Italia: l’economia dell’arma prevale sui diritti umani

L’Osservatorio Permanente sulle Armi Leggere e Politiche di Sicurezza e Difesa (O.P.A.L.)  ha diffuso un documento in seguito all’entrata in vigore del decreto sicurezza analizzando le fattispecie della legge che reintroduce il confino tra le misure di polizia (il cosiddetto ‘daspo urbano’) e che renderanno legale detenere i cittadini migranti fino a sei mesi nei ‘centri di rimpatrio’: cittadini per i quali la concessione della cittadinanza e la possibilità della sua revoca dipenderanno da atti puramente arbitrari. Nonostante il parere negativo del Consiglio Superiore della Magistratura – prosegue la nota dell’O.P.A.L. – il governo impone come via per gestire i flussi migratori un atteggiamento discriminatorio, di sopraffazione e repressivo, puntando sull’intervento poliziesco in tutte le questioni sociali più difficili.

Il nostro Paese – si legge ancora nel documento O.P.A.L. – intrattiene relazioni, talvolta economicamente anche molto rilevanti, con quasi tutti i paesi in cui si eseguono ancora condanne a morte, e di alcuni ospita consistenti comunità di cittadini espatriati. Il nostro governo autorizza le esportazioni delle armi prodotte in Italia in quasi tutti i paesi che praticano la condanne a morte.

Nel 2017 il maggior importatore di armi italiane è stato il Qatar, che mantiene la pena capitale per reati come l’omicidio, i crimini contro lo Stato, il traffico di droga, gli abusi sessuali su un parente, il proselitismo religioso e inoltre – per i soli musulmani, secondo la Sharia – l’adulterio.

Il Kuwait, principale acquirente di armamento italiano nel 2016, pratica attivamente la pena di morte (7 esecuzioni nel 2017, 36 detenuti nel ‘braccio della morte’), a cui possono andare soggetti anche minorenni (la maggiore età di 16 anni è in vigore dal 2017), nonostante il Kuwait abbia firmato la Convenzione sui Diritti dell’infanzia e la Carta araba dei diritti umani, che espressamente lo escludono. Sia il Qatar che il Kuwait hanno votato contro la moratoria delle esecuzioni capitali nel 2014, nel 2016 e nel 2017.

Per quanto riguarda l’Egitto – prosegue il documento – Paese in cui negli ultimi tre anni sono state comminate oltre mille sentenze capitali e almeno 35 sono state le esecuzioni (la metà per ‘terrorismo’), nonché 13.000 civili sono stati giudicati da tribunali militari dopo la salita al potere del gen. Al-Sisi, il governo italiano ha ripreso a fornire armamento militare e ‘civile’ (vale a dire a polizie e corpi speciali) a ritmo sostenuto.
Tutto ciò mentre il tribunale di Roma denuncia di non aver ricevuto in due anni e mezzo alcuna vera collaborazione dalla giustizia egiziana nel caso Regeni, avviando proprie indagini su nove agenti egiziani sospettati delle torture e dalla morte del giovane ricercatore italiano, e il presidente della Camera Roberto Fico annuncia – per la stessa ragione – la rottura delle relazioni con il parlamento egiziano.

Fonte: https://www.repubblica.it

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