auspicio è che si arrivi alla formulazione entro la prossima estate.

 “La cittadinanza è il diritto ad avere diritti – ha detto la presidente della Camera, Laura Boldrini, nel corso dell’incontro organizzato per fare il punto sulla riforma della legge, dalla campagna L’Italia sono anch’io, promossa dalle principali organizzazioni sociali impegnate nel campo dei diritti dei migranti, in occasione della Giornata Internazionale delle Nazioni Unite per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie – è la madre di tutte le questioni che riguardano l’inclusione, ma è un diritto osteggiato. Non capisco le resistenze in parlamento a fare una legge sulla cittadinanza. Chi ha interesse a non dare diritti a chi vive sul territorio? Chi vive qui, parla italiano, fa figli qui, come può non essere considerato cittadino?”

Sulla base del diritto di sangue, ha osservato la Boldrini, vi sono in altri paesi cittadini italiani di terza, quarta, quinta generazione, che non parlano la nostra lingua e magari non sono nemmeno mai stati in Italia né pagano tasse qui: perché allora discriminare chi in Italia è nato e vive? “Dobbiamo arrivare a un testo condiviso: c’è una proposta di legge di iniziativa popolare, ci sono proposte parlamentari, ma la contrapposizione è tale che nelle aule ci troviamo di fronte a prese di posizione basate sull’ideologia”. Il contributo degli immigrati è una risorsa preziosa per il nostro Paese, che vale 10 punti di Pil e 16,6 miliardi di tributi e contributi Inps l’anno: la loro inclusione creerebbe una società più armoniosa, ha sottolineato la presidente della Camera.

La coalizione che ha promosso la campagna ha depositato in Parlamento, ormai 3 anni fa, due proposte di legge di iniziativa popolare, raccogliendo più di 200mila firme. Il primo testo introduce il diritto di voto alle elezioni amministrative per gli stranieri residenti da 5 anni. Il secondo propone una riforma della legge sulla cittadinanza, che contiene, tra l’altro, l’introduzione dello ius soli, il diritto di chi nasce in Italia a essere italiano. Attualmente chi nasce in Italia da genitori stranieri ha tempo dodici mesi, al compimento del diciottesimo anno, per richiedere la cittadinanza, ma fino ad allora è uno straniero.

E’ un impegno che il governo ha preso e intende mantenere – ha assicurato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Graziano Delrio – credo che l’Italia sia matura per una legge”. Quello della cittadinanza, ha detto, “è un problema che esiste, e sarebbe infantile evitarlo, come ben sanno i sindaci delle città, che non a caso hanno sottoscritto la proposta di legge popolare in materia”

“Abbiamo una grandissima occasione che è quella di ritrovare il senso della nazione, sono convinto che il parlamento non mancherà l’appuntamento di darci entro giugno, entro l’estate, una legge vera e seria, che ci restituisca l’orgoglio di essere italiani. Io – ha concluso Delrio, – per quello che conta, sicuramente l’appoggerò”.

Paradossale vincolare la cittadinanza allo ‘ius culturae’. Filippo Miraglia, vicepresidente nazionale Arci, ha deplorato che oggi, su 60 milioni di abitanti, solo 55 siano italiani a pieno titolo, e ha ricordato che il 15 per cento dei nati in Italia nel 2013 sono figli di immigrati. Miraglia ha anche sollevato la questione della controversa proposta lanciata nel 2012 dall’allora ministro Riccardi e rilanciata dal premier Renzi, quella dello ‘ius culturae’, che lega la concessione della cittadinanza al completamento di un ciclo di studi la cui durata resta ancora da definirsi: sarebbe paradossale, ha osservato Miraglia, vincolare il diritto di cittadinanza al rendimento scolastico di un bambino.

C’è chi si oppone a una “cittadinanza facile”. Marilena Fabbri, deputata PD e co-relatrice del testo unificato della proposta di legge di riforma della L.91/92 sulla cittadinanza, ha sottolineato le difficoltà di una difficile mediazione con le forze politiche che vedono nella “cittadinanza facile” un rischio da contrastare, e ha fatto propria la proposta di uno ius soli temperato garantito dalla residenza in Italia da alcuni anni, come accade in altri paesi. Lorenzo Trucco, presidente ASGI, ha definito insensata l’idea di legare la concessione del diritto di cittadinanza al rendimento scolastico: la campagna L’Italia sono anch’io, ha detto, nasce per porre riparo a una gravissima ingiustizia giuridica. Nel nostro paese, ha lamentato, chi chiede la cittadinanza può finire per aspettare anche sette anni: esistono casi di famiglie con la medesima storia, nelle quali a uno è stata concessa la cittadinanza e a un altro no.

La Rete G”.
“Scenderemo in campo per impedire una riforma che guardi solo agli equilibri del Palazzo”, ha assicurato. Lucia Ghebreghiorges, della rete G2 seconde generazioni, ha sottolineato che riconoscere la cittadinanza ai figli di stranieri nati qui è interesse di una nazione che voglia proiettarsi sul futuro: questi giovani servono al paese, ha detto; il fatto che non sia loro concessa la cittadinanza “è un problema che rientra nell’arresto di modernità di cui questo Paese soffre”.

 

Fonti: www.larepubblica.it

 

Print Friendly, PDF & Email

No comments.

Leave a Reply