Indigeni: nel mondo 300 milioni, minoranze senza tutela

Questo scritto non ha nessuna ambizione di essere un articolo, sono solo pensieri personali che si incrociano con pensieri amnistiani.
Sono socia di Amnesty International dal ’94 e mia scuola è stata il Gruppo 22 di Legnano a cui sono tuttora legata da tanto affetto. Attualmente faccio parte del Coordinamento America Latina e mi occupo del tema delle popolazioni indigene.

Un’esperienza di tre anni a Città del Messico e una breve collaborazione nel Gruppo 12 di Città del Messico, avevano risvegliato in me interesse e empatia verso gli indigeni del mondo. Fin da piccola, i film sugli indiani di America che vedevo con mio padre mi lasciavano un senso di disagio che all’epoca non comprendevo: gli indiani erano i “cattivi” secondo i grandi.

Scartabellando tra gli appunti “messicani “ ritrovo delle note che volentieri condivido con voi.

Sabato 5 marzo 2005

Oggi ho conosciuto Maria Refugio al santuario della “Mariposa Monarca”. E’ un santuario un po’ insolito in quanto il santuario stesso non c’è, cosi si chiama il bosco in cima al monte Pinon 2.700 m al confine tra El Estado Mexico e el Estado de Michoacan.

Qui svernano le farfalle che migrano dal Canada e dal Sud degli Stati Uniti, dal mese di Settembre fino a Marzo, quando ripartono in gruppo volando alla stessa quota, per ritornare ai paesi di origine.
E’ un’esperienza unica. Gli alberi sono colmi di farfalle, sembrano fiori , ma sono farfalle. Volano in gruppo numerosissime: sembra di vedere lo sciame di api o gruppi di moscerini.

Maria Refugio è una donna che potrebbe aver 30 come 50 anni: minuta, stretta nella sua gonna rossa verde e nel golfino rosso, seduta su un tronco tagliato, con le ginocchia avvolte nello scialle bianco, non si sa bene se per freddo o per pudore.
Abita a una mezz’ora dal bosco della Mariposa Monarca, giù per il pendio.
Chiama il suo pueblo “Acampamento”, 1000 abitanti, dove tutte le case sono fatte di tronchi di pino.

Vivo con quel signore, mi dice, è il padre degli ultimi due bambini, tre e nove anni. Gli altri sei, probabilmente di un altro padre, sono già sposati, salvo l’ultimo che vive in casa con lei.
Maria Refugio ha un viso dalla pelle olivastra, tipica degli indios, occhi profondi dallo sguardo generoso e un sorriso dolce, rovinato, peccato, dalla dentatura bianca intervallata da denti placcati oro e argento.
Vende refrescos y galletas per arrotondare.

In casa dice, abbiamo un televisore “chiquito” per far passare il tempo. “Il frigorifero no, non abbiamo i soldi.” Viene qua ogni sabato e ogni domenica da Novembre a Marzo, quando i turisti salgono, per vedere la mariposa. “Non ho un altro lavoro”. C’è tanto da fare in casa: i piccoli, l’uomo e altre persone che ospitano nella casa.

“A Acampamento c’é solo la scuola primaria (elementare). La secondaria non c’e. I nostri figli devono andare in un villaggio più grande e qualche km più giù. L’ospedale non c’è. Ci portano a Toluca.
Macchine? No, non esistono ad Acampamento, camminiamo. C’è un autobus ma se perdiamo la corsa dobbiamo andare a piedi.
“Siamo indigenas campesinos, viviamo di mais e frijoles”.

Questa e’ l’altra faccia del Messico. Il monte a 250 Kms a nordest di Città del Messico, a solo 30 km da Valle del Bravo, una zona di turismo d’elite dove i ricchi di Città del Messico hanno la seconda casa per il fine settimana e a 100 km da Toluca, citta’ industriale per eccellenza.
I poveri sono più vicini di quello che si pensa.
Torno a Città del Messico la sera stessa. Il Centro Commerciale ha l’impronta statunitense, luogo di opulenza e ricchezza all’occidentale è ancora aperto.

Si legge che nel mondo gli indigeni sono circa 300 milioni e che il 50% appartiene ancora a popoli tribali.
Una minoranza rispetto alla popolazione mondiale, ma senza tutela alcuna, esposta in continuazione a soprusi e violazioni da parte di Stati che, da sempre, privilegiano le maggioranze.

Le popolazioni indigene vengono considerate “primitive”, arretrate, ignoranti. Sono costrette ad adeguare la loro vita ai canoni delle popolazioni occidentali.
Devono lasciare le proprie terre ancestrali, cercare altri mezzi per il sostentamento. I loro villaggi vengono inondati da dighe costruite con l’imposizione e vengono commessi soprusi e violati i diritti umani.
Talvolta I villaggi vengono travolti e invasi da allevamenti di bestiame dei grossi allevatori e proprietari terrieri locali che sono sostenuti dall’industria delle multinazionali.
I giovani indigeni vengono scoraggiati dal parlare la loro lingua e “costretti” a sostituirla con una lingua delle popolazioni cosiddette “civilizzate”.

Questi problemi sono risultati molto evidenti nei paesi dell’America Latina, dove risiedono un’alta percentuale di comunità indigene e con un alto tasso di povertà ed emarginazione.
Ma quello che è più grave è che l’”indigeno” non viene considerato come una persona degna di essere consultata prima che decisioni irreversibili vengano prese sulla propria sorte presente e futura.

Negli ultimi anni è cresciuta la loro presa di coscienza rispetto ai propri diritti. Contemporaneamente il lavoro di sensibilizzazione e di richiamo all’attenzione dei Governi è stato svolto con costanza e fede da parte delle ONG internazionali tra cui anche Amnesty International.

Dopo lunghi anni di attesa, nel 2006 durante l’Assemblea Generale dell’ONU, il Consiglio dei Diritti Umani approvò il testo della “Dichiarazione dell’Onu sui diritti delle popolazioni indigene”, riconoscendo così gli “indigeni” uguali a tutti gli altri popoli e con gli stessi diritti, fino a tutelare il rispetto per la loro cultura, riconosciuta come una ricchezza della civiltà e Patrimonio comune dell’Umanità.
Nel 2007 la Convenzione fu ratificata da 143 stati membri; solo quattro Stati votarono contro: USA; Canada, Australia e Nuova Zelanda.

Il diritto internazionale tutela i diritti delle popolazioni indigene tramite una specifica normativa contenuta nella “Convenzione 169″, approvata nel 1989 dalla Organizzazione Internazionale del Lavoro” (OIL).
La convenzione si ispira al rispetto delle culture, organizzazioni e stili di vita delle comunità indigene all’interno del proprio paese. Garantisce non solo i diritti delle singole persone tribali, ma anche i loro diritti collettivi in quanto popoli.

Tuttavia i soprusi e le violazioni ai diritti degli indigeni non si sono fermati.
Il diritto alla terra è il primo diritto collettivo ad essere violato da compagnie multinazionali che attraverso invasioni di territori abitati da nativi indigeni e conseguenti sgomberi forzati, costringono le comunità a vivere emarginate ai bordi del territorio senza la possibilità di coltivare le proprie terre e di garantirsi il sostentamento.

Casi gravi si verificano tuttora in Brasile, Peru, Colombia, in aggiunta ad altri. AI lavora a sostegno di queste popolazioni, con denunce continue e richiami alle Autorità Governative.

 Amnesty International Italia si occupa di diritti degli indigeni trasversalmente all’interno di campagne a tema o campagne mirate su Paesi.

Si deve considerare che probabilmente lavorare sulle violazioni dei diritti delle popolazioni indigene richiede più ricerca e attenzione dato che si deve considerare due diversi aspetti: quello della tutela dei diritti collettivi inerente il “popolo” e quelli individuali, circostanziati al diritto dell’individuo all’interno della comunità indigena e del paese.

Penso che sia importante sentirsi sempre più cittadini del mondo: il rispetto degli altri è universale.
Si deve riscoprire il valore delle diversità dei popoli, e tra i popoli. Ritrovare i legami che ci uniscono ai popoli indigeni e sostenere la loro lotta per la dignità e l’eguaglianza.

Rosi Penna (Coordinamento America Latina – Amnesty International)


Attivista di Amnesty International dal 1994 (nel gruppo di Legnano e del gruppo 12 Città del Messico); membro del coordinamento America Latina dal 2010.

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