Il bullismo e il diritto di non essere come gli altri

Ebico Cooperativa Sociale Onlus

Photo: Ebico Cooperativa Sociale Onlus

Prima di iniziare a parlare di un argomento fin troppo presente nelle cronache dei nostri giorni, è opportuno dare una definizione di bullismo e di cyber-bullismo. Il bullismo è un comportamento violento, intenzionale, di natura sia fisica che psicologica, ripetuto nel corso del tempo e nei confronti di persone considerate dal soggetto che esegue l’atto in questione come bersagli facili, deboli e incapaci di difendersi.

Il fenomeno del bullismo si verifica in contesti sociali riservati ai più giovani, soprattutto negli ambienti scolastici. In altri contesti, sono identificati come mobbing (in ambito lavorativo) o nonnismo (in ambito militare). Negli ultimi decenni, con l’avvento di Internet si è andato delineando un altro fenomeno legato al bullismo, anche in questo caso diffuso soprattutto fra i giovani, il cyber-bullismo ovvero quando le azioni di bullismo si verificano attraverso gli strumenti della rete (posta elettronica, social network, chat, blog) oppure attraverso il telefono cellulare.

I bulli colpiscono prevalentemente i ragazzi più vulnerabili e quelli ritenuti “diversi” per il colore della pelle, l’orientamento sessuale o perché affetti da qualche handicap, o, peggio, semplicemente perché più riservati, meno socievoli e comunicativi, non alla moda. La caratteristica principale di questo fenomeno, però, non è tanto l’esistenza del bullo, o la presenza della vittima di bullismo, quanto il contesto in cui le azioni violente o le umiliazioni hanno luogo, la cornice degli osservatori che, da meri spettatori inerti, possono trasformarsi addirittura in spettatori attivi che plaudono alle vessazioni messe in atto o ne diventano complici filmandole e diffondendole nel web, irreversibilmente.

Ecco, è proprio la cornice degli spettatori che rende possibile tutto ciò, che dà un vestito di accettabilità alle violenze e alle umiliazioni che possono cambiare la vita dei ragazzi che le subiscono, e anche la vita dei bulli stessi, i quali comprenderanno solo dopo il duro scontro con la giustizia e il processo, il disvalore di quello che hanno fatto, disvalore che il contesto sociale ed educativo non era stato capace di esprimere validamente.

Il contesto sociale può salvare la vittima ma anche il carnefice. I compagni, i genitori, gli insegnanti che non vedono o fanno finta di non vedere, perché “queste cose sono sempre successe”, condannano di fatto la vittima a sentimenti ingiustificati di vergogna e autolesionismo che possono portare a conseguenze estreme, ma anche il bullo stesso a scontrarsi con una realtà adulta e normativa che non ammette più ignoranza, non scusa e non giustifica, catapultando di fatto il ragazzino in un mondo di sanzioni e pene da scontare che nessuno gli ha insegnato a gestire. Che non comprenderà, perché nessuno gli ha insegnato la differenza tra bene e male, e che, quindi, non lo guarirà.

A tal proposito vale la pena di vedere un cortometraggio realizzato dagli alunni della scuola media di Varzo, visibile su YouTube, dal titolo “Io/Me”. Coglie a mio avviso il nocciolo del problema: quando i bulli vivono in un incubo la stessa situazione di paura, isolamento e vulnerabilità in cui hanno costretto la loro vittima, solo allora si rendono conto di quello che hanno fatto e vi pongono rimedio.

Educare i nostri ragazzi alla conoscenza della diversità, alla conoscenza e accettazione delle proprie debolezze così da rispettare e accettare le debolezze degli altri, solo questo processo può scardinare la violenza e la prevaricazione. Ma questo compito tocca agli adulti e agli altri coetanei, a quel contesto di cui si è detto, che non deve riconoscere come ammissibili certi comportamenti, anzi deve schierarsi contro di essi fermamente. D’altro lato l’attenzione dei genitori, ogni qualvolta vedano alterazioni anche minime nel comportamento dei loro figli, è fondamentale per interrompere la spirale di buio nella quale cade la vittima.

La diffusione di momenti di formazione nelle scuole, l’iniziativa dei docenti perché i ragazzi stessi realizzino lavori come quello degli studenti di Varzo, tutto contribuisce a sensibilizzare giovani e adulti a non rifiutarsi di vedere e a percepire quei comportamenti come un disvalore sociale, presupposto indispensabile per fronteggiarne la diffusione.

 

Delia Dorsa


Delia Dorsa, avvocato civilista di Milano, dal 2010 collabora con la rivista Segnali di Fumo con articoli che hanno posto particolare attenzione alla violazione dei diritti della persona con specifico riguardo alla donna sia all’interno della vita familiare che nel sociale, all’interazione tra gli individui come espressione dei loro diritti e bisogni personali nel rapporto con gli altri.

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