Emergenza Italia: tasso di recidiva e misure alternative

deteMirko (nome di fantasia) viene dal Montenegro. È stato condannato per furto e ora, per motivi di salute, sconta la pena in detenzione domiciliare. In Italia sono 32.273 i detenuti sottoposti a misure alternative di vario tipo (dati al 31 gennaio 2016, fonte: Ristretti), in conformità con quanto stabilito dalla legge Gozzini e altri interventi legislativi.

I dati nazionali sulla recidiva non sono confortanti: si calcola che in Italia il tasso sia superiore al 67%¹. «È assurdo pensare che i detenuti in uscita non commettano più reati – sostiene Mirko – se mancano soldi e documenti, torni a rubare e a spacciare».

In altri Paesi, il lavoro durante e dopo la pena è sia un diritto che un dovere: nel carcere norvegese di Bastoy, accusato più volte di essere un albergo a cinque stelle più che un istituto penitenziario, i detenuti conducono una vita simile a quella di un comune cittadino e il tasso di recidiva si abbassa al 16%, come illustrato da un recente reportage (fonte: Internazionale).

Invece Mirko, che può uscire per poche ore al giorno dal suo appartamento, deve sostenere da solo le spese per il vitto e, allo scadere del progetto gestito dalla Asl, saranno a suo carico anche quelle dell’alloggio. I pacchi alimentari e di vestiario della Caritas non sono sufficienti e spesso si ricorre ad altri mezzi: «I giudici sono degli sciocchi se pensano che viviamo d’aria: anche in domiciliare, sono costretto a compiere piccoli reati per sopravvivere».dete2

Oltre a quello economico, anche l’aspetto affettivo contribuisce al reinserimento del detenuto in società. Tuttavia, nel caso del montenegrino la famiglia è poco presente: i due figli, già maggiorenni, lo vedono sì e no una volta al mese; con l’ex moglie ha interrotto da tempo ogni rapporto. Le relazioni con gli operatori sociali non sono migliori: molti confondono l’aspetto educativo, che dovrebbe mirare all’indipendenza del soggetto e alla comprensione dei suoi bisogni reali, con la sindrome della crocerossina. «Mi trattano come un ragazzino – si lamenta il detenuto – Non capiscono che devo stare in casa per molte ore, da solo. Che faccio? Guardo la televisione».

Se da una parte le misure alternative sono necessarie perché la pena abbia davvero finalità pratiche, dall’altra non risultano di per sé sufficienti a tale scopo. Occorre che l’approccio lavorativo e pedagogico si conformi ad altri metodi, come quelli già sperimentati nei Paesi del Nord Europa, al fine di ottenere migliori risultati.

Martina Manfrin

 

¹ Federica Lanotte, La recidiva, Tesi di Laurea Magistrale in Giurisprudenza, Università di Torino, AA. 2014-2015, pp. 163-187.

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