Intervista a Kyaw Kyaw Win – Il dramma dei Rohingya

Grazie alla preziosa collaborazione del professor Silvio Premoli, docente della facoltà di Scienze della Formazione, UNICATT Milano, e dei suoi studenti, il Gruppo di Milano 11, Amnesty International Lombardia, ha organizzato una conferenza sul dramma dei Rohingya, che si è tenuta il giorno 20 marzo nella sede universitaria di Largo Gemelli. Testimone diretto è stato Kyaw Kyaw Win, giovane blogger birmano, da due anni rifugiato politico in Germania. Durante la conferenza ho fatto da interprete a Kyaw Kyaw e successivamente l’ho intervistato per questo articolo.

Ciao Kyaw Kyaw, e grazie per la tua presenza qui all’Università Cattolica. Potresti presentarti e spiegare perché vivi in Germania?
Ciao a tutti! Sono un cittadino birmano, nato nel Mon State nel Sud-Est del Myanmar, dove sono vissuto in un villaggio nei pressi della città di Mawlamyine. Ho 26 anni e dal 2016 vivo in Germania, a Lipsia. Sono molti i motivi che mi hanno spinto a richiedere asilo, ma di sicuro la ragione più importante è stata l’urgenza di scappare dalla polizia che voleva arrestarmi. Il 10 aprile 2016, infatti, due ufficiali della polizia, Myint Htay e Thar Cho, si sono presentati a casa mia con l’ordine di custodia cautelare a mio carico. Fortunatamente non ero lì, ma da quel giorno ho iniziato a scappare, rifugiandomi anche in luoghi di fortuna.
In quel periodo ero in contatto con un professore americano che vive a Dusseldorf, in Germania. Gli chiesi se poteva aiutarmi a lasciare il Myanmar e richiedere asilo in Germania e lui mi rispose: “Ok, troverò un modo per tirarti fuori di lì”.
Nel frattempo cercavo anche altre soluzioni e così con l’aiuto di un avvocato australiano di diritto internazionale, ho tentato di raggiungere il confine con la Thailandia. Una volta arrivato nei pressi del check point, mi sono reso conto che sarebbe stato troppo rischioso oltrepassare il confine perché il governo thailandese non accetta immigrati illegali, e quindi sarei stato respinto in Myanmar direttamente nelle mani della polizia che mi stava cercando, cosa che capita molto spesso. Alla fine comunque il professore americano, in collaborazione con altri amici, riuscì a preparare tutti i documenti per la Germania e così lasciai il mio paese nel luglio del 2016.

Per quale motivo la polizia voleva arrestarti?
Principalmente per il blog che avevo aperto nel 2014: Burma Rohingya News English Version, e per un articolo apparso online su Elephant Journal nel 2016 dal titolo Buddhist monk leads genocide in Myanmar. In questo articolo scrivevo del monaco buddista Wirathu che dal 2012 sta conducendo una durissima campagna di odio nei confronti delle comunità musulmane presenti in Myanmar (4% della popolazione) e in special modo contro i Rohingya. Con il tempo questa propaganda ha avuto un largo seguito presso i buddisti, che costituiscono il 90% della popolazione

Come mai hai aperto il tuo blog?
Nel 2013, quando avevo 21 anni, sono andato nel Rakhine State, dove ho visto i Rohingya vivere in condizioni disumane. Sono rimasto scioccato, ma non sapevo cosa fare. Al mio ritorno ne ho parlato al gruppo del partito NDL di cui facevo parte (National League for Democracy, fondato dal premio Nobel per la Pace Aung San Suu Kyi, ndr), ma non ho avuto da parte loro la disponibilità a portare alla luce il problema. Ho però continuato a chiedermi come potevo fare qualcosa, perché sentivo che non potevo stare zitto. Allora, attraverso Facebook, mi sono messo in contatto con un giornalista e scrittore freelance americano, Theo Horesh, che mi ha consigliato di aprire un blog e una pagina web. Così ho fatto nel 2014, imparando da Theo come attirare l’attenzione delle persone finché ho visto crescere la mia audience: in uno spazio di tempo relativamente breve, tantissime persone si erano collegate alla mia pagina, visualizzando le notizie, le foto e i video che postavo e venendo quindi a conoscenza dell’emergenza Rohingya.

IMG_20180416_164318Chi sono i Rohingya e perché sono diventati il facile bersaglio della milizia birmana?
I Rohingya sono una delle popolazioni più perseguitate al mondo. Costituiscono una minoranza di religione musulmana che vive nel Myanmar da secoli ma oggi la loro comunità, che comprende circa un milione e mezzo di persone, si trova stanziata lungo la costa occidentale del Myanmar, nello stato del Rakhine. Hanno una lingua che non viene riconosciuta dallo Stato, hanno perso il loro diritto alla cittadinanza dal 1962, quando la giunta militare prese il potere, mantenendolo fino al 2012. Con una legge del 1982 il governo permise ai Rohingya di richiedere la cittadinanza a patto che parlassero una lingua riconosciuta ufficialmente e che potessero documentare la loro effettiva presenza in Myanmar prima del 1948, anno dell’indipendenza della Birmania dalla Gran Bretagna. Ovviamente nessuno di loro era in possesso di uno straccio di documento che dimostrasse la loro origine o provenienza. Il governo tuttora sostiene che sono emigrati dal Bengala e per questo motivo sono stati esclusi dalla lista delle 135 etnie presenti in Myanmar. Hanno subito la dura repressione del governo fin dagli anni ’70 ma sicuramente la situazione si è aggravata dal 2011 in poi, proprio in coincidenza con il passaggio dalla dittatura alla democrazia. I Rohingya non hanno libertà di movimento né di sposare chi desiderano. Gli attacchi ai loro villaggi e alle loro proprietà sono diventati sistematici e hanno attirato l’attenzione della comunità internazionale dall’agosto 2017, quando la milizia birmana ha incendiato le loro case, stuprato le loro donne, costringedoli al massiccio esodo in Bangladesh.

Quale messaggio vuoi lasciare ai giovani italiani che hanno assistito alla tua conferenza all’Università Cattolica di Milano?
Non smettete mai di fare “la cosa giusta” per chi soffre. Se non avete ancora iniziato, pensateci per favore. Forse vi chiederete: che cosa posso fare io come giovane? Non ho potere, non posso cambiare il mondo.
Io rispondo: è vero, ma questo non significa che non potete iniziare a fare la cosa giusta. Se non fate nulla, il risultato sarà lo stesso: nulla. Se invece fate qualcosa, qualcosa si muoverà, non importa se il risultato non è sicuro al 100%, ma sono certo che qualcosa succederà.
Perché qualcosa succede sempre, anche solo se si incomincia a sapere che una popolazione, in questo caso i Rohingya, sta soffrendo. Se voi da ora inizierete a parlare dei Rohingya agli altri, allora la mia voce diventerà più forte. E sono certo che la mia voce insieme alla vostra voce darà energia e speranza alle persone che in questo momento stanno cercando di sopravvivere. Grazie a tutti voi, grazie ad Amnesty e all’Università Cattolica che mi ha permesso di parlare del mio paese e della mia gente.

Grazie a te, Kyaw Kyaw per la tua presenza e per la tua preziosa testimonianza ai giovani e a noi tutti.

Intervista di Miriam Olgiati

 

Credit Image hompage: amnesty.it

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