Hate Speech. Se il fine non giustifica i nuovi mezzi della campagna elettorale

Non solo il giorno ma tutte le cose hanno il loro mattino. Lo insegna un proverbio francese ma vale anche per noi italiani dal momento che, giorno dopo giorno, si avvicina il 4 marzo, quando saremo chiamati alle urne e si concluderà la campagna elettorale forse più particolare degli ultimi anni.

Particolare perché, in un certo senso, anche la campagna elettorale ha visto il mattino di un nuovo modo d’essere e di svolgersi. Nuovi i mezzi usati, nuovi i fini perseguiti, e non sempre in meglio.

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In passato, che fosse o meno reale periodo di votazioni, eravamo tutti abituati a un sempre vivo clima di campagna elettorale in cui i politici si affrontavano e promettevano di tutto e di più dalle radio, dalle televisioni e nelle piazze. Oggi invece il luogo di scontro, più che di confronto, è altrove: in rete. Facebook, Twitter, Internet, sono stati punti fermi nella comunicazione elettorale, a prova del fatto che ormai anche la politica conosce i pro e i contro di questi nuovi media e li sfrutta a proprio vantaggio senza sosta. Sconfinare ovunque e arrivare a chiunque, la libertà di diffusione del messaggio, è solo una tra le tante potenzialità della rete. Ma questo si sa e non stupisce. A stupire, e a dare particolarità a questa campagna elettorale, sono invece i contenuti e il linguaggio.

“Hate Speech”, linguaggio d’odio: così i politici hanno deciso di riempire “il mezzo” Web al fine di arrivare ai propri elettori, approfittando di un (altro) vantaggio offerto dalla rete, ovvero la possibilità di comunicare direttamente e personalmente con il pubblico degli elettori tramite un post o un tweet, e senza la classica distanza dei media tradizionali.

Quanto ai messaggi poi, sono diminuite quelle famose promesse su promesse, che a loro modo sapevano ancora accendere la nostra capacità di ragionamento e di immaginazione, anche solo per riflettere su programmi tanto colorati quanto spesso prossimi all’impossibile. Al contrario, insulti, fake news, slogan violenti ma di impatto sono diventati sempre più frequenti, in un’escalation di odio (hate) diretta solo alla pancia, non più alla testa.

Amnesty International ha analizzato questo cambiamento strategico di mezzi e fini elettorali con la sua campagna “Conta fino a 10”, attraverso un “Barometro dell’odio” che monitorasse il livello di violenza e discriminazione diffuso sui social per mano e per bocca dei politici. Il risultato è allarmante e conferma come dei mezzi dalle infinite potenzialità siano stati abusati per dei fini ingiustificati quali l’esimento di responsabilità politica e morale per chi ricorre all’hate speech, la limitazione della capacità critica di pensiero (testa) a favore dell’istinto (pancia) degli elettori e soprattutto la volontà di far nascere in tutti noi pericolosi stati d’animo di diffidenza, violenza e rabbia rivolti alla disgregazione anziché verso l’inclusione sociale. Monitora l’hate speech sul Barometro dell’odio di Amnesty International.

Domenica mattina avrà fine questa particolare campagna elettorale che sarà molto probabilmente ricordata come la campagna dell’odio online, e per il futuro, converrebbe allora ricordare anche le parole del francese Sartre quando affermava che “Basta che un uomo odi un altro uomo perché l’odio vada correndo per l’umanità intera”.

 

Francesca Manenti

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