#FreeShawkan: condanna a morte per diritti umani e libertà di stampa

Il punto sul giovane fotoreporter egiziano Mahmoud Abu Zeid FreeShawkan che al-Sisi vorrebbe eliminare.

13245361_1102687716437040_83042437510635122_nCapelli ricci, occhi scuri, sorridente, la sua storia è stata raccontata sui social e sulle maggiori testate italiane e internazionali. Forse anche il suo nome non vi è nuovo, si chiama Mahmoud Abu Zeid, ma si fa chiamare Shawkan. Non so cosa voglia dire Shawkan. Speravo di trovarne il significato tra i tanti articoli che raccontano di lui, ma alla fine mi piace pensare che sia quello che ho letto su un sito, forse non proprio attendibile, che riporta questa definizione: Shawkan, portatore di amore e nuovi inizi, creatore e promotore di idee originali, indipendente, curioso, in cerca di libertà… quella che il regime di al-Sisi, però, gli ha tolto.

Mahmoud Abu Zeid, detto Shawkan, è un fotogiornalista egiziano, nato nel 1987. Si trova in arresto dal 14 agosto 2013 e molte sono le accuse a suo carico: “adesione a un’organizzazione criminale”, “omicidio”, “tentato omicidio”, “partecipazione a un raduno a scopo di intimidazione, per creare terrore e mettere a rischio vite umane”, “ostacolo ai servizi pubblici”, “tentativo di rovesciare il governo attraverso l’uso della forza e della violenza”, “resistenza a pubblico ufficiale”, “ostacolo all’applicazione della legge”, “disturbo alla quiete pubblica”.

La sua unica conclamata colpa, che colpa non è, aver fatto il suo lavoro, quel 14 agosto 2013, brandendo una macchina fotografica per documentare il violento sgombero, da parte delle forze di sicurezza egiziane, del sit-in di Rabaa al-Adawiya, al Cairo, dove i sostenitori dei Fratelli Musulmani manifestavano da più di un mese contro la destituzione di Mohamed Morsi, avvenuta il 3 luglio, a seguito del colpo di Stato guidato dall’attuale presidente egiziano Abd al-Fattah al-Sisi.

Definito il “più grande massacro della storia recente, in un solo giorno” dal report di Human Rights Watch, l’episodio sancì la definitiva ascesa al potere del feldmaresciallo al-Sisi, furono centinaia i manifestanti uccisi e molti altri vennero arrestati. Tra le migliaia di persone che si trovavano in piazza, anche il giovane Shawkan, che in quei giorni era impegnato a seguire i concitati avvenimenti per conto di un’agenzia londinese, la Demotix.

11887907_925365267502620_7680241098854261575_nTorturato, debilitato, senza la possibilità di accedere alle cure necessarie – richieste e più volte negate – per anemia ed epatite C, Shawkan si trova rinchiuso in una minuscola e affollata cella della prigione di Tora, al Cairo. Insieme a lui, altri 738 imputati tutti coinvolti nel processo “Dispersione di Rabaa”. Nel corso della 51a udienza, il 3 marzo, il procuratore capo ha chiesto per tutti gli imputati la condanna a morte per impiccagione.

Shawkan condivide la condizione di tanti suoi connazionali zittiti, censurati, prelevati dalle proprie abitazioni e segregati per mesi, incarcerati, torturati, costretti all’esilio, uccisi. Ognuna di queste vite restituisce un Egitto nel quale le libertà fondamentali vengono calpestate sistematicamente e racconta l’incapacità, ma ancor di più forse la non volontà da parte dei paesi europei come l’Italia, di pretendere di avere a che fare con un governo rispettoso dei diritti umani. Sullo sfondo, le speranze di cambiamento che non echeggiano più in piazza Tahrir, completamente disattese, di una rivoluzione che sembra non esserci mai stata.

Freedom for shawkanNella classifica mondiale 2017 stilata da Reporters sans Frontières, l’Egitto si posiziona al 161° posto su 180, ha perso 2 posizioni dal 2016. “A sei anni dalla Rivoluzione del 25 gennaio 2011, in Egitto, la situazione della libertà di informazione è estremamente preoccupante”, si legge sul sito di RsF. “Da allora, sono stati uccisi 10 giornalisti e le autorità non hanno usato gli strumenti a loro disposizione per realizzare inchieste adeguate e trovare i responsabili. Il paese è diventato una delle più grandi prigioni del mondo per i giornalisti, per anni costretti in detenzione preventiva senza accuse né processo, mentre altri si trovano ad affrontare lunghe pene, fino all’ergastolo, per processi collettivi iniqui”.

A denunciare questa situazione e l’aumento delle condanne a morte, i tanti costretti a lasciare l’Egitto, il Cairo Institute for human rights studies, diverse ong, come Amnesty che porta avanti la campagna #freeshawkan per chiedere la liberazione di Shawkan, e Rsf con l’iniziativa, inaugurata ieri, #MypicforShawkan.

Quale sarà la sua sorte, ancora non lo sappiamo e forse i tanti appelli non basteranno. Al supermercato, ieri, mi sono imbattuta in una piramide di carciofi, tutti ben riposti uno vicino all’altro. Provenienza, Egitto. Sono solo dei carciofi, ma mi chiedo se anche loro facciano parte di quelle “relazioni uniche con l’Italia”, come le aveva definite qualche mese fa al-Sisi, appena riconfermato alla testa del paese, dopo elezioni senza oppositori.

E subito dopo, mi vengono alla mente le ultime righe di una lettera dal carcere, scritta per i suoi primi 1000 giorni di reclusione, da Shawkan: “Ma che vogliono da me il capo degli informatori e i suoi uomini? Perché tutta questa oppressione e persecuzione? Non è ancora abbastanza?”.

 

Micol Barba

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