I campi profughi sono una trappola per chi fugge e per chi accoglie

I governi dovrebbero trovare la volontà politica di smantellare i campi profughi e integrare le persone nelle città vicine e nel mercato del lavoro, scrive Elizabeth Cullen Dunn, dell’Indiana university, negli Stati Uniti.

Fin dalla seconda guerra mondiale i campi per i profughi e quelli per gli sfollati interni sono stati uno strumento utile agli enti di assistenza, perché permettono di centralizzare la fornitura a tante persone di servizi e necessità primarie. Per i paesi ospitanti sono pratici perché impediscono ai profughi e agli sfollati di insediarsi in modo permanente, e dunque agevolando un eventuale rimpatrio forzato nel loro paese di origine.

Tuttavia, pensati per essere temporanei, possono diventare una sistemazione a lungo termine.  I campi possono ospitare,  più generazioni di profughi, diventando una trappola abitativa, isolata per i profughi ospitati e generare situazioni di disagio per gli abitanti del luogo ospitante, poiché a causa della lontananza dai centri abitati i profughi in genere non riescono a lavorare e ad avere una minima sicurezza economica.

Anche la struttura delle agenzie umanitarie può creare problemi, molte e non coordinate tra di loro. “Ad Haiti dopo il terremoto erano coinvolte più di mille agenzie”, scrive Dunn. Tendono a non cooperare, in quanto competono per le risorse. La loro offerta standard raramente si adatta alle necessità locali. “Poiché l’aiuto è in genere dato ad hoc, né le agenzie né i donatori dicono ai profughi che tipo di aiuto possono aspettarsi e quando sarà distribuito.

Per migliorare la situazione si potrebbero convogliare gli aiuti verso le organizzazioni umanitarie locali, che conoscono le necessità reali. Un’altra soluzione è costituita dai finanziamenti diretti ai profughi, attraverso i telefoni cellulari e le carte prepagate, in modo che possano comprare ciò di cui hanno bisogno. Soprattutto i governi dovrebbero permettere a profughi e sfollati interni di integrarsi e ricostruire le loro vite, conclude Dunn, e di contribuire economicamente e culturalmente alle loro nuove comunità.

Fonte: http://science.sciencemag.org

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