La dignità delle donne 365 giorni l’anno

discriminazione delle donne Si è da poco celebrata la Giornata internazionale della donna, comunemente chiamata Festa della donna, introdotta da oltre un secolo per celebrare le conquiste dei diritti delle donne e le loro vittorie sociali, ma anche per ricordare le discriminazioni e le violenze che le donne hanno subito e tuttora subiscono in ogni parte del mondo.

Ma qual’è la situazione delle donne a varie latitudini?

C’è da fare immediatamente una premessa: non esiste un posto nel mondo dove le donne non siano state oggetto di discriminazione. Il ministro della Giustizia italiano Paola Severino ha detto a riguardo: “La violenza sulle donne avviene sia nei Paesi a elevato livello di civiltà e cultura sia nei Paesi del Sud, e le categorie delle donne vessate sono indifferenziate, dalla manager alla casalinga”. Quindi anche in uno Stato considerato civile com’è l’Italia, la donna è comunque oggetto di violenza. Nel 2012 ci sono stati circa 120 casi in Italia di donne picchiate e uccise, una cifra preoccupante.

Spostandosi nel continente africano la situazione è davvero tragica. Ormai sono tutti consapevoli delle brutalità subite dalla popolazione femminile in vari Stati africani come la Somalia o l’Uganda, dove si continua a praticare la mutilazione degli organi genitali femminili, oppure in Stati perennemente dilaniati da guerre civili come il Congo, in cui le donne sono stuprate, ma stupisce che anche in Paesi raggiunti dal vento rivoluzionario della Primavera Araba le cose non siano mutate di molto. In Egitto si sperava in un miglioramento delle loro condizioni grazie alla rivoluzione del gennaio 2011 ma la realtà è invece un’altra; i soprusi sulle donne continuano e la nuova carta costituzionale, appena varata, non le tutela ma anzi ostacola la parità dei diritti, elevando i principi della Shari’a –  la legge islamica – “a fonti primarie dell’ordinamento” e mantenendo così la donna in una condizione subalterna.

Altro Stato con forti contraddizioni è il Marocco. Recentemente il Paese si è dotato di una nuova costituzione che garantisce l’uguaglianza tra uomo e donna, ma in altri settori, in particolare quello penale, l’ordinamento marocchino è ancora fortemente discriminatorio. Basti pensare alla disciplina del reato di stupro. Innanzitutto è considerato nella categoria dei reati contro la decenza, e prevede una pena tra i 5 e i 10 anni, aumentata fino a 20 se la ragazza è minorenne; inoltre come fattore discriminante tiene conto della verginità o meno della vittima, che comporta, se presente, l’innalzamento della pena. Fortunatamente l’articolo più controverso, il 475 del codice penale, che prevedeva che l’autore della violenza sessuale potesse evitare il carcere sposando la vittima, è stato modificato. Purtroppo ciò è avvenuto solo dopo varie manifestazioni di protesta e soprattutto dopo l’ennesimo caso in cui una donna vittima di violenza si è tolta la vita per sfuggire al matrimonio riparatore con il suo aggressore, episodio che ha avuto protagonista una ragazza di soli 16 anni.

La situazione dell’India non è differente dagli esempi precedenti. Paese impregnato di una cultura ancora troppo maschilista, dove è ben radicato il sistema delle caste, che anche se ufficialmente abolito continua a essere seguito e causa molte discriminazioni. Ha fatto il giro del mondo la notizia della giovane studentessa indiana morta in seguito a uno stupro di gruppo avvenuto su un autobus il dicembre scorso a New Delhi; ciò ha scatenato l’ira della popolazione indiana che ha richiesto misure drastiche per reprimere gli stupri, aumentati dagli anni ’70 a oggi del 792%. Tra le attiviste indiane impegnate nella salvaguardia dei diritti delle donne si deve ricordare Sampat Pal Devi, leader del movimento politico delle donne in sari rosa, il cosiddetto Gulabi Gang, (“gulabi” in hindi significa rosa). Questo gruppo, che conta ormai più di 20.000 persone, è impegnato nella lotta per la difesa delle donne che subiscono violenza tra le mura domestiche; la loro arma è la parola, utilizzata per fare da mediatrici nei villaggi, per opere di prevenzione e scolarizzazione delle bambine.

Anche Irom Sharmila, soprannominata la “Lady di ferro”, è un’attivista indiana e da 12 anni conduce uno sciopero della fame in segno di protesta contro le leggi speciali militari, che assegnano alle forze armate grande libertà e hanno permesso loro di compiere le più svariate violazioni rimanendo sempre impuniti: arresti senza un preventivo mandato, perquisizioni dei dissidenti e cosa assai grave, stupri di donne. Da anni Irom Sharmila lotta per l’abolizione di queste leggi e il governo indiano cerca di ostacolarla facendo ricorso all’alimentazione forzata per impedirle di proseguire lo sciopero della fame, e ora – notizia di pochi giorni fa – accusandola di tentato suicidio, imputazione per cui Irom rischia fino a un anno di carcere.

Donne che combattono e anche donne che hanno lottato strenuamente, ma che alla fine hanno dovuto piegarsi di fronte al male, com’è successo per Angélica Bello, attivista dei diritti umani in Colombia morta il 16 febbraio scorso. Le autorità colombiane hanno stabilito che si è trattato di suicidio, e sicuramente la motivazione del suo gesto è da ricondurre alle persistenti minacce di morte rivolte a lei e alla sua famiglia. Negli anni del suo attivismo, sia Angélica che le sue figlie sono state aggredite e addirittura violentate in sfregio a tutto ciò per cui Angélica combatteva: dar voce alle donne del suo Paese, tenute in disparte dalla vita civile e sociale e molto spesso umiliate e maltrattate.

Un apporto significativo al riconoscimento della dignità delle donne è dato anche dalle tante manifestazioni che si svolgono periodicamente in ogni parte del mondo. Degno di nota è stato il One Billion Rising, un flash-mob mondiale che ha fatto scendere per le strade e le piazze di diverse città di ogni continente, il giorno di San Valentino, migliaia di persone, per ballare contro la violenza sulle donne e promuovere lo slogan “Un miliardo di donne violate è un’atrocità, un miliardo di donne che ballano è una rivoluzione”.

A ideare e coordinare l’evento è stata l’associazione V-Day, nata 18 anni fa dall’iniziativa di Eve Ensler, autrice dei I monologhi della vagina, impegnata da sempre in difesa dei diritti delle donne. Come si legge dal sito dell’ong, il compito dell’associazione è di “focalizzare l’attenzione sulla battaglia per fermare le violenze contro le donne e le bambine, comprendenti stupri, rapimenti, mutilazione degli organi genitali e schiavitù sessuale”. One Billion Rising ha riscosso un grande successo: hanno aderito più di 200 Paesi nel mondo coinvolgendo milioni di persone, ma anche molte organizzazioni internazionali tra cui Save the Children, Emergency e Amnesty International.

Per ricordare le oltre 4.300 donne che dal 1993 a oggi sono scomparse e sono state uccise nella città messicana di Ciudad Juarez, tristemente nota per essere la metropoli più pericolosa del mondo, è nata l’installazione Zapatos Rojos “Scarpette rosse”, dell’artista messicana Elina Chauvet: centinaia di paia di scarpe rosse da donna posizionate in lunghe file nelle piazze e nelle vie di varie città, a testimonianza di tutte le donne cancellate dalla violenza maschile. L’opera di Elina Chauvet in questi giorni è in Italia e ha già toccato vari centri tra cui Milano, Genova e ora Torino. Tutti sono invitati a parteciparvi portando un paio di scarpe da donna e colorandole sul posto di rosso, il colore scelto per ricordarle. Anche Amnesty International ha partecipato insieme ad altre organizzazioni a questo progetto. Perché la Festa della donna deve essere l’occasione per ricordare che il cammino per la libertà delle donne non è ancora terminato e che la loro dignità deve essere celebrata non un solo giorno, ma ogni giorno dell’anno.

Una cosa da fare subito firmare l’appello che fermi la discriminazione delle donne in Egitto.

Se vuoi essere informato e partecipare alla difesa dei diritti delle donne iscriviti alla Rete “Mai più violenza sulle donne” in ogni parte del mondo.

Alberto Grugnetti

Print Friendly, PDF & Email

No comments.

Leave a Reply