Diritti umani a scuola: i ragazzi partecipano con interesse

EDUHo iniziato a collaborare con il servizio EDU (Educazione ai Diritti Umani) nel 2010 perché ero, e sono tuttora, convinta che conoscere sia ciò che ci permette di scegliere: più siamo informati su quanto accade nel mondo, più siamo consapevoli delle scelte che compiamo, in termini culturali, sociali e politici.

All’inizio della mia collaborazione ero certa che mi sarei imbattuta in studenti liceali poco interessati, inclini soprattutto a saltare qualche ora di regolare lezione dell’orario scolastico. Partivo con poche speranze e un po’ scoraggiata, ma mi sono presto accorta come la situazione in realtà fosse molto più varia del previsto.

Ci sono state esperienze belle, che mi hanno dato l’impressione che ci sia un tessuto di insegnanti che crede che insegnare i diritti umani sia un valido strumento per capire meglio il mondo.

Ho visto professori che hanno redarguito i loro studenti più recalcitranti a seguire attentamente il nostro incontro, ricordando loro che “si tratta dei vostri diritti!”.

Ho incontrato anche una professoressa di geografia socia di Amnesty International da anni, che ha appuntato con orgoglio la nostra spilla sulla giacca. Purtroppo, però, molti docenti incontrati si sono rivelati assai meno interessati dei loro alunni. Come si può pretendere che uno studente stia attento, quando il suo stesso insegnante legge il giornale in classe o si dedica ad attività di colloquio personale con gli alunni durante i nostri interventi?

Il panorama è desolante. E la situazione è, se possibile, ancora peggiore proprio in quelle scuole cosiddette “a rischio”, con un’utenza difficile, che più avrebbe bisogno di attenzione e buon esempio.
Mi hanno colpito in particolare due episodi, uno negativo e uno positivo. Il primo in un istituto professionale, una delle famigerate scuole in cui gli studenti si dividono tra pluribocciati, ragazzi abbandonati a se stessi EDUin cerca di baby-sitting e giovani con qualche precoce problemino con la giustizia.

La platea con cui mi sono confrontata, sul tema della detenzione minorile,  era composta da ragazzi provenienti da diversi Paesi, tutti con l’espressione “da duro”, in attesa di capire cosa stessi facendo. Dopo poco si sono lasciati conquistare: per loro qualunque tema era nuovo e inesplorato, molti faticavano a leggere speditamente le slides che ho proiettato, ma tutti ponevano domande.

Certo, non avevano nessuna disciplina, non riuscivano a concentrarsi per più di dieci minuti, ma erano tutti curiosi di sapere cosa succedeva in questo o quel Paese. In fondo all’aula sedevano un paio di timidi insegnanti, che, apparentemente ignari del baccano intorno a loro, compilavano alacremente il registro di classe.

Ma è possibile che non si fossero mai accorti dell’interesse di questi ragazzi per tali tematiche? È accettabile che in classe non si fosse mai parlato di carcerazione minorile, nonostante alcuni studenti della scuola l’avessero già affrontata? Tanta indifferenza mi ha lasciato senza parole.

Certo è difficile confrontarsi con queste realtà ogni giorno, cercando di insegnare la propria materia nel rispetto dei programmi ministeriali, ma penso che si debba insistere soprattutto in simili contesti: arrivare alla fine dell’anno senza “sporcarsi le mani” è la scelta più facile, ma miope sul lungo periodo. L’unica formazione che ricevono questi studenti è offerta dalla scuola che frequentano: perché negare loro anche quella?
L’altro esempio è eccezionalmente positivo; in un liceo scientifico privato della Brianza mi sono trovata dinanzi il miglior tipo di insegnante che si possa desiderare: un ragazzo sveglio, preparato, interessato alla formazione vera dei proprio alunni, che non solo interagiva con me nella presentazione del tema scelto, l’estrazione petrolifera nella regione del Delta del Niger, ma aveva già introdotto la questione ai ragazzi nelle lezioni precedenti, ne aveva già eviscerato i punti spinosi, aveva già posto degli interrogativi.

E infatti questi studenti erano collaborativi, interessati, chiedevano e si confrontavano con noi, volevano saperne di più. Perché questo docente non può essere il modello generale? Le sue caratteristiche dovrebbero ritrovarsi nella maggior parte degli insegnanti di scuola superiore, a mio parere. Forse è ora di chiedersi perché non avviene.

È evidente che un liceo privato ha più fondi della scuola pubblica, come è chiaro che la motivazione personale di un docente di un istituto professionale può essere talvolta carente; tuttavia, sono persuasa che sia proprio in questo tipo di scuole che valga la pena di inserire i docenti migliori, i più preparati, i più volenterosi, per non lasciare indietro nessuno studente.

Una lezione ci giunge dall’estero: a Stoccolma, nel quartiere più degradato della città, l’amministrazione ha deciso di investire più fondi per l’integrazione e l’istruzione degli studenti locali. Sono stati scelti gli insegnanti migliori, si sono create strutture scolastiche all’avanguardia, si è voluto puntare tutto sullo sviluppo delle potenzialità dei ragazzi più disagiati1. Perché non prendere esempio?

L’elemento estremamente positivo che ho colto comunque dalle numerose esperienze in scuole di vario tipo ed estrazione è l’interesse degli studenti. Tutti, o quasi, desiderano approfondire, discutere degli argomenti che proponiamo, soprattutto quando si sentono toccati da vicino da una tematica. Grandi dibattiti sono sorti rispetto ai diritti della comunità LGBT, all’uso della tortura, ai diritti dei migranti e dei richiedenti asilo, e ogni volta c’è almeno un ragazzo che cambia idea: scopre qualcosa che non sapeva, capisce meglio alcune dinamiche, conosce una realtà a lui ignota. E quindi, essendo più informato, potrà operare scelte più consapevoli.

Sara Ianovitz (Gruppo 037 Pavia – Amnesty International)


Bresciana di nascita e pavese di adozione, si laurea in Giurisprudenza e consegue un dottorato in Giustizia penale e internazionale. Nel 2008 inizia a collaborare con Amnesty International in Olanda, continuando con l’attivismo nel team EDU della Lombardia e nel gruppo 37 di Pavia. Si occupa di educazione ai diritti umani perché educare al rispetto significa porre le fondamenta di un futuro migliore.

No comments.

Leave a Reply


8 − 6 =