Human Right Watch: diffuso il report annuale della ONG statunitense

Dove ci sono leader ispirati pronti a correre il pericolo di combattere contro i populismi, quest’ultimi non avranno vita facile. È il messaggio che il presidente di Human rights watch Kenneth Roth ha voluto rimarcare in occasione della presentazione del rapporto annuale della Ong statunitense.

L’ascesa di Donald Trump alla Casa Bianca ha da un lato alimentato tensioni e chiusure verso le minoranze e aperto la strada ad altri ‘governi muscolari’, dall’altro  in alcuni paesi quest’ondata di machismo e populismo ha generato una forte reazione in difesa delle minoranze e dei diritti umani.
Secondo Roth, rispetto all’anno passato,  l’avanzata dei populismi non sembra più inevitabile. “Oggi le reazioni popolari registrate in molti paesi, sostenute in alcuni casi da leader politici con il coraggio di difendere i diritti umani, ha reso molto più incerto il destino di molti di questi programmi populisti. Dove la reazione di contrasto è forte, i progressi populisti sono stati limitati. Ma dove ci si è arresi al loro messaggio di odio ed esclusione, questi stanno prosperando”.

Ad aver vacillato sotto la spinta della xenofobia sono in larga parte gli stati ‘occidentali’. A partire dagli Stati Uniti con le leggi contro gli immigrati fino alla Gran Bretagna dove il fenomeno della Brexit è stato il culmine di una serie di decisioni di disimpegno verso il resto del mondo. Anche l’Unione europea ha visto crescere il consenso verso le estreme destre nella maggior parte dei casi xenofobe. Il tutto indebolendo quindi l’azione di quei paesi che in passato più si erano proclamati difensori del modello democratico e dei diritti umani.

Approfittando di questo vuoto alcuni attori come Russia e Cina che non brillano per la dedizione e il rispetto della Dichiarazione universale del 1948. Sia Vladimir Putin che Xi Jinping hanno messo in atto una serie di misure atte a limitare le libertà della popolazione. Soprattutto in Cina la stretta nei confronti di giornalisti e della libera espressione è stata fortissima.
A sfruttare il vuoto anche Turchia ed Egitto dove i rispettivi presidenti hanno anche fatto leva sul loro ruolo strategico per gli equilibri di Nord Africa e Medio Oriente per fare man bassa di diritti e reprimere nel sangue le voci ostili al loro operato.
Yemen, Myanmar, Filippine, Sud Sudan, Siria e tanti altri paesi sono stati il centro di massacri e persecuzioni. Ma la chiusura e la politica del disimpegno delle grandi e medie potenze ha lasciato impuniti quasi la totalità dei crimini commessi.

Eppure, nonostante il baratro che sembrava spalancarsi ineluttabile ai piedi dei diritti umani, alcuni risultati uniti a iniziative dal basso e mobilitazioni popolari hanno alimentato la speranza di un’inversione di rotta. La sconfitta del Front National di Marine Le Pen in Francia, la resistenza attiva di cittadini, politici e attivisti contro il ‘Muslim ban’ e la xenofobia dell’amministrazione Trump, le proteste in Polonia e Ungheria contro i governi di estrema destra, le manifestazioni di piazza in Venezuela andate avanti per giorno nonostante siano state represse nel sangue. Sono questi alcuni segnali di ribellione che Hrw elenca come prova di una reazione forte e decisiva contro l’affermarsi dell’autoritarismo e dei populismi.  

In un momento del genere stanno emergendo gli stati più piccoli che approfittando dell’assenza dei soliti protagonisti, sempre più spesso si coalizzano per sostenere iniziative virtuose.
Un esempio si è avuto in Yemen dove i Paesi Bassi si sono messi a capo di una coalizione per chiedere l’apertura di un’inchiesta dell’Onu sulle aggressioni saudite contro i civili. Sostenuti da Canada, Belgio, Irlanda e Lussemburgo, hanno costretto l’Arabia Saudita ad accettare un’indagine che aumenterà la pressione sul rispetto delle leggi internazionali. Anche nella polveriera siriana si è registrata una dinamica simile. Dal momento che la Russia negava al Consiglio di sicurezza dell’Onu di portare l’operato in Siria difronte alla corte penale internazionale, nel dicembre 2016 il Liechtenstein ha creato un’ampia coalizione per cercare una risoluzione all’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Con un voto da 105 a 15, hanno istituito un meccanismo per raccogliere prove e creare casi di procedimenti giudiziari.  

Una chiamata all’azione. “Un’equa valutazione delle prospettive globali sui diritti umani – conclude Roth – dovrebbe rappresentare una chiamata all’azione piuttosto che un grido di disperazione. La sfida consiste nel cogliere le considerevoli opportunità che restano per respingere coloro che vogliono distruggere i progressi fatti. Ognuno di noi ha una parte da giocare. L’anno passato dimostra che i diritti possono essere protetti dagli assalti populisti. La sfida ora è quella di rafforzare quella difesa e invertire l’ondata populista”.

Fonte: http://www.repubblica.it

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