Ferite invisibili: chi sono e come vivono le persone vittime di violenza

Convegno Ferite InvisibiliIl 14 aprile ha avuto luogo a Milano un convegno a cura dell’Opera di San Francesco per i Poveri sul tema “Ferite Invisibili: un anno di lavoro con le persone vittime di violenza”.  Hanno relazionato sulle esperienze dello scorso anno gli operatori volontari presso la Caritas diocesana di Roma e gli operatori presso l’Opera di San Francesco di Milano.

È stato presentato da medici e psicologi un quadro veramente impressionante, per i non addetti ai lavori, riguardante le infinite realtà personali di tanti migranti che arrivano nel nostro Paese sprovvisti davvero di tutto, e per i quali la mancanza di beni materiali finisce per essere un problema residuale e di facile soluzione.

Un pasto caldo e dei vestiti puliti, una doccia e la compagnia dei volontari per fare quattro chiacchiere sono i primi rimedi al disagio di persone che spesso recano quelle ferite invisibili che non appaiono subito agli occhi di chi li accoglie e aiuta, le ferite dell’anima, dell’identità, della dignità. La sofferenza più grande di chi si rivolge alla Caritas o all’OSF non è la mancanza materiale, ma l’umiliazione di essere allontanati, di essere soli.

Il progetto Ferite Invisibili sul quale lavora la Caritas diocesana di Roma è rivolto a coloro che hanno ferite psicologiche, che sono scappati dai loro Paesi per salvarsi da situazioni di grave emergenza e arrivano psicologicamente “interrotti”. Il grande lavoro che si sta facendo è quello di integrare i servizi di primo aiuto con un’assistenza sempre più raffinata e su livelli più profondi.

Questo servizio nasce nel 2005 per dare ascolto a rifugiati, migranti, vittime di violenza intenzionale. Per loro è importante essere visti come persone, essere riconosciuti come vittime incolpevoli, è importante che sia riconosciuta, e fatta riconoscere a loro stessi, l’ingiustizia di quanto da loro subito. L’accoglienza mira a dare rispetto e a restituire la dignità che, specie nei casi di persone che sono state sottoposte a tortura, è stata distrutta.

Quando i volontari di prima accoglienza identificano un caso nel quale stimano opportuno unintervento specialistico, viene introdotta la relazione terapeutica che parte con la costruzione di un rapporto di “alleanza”, volto a ottenere la fiducia della persona, poi si passa alla cura vera e propria per attivare le risorse di ogni singolo individuo, risorse ancora esistenti in profondità in quanto si tratta di persone che hanno pur trovato la forza di scappare dal dramma precedente e di chiedere aiuto. Ci sono risorse che gli stessi interessati hanno ma di cui non si rendono conto.

Il terapeuta passa poi al lavoro cognitivo poiché i sintomi dello Stress Post-Traumatico sono spesso costituiti da flash del passato che si riverberano nel presente, avvelenando anche la vita attuale dei sopravvissuti. È quindi importante far loro riprendere il collegamento con l’oggi, il “qui e ora”, per non provare più paura per ciò che è passato e finito. Insieme si porta avanti un lavoro emotivo che passa attraverso il rapporto relazionale con le persone per ricostituirne la fiducia e la capacità di stare con gli altri. Alla fine del percorso viene affiancata un’assistenza legale e sociale per ottenere l’inserimento sociale e lo status di rifugiato e il permesso di soggiorno per motivi umanitari.

Questi interventi avvengono in un setting interculturale e flessibile per assecondare i tempi e le necessità della singola persona seguita.

Gli psichiatri si affiancano a mediatori culturali, e spesso nelle prime sedute le persone si fanno accompagnare da amici, persone conosciute di cui si fidano, che danno loro un senso di sicurezza. Bisogna tuttavia tenere presente che il percorso vero e proprio non risulta nel concreto semplice come forse può apparire. La cura psicoterapica non si può fare senza un contesto che preveda altre figure, per esempio un servizio medico poliambulatoriale e le case famiglia, strutture di accoglienza che hanno un ruolo fondamentale nella segnalazione dei casi da trattare.

Anche per questo tipo di attività, che appaiono caratterizzate da uno specifico taglio pratico, è invece fondamentale anche una attività di ricerca e speculazione scientifica. Infatti spesso si arriva alla segnalazione di un paziente da trattare con psicoterapia attraverso la cura di una  patologia fisica. Inoltre la ricerca è importante anche per monitorare nel tempo gli effetti delle terapie sulla vita delle persone.

Fattori di rischio per l’equilibrio psichico

Di varia natura sono i fattori di rischio cui sono stati sottoposti i migranti trattati, in primo luogo i fattori Premigratori, come traumi, torture, persecuzioni. Queste cause, spesso coesistenti, portano il più delle volte il PTSD, il Disturbo Post Traumatico da Stress, i cui sintomi possono essere molto vari.L’evento traumatizzante viene rivissuto nel quotidiano e questo impedisce di ricostituire una serenità nel qui e ora. Vengono spesso messe in atto inconsapevolmente delle strategie per evitare i ricordi, le vittime soffrono spesso di amnesie o di abuso di alcol, per stordirsi, non pensare e non ricordare. Si può verificare ipereccitabilità, ansia, insonnia, crisi di panico, difficoltà di concentrazione che possono portare, come prima conseguenza, a difficoltà insormontabili anche di inserimento per l’estrema difficoltà di seguire corsi di lingua, studiare e imparare cose nuove.

Per poter instaurare validamente un rapporto di fiducia che consenta di collaborare con le persone e portare un effettivo ausilio si predispongono ambienti accoglienti e controllabili (pensiamo a chi è stato recluso o ha subito torture e ricorda fin troppo bene i locali dove queste sono avvenute), si fa in modo di instaurare un rapporto personale paritario e tranquillo.

Poi ci possono essere i “traumi migratori”, vari traumi subiti durante la fuga. Tutte queste concause portano ai disturbi post-migratori, come paure di vario genere, difficoltà linguistiche, affaticamento e stress dovuti alla difficoltà di trovare lavoro, alla mancanza di notizie dei propri parenti, alla perdita dello status sociale di cui si godeva prima.

Quando la Psiche parla attraverso il corpo

In generale i migranti accusano principalmente disturbi post-traumatici da stress e depressione, ma molte patologie sono “nascoste” da somatizzazioni di vario genere che possono cambiare sensibilmente da soggetto a soggetto, e in alcuni casi anche da una etnia a un’altra. Le somatizzazioni non sono malattie psicosomatiche vere e proprie, non c’è una vera base organica. Per poterle individuare gli specialisti devono porre una particolare attenzione sul corpo, rilevare l’assenza di una base organica del malessere lamentato e prestare una maggiore attenzione all’aspetto psicologico del problema. Questo tipo di approccio è molto importante per evitare di dare cure sbagliate.

Si è notato che sono molto più frequenti le somatizzazioni nelle persone provenienti dal Sud America, mentre meno diffuse sono tra le popolazioni provenienti dall’Asia e dall’Africa, con una particolare diffusione tra le donne e le persone che non riescono a realizzare il progetto migratorio che si erano prefissato.

Si è ipotizzato che potesse esserci una differenza tra le patologie riscontrate tra i “rifugiati” e gli “immigrati economici”, mentre in realtà l’esperienza ha rilevato che la sola differenza tra le due tipologie di migranti consiste nel numero dei traumi subiti, ma entrambe le categorie sono a rischio di sofferenza psicologica. Spesso capita che la somatizzazione sia la spia di una sofferenza non riferita perché ritenuta non rilevante o “normale”, come per esempio gli stupri spesso subiti dalle donne durante il viaggio migratorio, vissuti come un fatto che può capitare e che capita a tante, di cui quindi non ha senso lamentarsi. Può ben capitare che più psicopatologie coesistano e che le caratteristiche di ciascuna si confondano con le altre, per questa ragione è fondamentale dare il giusto impulso alla ricerca, all’informazione e alla formazione degli operatori specialistici che prestano la loro opera al servizio di queste persone.

È quindi importante riuscire a cogliere i segnali di queste sofferenze già in prima accoglienza allo scopo di indirizzare adeguatamente i soggetti agli specialisti competenti. Nell’ultimo anno questo genere di attività di accoglienza è stato fortemente potenziato anche presso il Poliambulatorio dell’Opera di San Francesco. Non si pensi che i problemi di cui abbiamo parlato finora riguardino esclusivamente i migranti, molti problemi e sofferenze psicologiche affliggono anche i poveri “nostrani”, tutti coloro che si rivolgono all’OSF in prima accoglienza per un pasto caldo e dei vestiti.

La povertà provoca diseguaglianza economica e sociale, e da qui sorgono facilmente emarginazione, solitudine, storie personali che possono portare a un disagio che è opportuno valutare sotto più punti di vista, con un lavoro da svolgersi in équipe, dal primo soccorso all’assistenza medica e psicologica, a quella legale.

Osservazioni conclusive

Risulta quindi sempre più importante riconsiderare i programmi di accoglienza per favorire i progressi e l’integrazione dei migranti nel nostro Paese. Tuttavia, nonostante l’impegno profuso dagli operatori e la competenza professionale, ci si può trovare davanti al fenomeno del “drop out”, ovvero l’interruzione di un percorso di terapia senza preventivo accordo col terapeuta.

Risulta comunque sempre difficile stabilire un rapporto continuativo con persone che spesso hanno un’alta sospettosità. L’alleanza terapeutica è un fattore importante sia per il buon esito di un percorso che per allontanare il rischio di “drop out”: quanto più a lungo procede la terapia, tanto più si allontana il rischio di abbandoni. In realtà si deve considerare che l’abbandono in sé non è necessariamente sintomo di fallimento, in quanto essere messo in atto dalla persona come strategia di difesa emotiva, e non necessariamente come fuga da una situazione non calzante con i suoi bisogni. Può inoltre trattarsi di un “falso drop out” all’interno di un percorso evolutivo personale, con la ripresa spontanea e successiva del percorso intrapreso e momentaneamente abbandonato.

L’attività degli operatori volontari, quindi, non finisce mai realmente, costituendo essi figure di riferimento che permangono nel tempo, per ristabilire quel filo di continuità emotiva e sociale che solo può riportare alla vita le persone che ne sono state defraudate.

Delia Dorsa (La Redazione)


Delia Dorsa, avvocato civilista di Milano, dal 2010 collabora con la rivista Segnali di Fumo con articoli che hanno posto particolare attenzione alla violazione dei diritti della persona con specifico riguardo alla donna sia all’interno della vita familiare che nel sociale, all’interazione tra gli individui come espressione dei loro diritti e bisogni personali nel rapporto con gli altri.

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