Cosa ne è stato della primavera araba?

Primavera arabaUn anno e mezzo dopo le rivoluzioni civili che hanno attraversato l’intero Maghreb e che hanno definitivamente cambiato il panorama politico di quella terra, ci si domanda cosa ne è stato degli slogan urlati dal popolo nord africano nelle piazze, della voglia di democrazia e libertà.

Cercheremo di capirlo, analizzando l’attuale situazione dei due Paesi che sono stati i veri protagonisti di quella rivoluzione: l’Egitto e la Libia.

In Egitto, qualche settimana fa, è stato nominato il primo governo democratico dopo circa 30 anni di dittatura. Sebbene questa elezione non è stata affatto priva di ostacoli e contestazioni.

La vittoria elettorale dell’attuale premier, Mohammed Morsi, leader del partito dei Fratelli mussulmani, è stata inizialmente contestata dal rivale, Ahamed Shafiq, che incarna il vecchio regime dittatoriale di Mubarak, essendo stato suo Primo ministro.
La Corte Costituzionale, spinta dalla giunta militare che ha governato il Paese nella fase di transizione successiva alla dittatura, decise di sciogliere il Parlamento perché un terzo dei suoi membri, eletti come indipendenti, risultava essere stato nominato su basi incostituzionali. La decisione, vista dai Fratelli mussulmani come un velato colpo di stato dei militari, mobilitò i suoi sostenitori ed organizzò un sit-in in piazza Tahrir per protestare contro questa decisione. Solo dopo qualche giorno, quando la vittoria dei Fratelli mussulmani sembrava ormai certa e le pressioni internazionali diventavano sempre più forti, i militari decisero di cedere il potere al governo legittimamente eletto dal popolo egiziano.

Mi rendo conto che è ingenuo pensare che per l’Egitto il passaggio alla democrazia, dopo tanti anni di dittatura, potesse essere semplice. Non dimentichiamoci che anche nelle più navigate democrazie occidentali spesso scoppiano contestazioni circa l’esatto conteggio dei voti. Tuttavia, mi sorge spontaneo domandarmi se la giunta militare avesse ceduto il potere a Morsi ed al suo partito, se i leader internazionali, in primis il Presidente Obama e la sua vice Hillary Clinton, non si fossero mobilitati perché questo avvenisse. Ma, come si suol dire, tutto bene quel che finisce bene.

La situazione libica, invece, rimane ancora molto difficile.

Medio Oriente_Africa del NordDopo la caduta di Gheddafi, la Libia è governata da un Consiglio nazionale di transizione formato da leader tribali ed oppositori di Gheddafi. In questi giorni, in Libia si aprono i seggi e si dà ufficialmente il via alla conclusione di quel processo democratico cominciato con la deposizione del dittatore.I seggi saranno aperti dalle 8 alle 20, i libici iscritti alle liste elettorali sono più di 2,7 milioni. In palio ci sono 200 posti nell’Assemblea costituente: di questi 80 andranno ai partiti politici e il rimanente ai candidati indipendenti. I candidati indipendenti sono 2.500, 1.200 appartengono a 142 partiti politici.

L’Assemblea costituente avrà il compito di nominare un nuovo governo e una commissione per redigere una Costituzione che dovrà poi essere ratificata con un referendum. Successivamente verranno fissate nuove elezioni nel 2013 per eleggere un Parlamento che sostituisca il CNT, sperando che il paese non si divida prima. Infatti, la situazione libica non è affatto semplice: le bande armate scorrazzano indisturbate per il paese, la Cirenaica si è proclamata regione semi-autonoma, il sistema giudiziario non esiste ancora, il CNT ha dichiarato che la Costituzione sarà certamente alla sharia e pochi giorni fa un gruppo di federalisti armati ha ordinato la chiusura di due terminali petroliferi nell’est del paese costringendo allo stop della produzione.

Amnesty International, in un recente rapporto intitolato “Libia: primato della legge o primato delle milizie?”, denuncia che, dopo un anno dalla caduta di Gheddafi, le continue violazioni dei diritti umani, tra cui arresti e imprigionamenti arbitrari, torture con conseguenze anche mortali, omicidi illegali e sfollamenti forzati di popolazioni eseguiti con impunità, stanno gettando un’ombra negativa sulle prime elezioni nazionali dalla caduta del regime di Muhammar Gheddafi.

Durante una sua visita in Libia a maggio e giugno, Amnesty International ha verificato che centinaia di milizie armate continuano ad agire al di sopra della legge, molte delle quali rifiutando di disarmare o di arruolarsi nell’esercito e nelle forze di polizia.
Il ministero dell’Interno ha dichiarato all’organizzazione per i diritti umani di essere riuscito a smantellare quattro milizie della capitale, una percentuale esigua sul totale.

Per approfodimenti Libia la stretta mortale delle milizie corrode il primato della legge e Le persone e la dignità: Libia torture e imprigionamenti

Leggi anche il Rapporto Annuale 2012 di Amnesty International su Medio Oriente e Africa del Nord

Marcello Bonazzi (La Redazione)


Marcello Bonazzi è nato a Lodi nel 1987. Laureato presso l'Università di Pavia in Diritto Internazionale, attualmente svolge la pratica forense presso uno studio legale. E' attivista di Amnesty International e membro della redazione di Segnali di Fumo.

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