Delta del Niger: l’impatto dell’inquinamento petrolifero sui diritti umani

Quando le condizioni di vita, la salute e la stessa identità culturale delle persone sono strettamente dipendenti dall’ambiente in cui vivono, l’inquinamento può causare gravi violazioni dei diritti umani.

È ciò che accade in molte zone del Delta del Niger, com’è ormai riconosciuto da tempo. Nel 2001, per esempio, la Commissione Africana per i Diritti Umani e dei Popoli (Commissione Africana) ha affermato che “inquinamento e degrado ambientale a livelli umanamente inaccettabili hanno reso la vita degli Ogoni un incubo”.

Ambiente e persone nel delta del Niger

Nel 2002 la Commissione Africana ha addirittura stabilito con una decisione storica che la Nigeria stava violando i diritti garantiti dalla Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli, dichiarando altresì: “Nonostante l’obbligo di proteggere le persone da interferenze al godimento dei loro diritti, il Governo della Nigeria ha agevolato la distruzione della terra degli Ogoni. Contrariamente ai suoi obblighi derivanti dalla Carta e dai principi internazionalmente riconosciuti, il Governo Nigeriano ha dato luce verde ad attori privati, e alle Compagnie petrolifere in particolare, ad agire con un impatto devastante sul benessere degli Ogoni”.

Il legame tra ambiente e diritti umani

La decisione della Commissione riconosce chiaramente il legame esistente tra ambiente e diritti umani, nonché la responsabilità del governo di proteggere le persone da chiunque minacci l’ambiente, compresi quindi gli attori economici. Essa inoltre richiama il governo a proteggere l’ambiente e la salute degli Ogoni, a garantire adeguate compensazioni a coloro che hanno subito la violazione dei loro diritti umani, a procedere a un’efficace bonifica delle terre e delle acque contaminate, a dare informazioni sui rischi per la salute e per l’ambiente derivanti dalle attività petrolifere, e infine a garantire alle comunità l’accesso agli enti che decidono e regolano quelle attività.

Inutile dire che la decisione della Commissione è rimasta lettera morta. D’altronde la stessa Costituzione nigeriana e gli Atti interni che disciplinano l’attività estrattiva e l’uso delle terre negano la facoltà di opporsi alle compagnie, dato che il diritto di occupazione delle comunità e dei singoli può essere revocato qualora vi siano interessi pubblici prioritari quali “disporre della terra per finalità minerarie o di stesura di condutture petrolifere o per qualunque altro motivo a esse inerente” (Land Use Act, 1990).

Queste disposizioni non solo garantiscono legittimità giuridica a un agire che non tenga conto del benessere e dei diritti delle comunità, ma limitano le eventuali compensazioni ai soli “beni di superficie” perduti durante l’esproprio, vale a dire edifici, colture, alberi di utilità economica e zone di accesso ad aree pescose. Non solo non vengono tenuti in considerazione gli effetti a lungo termine della perdita di tali beni, ma viene anche impedito alle corti di giustizia di interessarsi dell’entità o dell’adeguatezza di ciò che viene corrisposto. Eppure è proprio l’impossibilità a lungo termine di accedere a mezzi di sostentamento primari a rendere intollerabile la vita delle persone espropriate o vittime di inquinamento. Di seguito alcuni esempi.

inquinamento petrolifero

Testimonianze

“A causa delle esplorazioni petrolifere non ci sono più pesci. Sperimentiamo l’inferno della fame e della povertà. Le piante e gli animali non crescono bene, i pesci sono morti…”.
(Jonah Gbemre, comunità Iwerhekan, Stato del Delta)

“Ho ereditato lo stagno da pesca da mio padre. Da quando è avvenuta la perdita [di petrolio] ho perso la maggior parte delle mie entrate. Ora viviamo alla giornata: alcune volte vado nella foresta, altre volte una compagnia mi dà lavoro per una giornata per 500 Naira (circa 4 dollari)”.
(Alali Efanga, Stato di Bayelsa)

“[Prima della costruzione della strada] durante la stagione della piena i pescatori e le donne di Gbarain catturavano una grande quantità di pesci, gamberi e aragoste con cui miglioravano la loro situazione economica, ma i mezzi di sostentamento di diverse comunità locali sono stati irrimediabilmente distrutti. Tale effetto si è prodotto già a partire dal 1990”.
(Intervista rilasciata nel 2008 ad Amnesty International da Tari Dadiowei di Biosphere Resources Monitors dello Stato di Bayelsa)

Il caso della perdita di petrolio a Ebubu

Un chiaro esempio degli effetti a lungo termine di una perdita di petrolio è dato da Ebubu. La data esatta e la causa della fuoriuscita sono ancora controverse, ma il fatto avvenne tra il 1967 e il 1970. Uno studio scientifico condotto nel 1992 (quindi più di vent’anni dopo l’accaduto) rivelò che l’area subiva ancora gli effetti del disastro, col greggio che filtrava nelle acque usate per bere e per le attività domestiche, con una crosta di petrolio bruciato che ricopriva il terreno e con una vegetazione che stentava a crescere. Oggi, a quarant’anni di distanza, Ebubu non è stato ancora bonificato adeguatamente ed è considerato un sito “ad alto rischio”.

Gli obblighi dello Stato

In tema di diritti umani si è sviluppata col tempo una giurisprudenza sempre più ampia e articolata che impone agli Stati precisi obblighi di tutela. Dato che gli Stati accettano volontariamente di farsi carico di questa tutela sottoscrivendo e ratificando i vari Atti internazionali pensati allo scopo, è inammissibile che poi perseguano interessi lesivi di ciò che si sono impegnati a difendere.

Nel caso dell’acqua, per esempio, il Patto Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali impone alla Nigeria di garantire la disponibilità di acqua sicura e in quantità sufficiente per usi personali e domestici, e fa rientrare il diritto (umano) all’acqua nel quadro più ampio del diritto a uno standard di vita adeguato (articolo 11), collegandolo altresì ai diritti al cibo (articolo 11.1) e alla salute (articolo 12).

Sulla base del diritto internazionale la Nigeria è tenuta a garantire che il godimento dei diritti economici, sociali e culturali non sia minacciato neppure da terzi, fra cui gli attori economici e quindi le compagnie.

Nel caso dell’acqua tale obbligo include: “l’adozione delle necessarie ed efficaci misure legislative e di altra natura per trattenere, per esempio, terze parti […] dall’inquinare e dallo sfruttare in modo eccessivo le risorse acquifere, siano esse sorgenti naturali, pozzi o sistemi di distribuzione delle acque” (Comitato sui Diritti Economici Sociali e Culturali – CESCR, Commento Generale n° 15, 2003).
Il governo nigeriano ha una legislazione a questo riguardo, ma è inefficace. Infatti l’accesso all’acqua viene minato non solo dalle fuoriuscite di petrolio, ma anche dai ritardi e dalle lentezze con cui vengono contenute e bonificate.

impatto ambientale e sanitario

Il monitoraggio dell’inquinamento

Un altro importante aspetto legato alla tutela è il monitoraggio del volume d’inquinanti rilasciati nelle acque e del loro impatto sulla qualità delle stesse, sulla fauna ittica e sulla salute. È particolarmente importante perché spesso la presenza degli inquinanti non è visibile, anche se sono presenti in concentrazioni tali da compromettere un uso sicuro dell’acqua. Quando fosse chiaramente visibile o comprovato che l’acqua non sia più potabile, il governo dovrebbe garantire fonti alternative di acqua sicura a coloro che ne sono stati privati. Ma ciò non avviene.

Le comunità hanno riferito ad Amnesty International che a volte sono le compagnie a farlo (sotto forma di taniche o bottiglie), ma che nella maggior parte dei casi si limitano a rifornire solo le persone che risiedono nelle immediate vicinanze del sito contaminato, e solo qualora ci sia stata una fuoriuscita di petrolio. Come se non bastasse, la fornitura cessa senza che si sia verificato se la fonte originaria sia tornata potabile. Inoltre i pochi progetti avviati dalle compagnie allo scopo di sviluppare la rete idrica e sanitaria non di rado sono criticati dalle organizzazioni locali e internazionali come inadeguati e mal condotti.

Così come il diritto all’acqua, anche quello al cibo è garantito dal Patto sui Diritti Economici Sociali e Culturali, in quanto l’articolo 11 afferma che “il diritto di ognuno a un adeguato standard di vita […] include cibo adeguato (in quantità e qualità)”. Gli Stati hanno quindi l’obbligo di garantirne disponibilità e accessibilità, intendendo con quest’ultima anche la possibilità di procurarselo direttamente da risorse naturali, fra cui la terra. Naturalmente anche qui lo Stato deve tutelare il diritto “prendendo misure appropriate che assicurino che il comportamento degli attori economici e della società civile sia conforme al diritto al cibo” (CESCR, Commento Generale n° 12, 1999). Analoghe disposizioni sono contenute nella Carta Africana dei Diritti Umani e dei Popoli, anch’essa ratificata dalla Nigeria.

Dello stesso tenore sono le prescrizioni del Patto Internazionale sui Diritti Economici Sociali e Culturali che garantiscono il godimento del diritto al lavoro (articolo 6), a un adeguato standard di vita (articolo 11), alla salute (articolo 12.1) e a un ambiente sano (articolo 12.2), quest’ultimo come misura necessaria per garantire il diritto alla salute. A questi articoli fanno eco quelli della Carta Africana, per esempio l’articolo 16 sulla salute e l’articolo 24 sull’ambiente.

Da quanto emerge, appare evidente che il governo nigeriano non ha agito, e continua a non agire, in conformità agli impegni che si è assunto. Nell’articolo successivo si dimostrerà che non ha mai introdotto nel proprio ordinamento adeguate ed efficaci norme che nel Delta del Niger tutelino l’ambiente dall’attività delle compagnie petrolifere.

Carlo Remino (La Redazione)

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