Convenzione di Instanbul: memorandum sullo stop alle persecuzioni di genere

Le donne migranti richiedenti protezione internazionale sono una categoria di soggetti particolarmente vulnerabile: spesso fuggono dai paesi di origine perché sono perseguitate e vittime di violenze, non solo legate a contesti di guerra, ma anche domestiche.

A fine 2017 Suprema Corte di Cassazione ha analizzato il caso di una donna nigeriana costretta a lasciare la sua terra dopo la morte del marito. A causa del suo rifiuto di sposare il cognato, la donna era stata privata della potestà genitoriale e di tutti i suoi beni ed era stata perseguitata dal fratello del marito.
La donna aveva chiesto la protezione internazionale sussidiaria in Italia ma avendo la Commissione territoriale respinto la richiesta, era ricorsa al Tribunale di Bologna. Il giudice bolognese ha accolto il ricorso ma successivamente il Ministero dell’interno ha proposto un appello. La Corte di appello di Bologna ha accolto il gravame e la donna straniera ha fatto ricorso per Cassazione, la quale ha accolto il ricorso della cittadina nigeriana riconoscendo la causa di persecuzione basata sul genere sulla base del quadro normativo internazionale, Convenzione di Istanbul sulla prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne.

La convenzione internazionale obbliga gli Stati che l’hanno ratificata “ad adottare le misure legislative o di altro tipo necessarie per garantire che la violenza contro le donne basata sul genere possa essere riconosciuta come una forma di persecuzione ai sensi dell’art. 1, A della Convenzione relativa allo status dei rifugiati del 1951 e come una forma di grave pregiudizio che dia luogo di una protezione complementare/sussidiaria”.

Nell’accertamento dei motivi di persecuzione, così come nell’esame delle domande di asilo, la persecuzione di genere non può essere più trascurata.

Fonti: http://www.ingenere.it/

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