L’Italia e il reato di tortura

La tortura, oltre a essere vietata a livello internazionale e a non essere ammissibile in nessuna circostanza, rappresenta un crimine contro l’umanità. Tuttavia tale ignobile pratica rimane radicata nella società contemporanea, anche nei paesi democratici. Il divieto di ricorrere alla tortura e ai trattamenti disumani e degradanti è sancito in numerosi trattati internazionali, a cominciare dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo del 1948, fino alla Convenzione contro la tortura del 1984. Sebbene vincolante solo per gli Stati parte, la Convenzione di New York del 1984 prevedeva, ai sensi degli articoli 1 e 4, l’introduzione di un reato criminalizzante ad hoc in materia di tortura. L’Italia, pur avendo ratificato la Convenzione, non ha mai proceduto all’introduzione del reato di tortura nel proprio ordinamento interno.

La vicenda italiana sull’instop-torturatroduzione del reato di tortura dimostra come il problema del rispetto dei diritti e della dignità umana sia ancora considerato secondario, come se la pratica della tortura non riguardasse l’Italia, un paese democratico e civile. Sono numerose le proposte di legge presentate a partire dal 1989, ma nessuna ha terminato l’iter legislativo. Alcuni progetti di legge, pur avendo come finalità l’introduzione di un reato specifico, presupponevano la reiterazione del reato; altri, invece, contenevano una definizione di «tortura» distinta da quella contemplata dall’articolo 1 della Convenzione contro la tortura e altri trattamenti o pene crudeli, inumani e degradanti. L’illecito internazionale commesso dall’Italia è stato criticato da numerosi organi internazionali di controllo sul rispetto dei diritti umani, a cominciare dal Comitato contro la tortura e dal Comitato dei diritti umani. L’Italia, nel tentativo di motivare il mancato adempimento dell’impegno assunto con la firma della Convenzione contro la tortura, ha sostenuto che l’introduzione di un reato specifico non fosse necessaria, essendo le fattispecie presenti nel codice penale idonee a sanzionare la pratica della tortura.

Tutta la gravità di questa lacuna legislativa in materia di tortura è emersa soprattutto in occasione delle violenze commesse dalle forze dell’ordine a Genova nel 2001, in particolare all’interno della caserma Nino Bixio di Bolzaneto. Dal 19 al 21 luglio 2001 a Genova ebbe luogo il vertice del G8. Sin dai primi giorni si verificarono scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti appartenenti alla rete dei movimenti no global, giunti nel capoluogo ligure per manifestare contro i fenomeni della globalizzazione economica, al grido di «un altro mondo è possibile».

Gli episodi scontri tra le forze dell’ordine e i manifestanti insanguinarono il capoluogo ligure a partire dal 19 luglio, e raggiunsero l’apice nella giornata del venerdì, quando nei pressi di piazza Alimonda, il giovane manifestante Carlo Giuliani venne ucciso. La sera di sabato 21 luglio un centinaio di poliziotti e carabinieri, ritenendo di aver individuato un gruppo di appartenenti al cosiddetto «Blocco nero», fece irruzione all’interno della scuola Diaz e dell’istituto Pascoli, adibiti a dormitori per i manifestanti e i reporter nei giorni delle contestazioni del G8. Le forze dell’ordine entrarono nella Diaz in tarda serata e picchiarono selvaggiamente una novantina di giovani inermi, molti dei quali stavano riposando.

Oltre duecentocinquanta manifestanti fermati durante gli scontri in piazza furono trasferiti in due strutture provvisorie: il carcere di Forte San Giuliano e la caserma Nino Bixio di Bolzaneto. All’interno di quest’ultima furono perpetrate, da parte degli agenti della Polizia di Stato, della Polizia Penitenziaria, dei Carabinieri e del Gruppo operativo mobile, vessazioni, umiliazioni, trattamenti disumani e degradanti.

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Credits: Mario Biani

Il G8 di Genova, per usare le ormai note parole di Amnesty International, ha rappresentato «la più grande sospensione dei diritti democratici in un paese occidentale dopo la seconda guerra mondiale». Secondo i pubblici ministeri Patrizia Petruzziello e Vittorio Ranieri Miniati, le vessazioni e le violenze commesse a Bolzaneto sarebbero compatibili con la nozione di tortura. Una tesi sostenuta anche dalla Corte di Strasburgo che, proprio nel 2015, ha qualificato i fatti accaduti nella scuola Diaz-Pascoli come «tortura», condannando l’Italia per la mancata introduzione di un reato ad hoc. Il caso Bolzaneto e la «macelleria messicana» perpetrata alla scuola Diaz hanno dimostrato l’inadeguatezza del quadro normativo italiano poiché, a causa della mancata introduzione del reato di tortura, le violenze e i maltrattamenti sono stati sanzionati ricorrendo a fattispecie generiche, cadute ben presto in prescrizione. La tortura, invece, non deve essere prescrittibile e deve sanzionare anche forme di tortura più sofisticate, quali la tortura di natura psicologica.

L’Italia ha quindi commesso un illecito internazionale, non avendo rispettato gli impegni assunti. L’assenza di un reato criminalizzante ad hoc comporta il ricorso a reati generici e non adeguati a punire con rigore la gravità della pratica commessa. L’introduzione del reato di tortura in Italia non è necessaria esclusivamente ai fini dell’adattamento alla Convenzione contro la tortura, ma è espressamente richiesta dalla nostra carta costituzionale che, all’articolo 13, quarto comma, recita: «È punita ogni violenza fisica e morale sulle persone comunque sottoposte a restrizione di libertà».

 

Alice Bartesaghi

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