Intervista al Direttore del Carcere di Bollate

 

Il dott. Massimo Parisi, Direttore della IIª Casa di Reclusione di Milano-Bollate, risponde ad alcune domande relative al suo carcere sperimentale.

Schermata 2016-05-26 alle 15.24.32Dott. Parisi, la ringrazio a nome della redazione di SdF per aver concesso l’intervista: la IIª Casa di Reclusione di Milano-Bollate è vista da molti operatori nell’ambito del sociale come una sorta di eccezione nel panorama penitenziario italiano. Ci racconta su quali decisioni ministeriali si fonda questa sperimentazione e quali sono state finora le fasi di crescita del progetto?

La IIª Casa di Reclusione di Milano-Bollate, sin dalla sua apertura avvenuta nel 2001, è stata concepita dal Provveditorato Regionale e dal DAP come Istituto a trattamento avanzato in cui sperimentare percorsi d’inclusione sociale dei detenuti. Il progetto è cresciuto “sul campo”, superando inevitabili resistenze culturali che temevano un modello organizzativo fondato sulla costante apertura dei detenuti, sulla loro responsabilizzazione. Inizialmente si è proceduto a un’accurata selezione dei detenuti assegnati in istituto, mentre oggi la selezione è meno rigida. In sostanza nel tempo si è passati da un progetto a una realtà che cerca di gestire, in generale, tutti i detenuti appartenenti al circuito di media sicurezza.

Sul sito del penitenziario di Bollate si dice che il modello gestionale si basa su tre principi base: responsabilizzazione dei detenuti; sicurezza fondata su una vigilanza dinamica ed integrata tra gli operatori; forte integrazione con il territorio. Potrebbe portare degli esempi concreti di come questo si realizza nella pratica quotidiana?

Nella pratica quotidiana i detenuti hanno le camere detentive aperte tutto il giorno e con dei “pass” possono liberamente spostarsi nei luoghi in cui svolgono attività in comune. Il personale di Polizia Penitenziaria, in modo integrato con gli educatori e gli stessi volontari, tende ad approfondire la conoscenza del detenuto senza fossilizzarsi su un mero controllo fisico. I detenuti partecipano attivamente alla vita dell’Istituto impegnandosi in servizi, coordinati anche da volontari, destinati ai loro compagni (ad es. sportello giuridico, sportello salute…). È la logica del cosiddetto “patto trattamentale”: l’amministrazione offre opportunità trattamentali e il detenuto s’impegna attivamente in percorsi che gradualmente lo possono riportare, in modo adeguato, nel contesto sociale.

La progettazione architettonica dell’Istituto, avvenuta in tempi recenti, è stata realizzata tenendo in conto i presupposti di cui abbiamo parlato finora?

Non credo che la proposta architettonica abbia tenuto conto del progetto dell’Istituto ma di certo ne ha favorito la realizzazione.

Vorrei chiederle, se non le spiace, alcuni dati numerici sulla struttura: qual è la capienza massima e quanti detenuti, al momento, effettivamente ospita? Quale invece il rapporto numerico fra agenti di Polizia Penitenziaria e detenuti? Un commento sui dati in questione, alla luce della sua esperienza.

La capienza è pari a 1200 detenuti, e attualmente ne ospita 1180. Gli agenti di Polizia Penitenziaria sono 380. Il modello organizzativo in sostanza consente di avere un numero di unità di personale che sarebbe improponibile qualora si fondasse sul controllo statico di detenuti per larga parte della giornata chiusi nelle camere detentive.

Entrata in carcere a Bollate in tarda serata per assistere a uno spettacolo teatrale, ho notato con stupore che le inferriate di accesso ai reparti erano aperte e alcuni detenuti rientravano proprio a quell’ora nell’edificio. Possibile?

È proprio dovuto alla logica organizzativa di cui parlavo prima e che, nell’ambito di una determinata cornice di sicurezza, consente la circolazione dei detenuti all’interno dell’Istituto. Le faccio presente inoltre che sono presenti circa 200 detenuti che lavorano all’esterno dell’Istituto e che vi fanno rientro in diverse fasce orarie, soprattutto serali.

Un ristorante stellato, un maneggio, la custodia attenuata… Quali gli effetti di questo approccio sul tasso di recidiva?

Indagini statistiche hanno stabilito che la recidiva dei detenuti presenti a Bollate si aggira attorno al 20% – percentuale più bassa di quella nazionale – e questo dato conforta molto l’operato di tutti gli operatori, perché dimostra che il risultato finale può essere quello di una maggiore sicurezza collettiva.

Infine, una domanda di routine: chi è il dott. Massimo Parisi e quali obiettivi si pone, a breve e lungo termine, nell’esercizio delle sue funzioni?

Penso di essere soltanto un dirigente dello Stato che crede decisamente che la pena detentiva può e anzi deve essere un’occasione di riscatto e di profondo cambiamento per le persone. In tal senso lo sforzo profuso in tutti i progetti è quello di organizzare un Istituto sempre più aperto al territorio e dotato di servizi, e che questi costituiscano basi solide per un graduale accompagnamento nella società di tutti coloro che scontando una pena abbiano la possibilità di coglierne il senso.

 

Martina Manfrin

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