Cosa vogliono gli iraniani. Proteste e diritti negati

 

Il 2018 è iniziato con un’ondata di violenze in Iran

Iran's 12th Presidential ElectionNei giorni degli scontri verificatisi a cavallo tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio in seguito alla nuova ondata di proteste antigovernative, si sono contate decine di vittime e oltre 1000 persone arrestate, la maggioranza dei quali sono studenti, con un’età media di 25 anni. Oltre alla repressione tradizionale, non certo soft, le autorità del Paese hanno provveduto anche all’oscuramento dei canali online: il 31 dicembre l’ordine di bloccare qualsiasi comunicazione via internet è arrivato direttamente dal National Security Council guidato dal leader supremo, l’ayatollah Khamenei.

Gli iraniani non si sono però dati per vinti, e sono ricorsi a sofisticati software per aggirare le maglie strette del regime o, più tradizionalmente, hanno affidato i loro messaggi ai graffiti di cui hanno tappezzato i muri. Nel giro di pochi giorni le proteste si sono estese a 50 città in tutto il Paese.

Non ha tardato ad arrivare la condanna di Ali Khamenei che ha accusato i “Paesi nemici dell’Iran” di fomentare le proteste “per colpire le istituzioni islamiche”. La nota ironica, se di ironia si può parlare, è che il suo messaggio è stato affidato a Twitter.

Donald Trump, che ha seguito l’evolversi della situazione con gli occhi preoccupati dell’America e di tutto il mondo, ha subito risposto che “il popolo dell’Iran sta finalmente agendo contro un regime brutale e corrotto”. Da parte degli Stati Uniti è stato chiesto il rispetto dei diritti umani e l’intervento dell’Onu, che ha subito convocato una riunione d’emergenza del Consiglio di sicurezza, trasformatasi in un acceso dibattito sulle politiche di interferenza degli Stati Uniti con la sovranità di altri stati. L’Onu, riunito, ha fatto appello alla calma, ma di fatto gli scontri sono continuati ancora per qualche giorno.

Cosa significano davvero gli scontri a Teheran

Capire cosa è successo veramente nel Paese risulta alquanto difficile, soprattutto perché è complesso decifrare la situazione dell’Iran e della sua popolazione. Molti analisti ed esperti del Paese hanno invitato a frenare gli allarmismi: l’Iran è sempre stato un Paese facile alle proteste (ricordiamo l’Onda Verde del 2009-2010), una sorta di pentola a pressione in continua ebollizione che tende a sfogare violentemente il suo fiotto di vapore quando il regime stringe troppo la valvola della repressione.

Ma questa volta, forse, qualcosa in più c’è. Ed è l’insoddisfazione evidente degli iraniani per le promesse disattese di ritorno alla floridità a seguito dell’accordo sul nucleare fortemente voluto e promosso da Obama, e dapprima osteggiato poi faticosamente confermato da Donald Trump.

Erano stati promessi grandi cambiamenti a questo popolo che all’alba del 2018, invece, si ritrova con un tasso di disoccupazione che supera il 12%, aumenti continui (+70% del prezzo della benzina, +40% del costo di luce e gas) e l’abolizione dei sussidi governativi per oltre 20 milioni di persone. Tutto ciò mentre l’oneroso impegno nella guerra in Siria ha portato sul campo di battaglia migliaia di soldati, ha aumentato le spese militari e previsto prestiti al regime di Bashar al Assad e finanziamenti per organizzare altre milizie al servizio del regime di Damasco.

Un quadro economico che ha portato forte scontento per il governo di Hassan Rouhani. A conferma di ciò sembra esserci il fatto che le proteste sono partite da Mashhad, cittadina di Ebrahim Raisi, il religioso che fu il principale sfidante di Rouhani alle ultime elezioni.

La rivoluzione culturale

L’ebollizione della pentola a pressione iraniana, però, è alimentata da tempo ormai da questioni di natura culturale e religiosa che sono diventate più evidenti dopo le proteste del 2009. Il popolo iraniano chiede maggiore apertura da parte del regime: le persone vogliono utilizzare cellulari e smartphone e navigare in internet senza subire la censura del regime; uomini e donne vogliono potersi mescolare e dialogare apertamente, le donne rivendicano la libertà di vestirsi come vogliono e non indossare il velo, come testimonia il cosiddetto “mercoledì bianco”, l’iniziativa ricorrente con cui molte donne iraniane sfidano il regime togliendosi il velo per poi fotografarsi e pubblicare le foto sui social.

Ed ecco che il regime sapientemente apre un po’ la valvola, allenta la pressione, e così piano piano gli iraniani riprendono le proprie libertà, almeno in casa, al chiuso delle quattro mura o nei consessi strettamente privati.

Un equilibrio fragile in cui si dimenticano i diritti

La bilancia, però, è molto sensibile: l’ago iraniano pende molto spesso verso la repressione, verso il soffocamento della libertà. Ed ecco, dunque, che calpestare i diritti dei propri cittadini è pratica consueta in Iran.

Si pensi al fatto che, dopo che l’eco delle proteste si è spenta, o almeno affievolita al punto di non giungere più alle nostre orecchie, almeno 5 persone tra quelle arrestate nel corso delle recenti manifestazioni sono morte in carcere in circostanze decisamente poco chiare, su cui Amnesty International ha chiesto chiarimenti.

Una delle vittime, Sina Ghanbari, morto nella sezione di quarantena della prigione di Evi, aveva solo 23 anni. E non sono solo i protestanti a morire: il ventiduenne Ali Kazemi è stato condannato a morte e impiccato per un omicidio che aveva commesso quando aveva 15 anni. Anche le coraggiose donne che si tolgono il velo finiscono in carcere: durante l’ultima protesta pacifica ne sono state arrestate 29.

Oltre ai disagi economici la popolazione iraniana è vessata da terribili persecuzioni. Quando scoppierà definitivamente la pentola a pressione?

Credit Image: lifegate

Luisa Casanova Stua

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