La pena di morte: la realtà imbarazzante per gli USA

La pena di morte negli USA

In questi giorni sulla homepage italiana di Amnesty International, www.amnesty.it , è comparsa una petizione volta a bloccare l’esecuzione capitale di un detenuto, Gary Haugen, nello Stato americano dell’Oregon.

Gary Haugen, 49 anni,  insieme a  Jason Van Brumwell, è stato condannato a morte nel 2007 per l’omicidio di David Polin, avvenuto nel 2003 nel penitenziario dello Stato dell’Oregon. Al momento del reato, Gary Haugen stava scontando una condanna all’ergastolo, emessa nel 1981, per aver assassinato la madre della sua ex fidanzata l’anno prima.

All’inizio di quest’anno, una neuropsichiatra, ingaggiata dai primi avvocati di Haugen, ha valutato che il detenuto era affetto da “disturbi deliranti che lo rendono non idoneo a essere messo a morte”. Infatti secondo la dottoressa, anche se Gary Haugen ha “piena consapevolezza” della sua imminente esecuzione e del motivo della condanna, non ha la piena comprensione razionale di cosa rappresentino il crimine e la sua punizione. Haugen, inoltre, soffre di deficit di attenzione e di disturbi di apprendimento e della memoria, dovuti a traumi cranici.

Tuttavia, a maggio, un giudice ha accolto la richiesta di Gary Haugen di licenziare i suoi avvocati che  non sono stati così autorizzati a presentare la prova relativa alla sua inidoneità, sul piano giuridico, a essere messo a morte. Nel corso di un’udienza successiva, lo stesso giudice ha accolto la richiesta di Haugen di non presentare la valutazione della neuropsichiatra e l’unica persona che ha potuto testimoniare è stato un medico, richiesto dall’accusa, le cui constatazioni scritte non sono state rese pubbliche. Il giudice, al termine dell’udienza e sulla base degli elementi raccolti, ha ritenuto che Gary Haugen potesse rinunciare a presentare appello e che era idoneo, sul piano giuridico, a essere messo a morte. Il giudice non ha ancora firmato l’ordine di esecuzione, ma dovrebbe fissare la data di esecuzione per il 6 dicembre.

Gli avvocati dell’organizzazione non governativa Oregon Capitale Resource Center hanno chiesto alla Corte suprema dello Stato di convocare un’altra udienza per stabilire nuovamente le condizioni di salute mentale di Haugen e determinare così la sua inidoneità, sul piano giuridico, a essere messo a morte, sostenendo che consentire “a un detenuto di scegliersi la sentenza introduce un’incomprensibile arbitrarietà nel sistema della pena capitale” e che se si permettesse “a una persona accusata di un reato capitale, che chiaramente non è idonea a essere messo a morte, di escludere le prove della sua inidoneità”, l’Oregon rischierebbe di procedere a un’esecuzione proibita dalla sua costituzione.

Contro la pena di morte

Il fatto che in alcuni Stati degli Usa, Paese che da sempre è conosciuto come quello delle libertà e della democrazia, viga ancora la pena capitale non ci deve affatto stupire.

Gli Stati federali che hanno deciso di mantenere in vigore l’esecuzione capitale sono ben 37 e tra essi vi sono Texas, Oregon, California, Florida, Arkansas, Colorado, Georgia. Un’evidente controtendenza rispetto a quanto è, invece, accaduto in altri Paesi occidentali che, già a partire dal XVIII secolo, hanno iniziato una lenta e progressiva abolizione della pena capitale.

Questo percorso affonda le sue radici nel celebre pamphlet di Cesare Beccaria Dei delitti e delle pene (1764), in  cui non solo si afferma l’inumanità della pena di morte, ma più pragmaticamente anche la sua inutilità. Infatti, se lo scopo essenziale della pena è la rieducazione del condannato al fine di un suo futuro reinserimento nel tessuto sociale, la pena di morte perde di significato. Inoltre, continua lo studioso italiano, lo Stato, per punire un delitto, ne commetterebbe uno a sua volta. Bisogna però ricordare che la condanna di Beccaria contro la pena capitale non è assoluta, ma prevede delle deroghe sicuramente dettate dal contesto sociale e storico in cui tale libello è stato scritto:

“La morte di un cittadino non può credersi necessaria, che per due motivi. Il primo, quando anche privo di libertà egli abbia ancora tali relazioni e tal potenza, che interessi la sicurezza della nazione; quando la sua esistenza possa produrre una rivoluzione pericolosa nella forma di governo stabilita. La morte di un cittadino divien dunque necessaria quando la nazione ricupera o perde la sua libertà, o nel tempo dell’anarchia, quando i disordini stessi tengon luogo di leggi.”

Si tratta evidentemente di eccezioni specialissime che vengono ammesse da Beccaria in quanto volte a tutelare un interesse più alto di quello del singolo individuo detenuto (pur anche si parli del suo diritto alla vita!) e cioè la tutela della intera comunità. Lo scritto Dei delitti e delle pene rappresenta solo il punto di partenza di un percorso che oggi trova la sua conclusione nelle moderne costituzioni. In numerose disposizioni costituzionali europee, infatti, troviamo espresso (a volte esplicitamente, altre volte più implicitamente) il divieto della pena capitale.

La pena di morte nel mondoVolendo evitare di fare un elenco dettagliato di queste norme, possiamo limitarci a ricordare il caso dell’Austria (articolo 85 della Costituzione: “La pena capitale è abolita”); del Belgio (articolo 18 della Costituzione: “La pena di morte contro i civili è abolita e non può essere reintrodotta”); della Germania (articolo 102 della Costituzione: “La pena capitale è abolita”); dell’Italia (articolo 27 della Costituzione: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte”).

A proposito dell’Italia, è necessario ricordare che nel 2007 il governo italiano ha presentato all’ONU una proposta di moratoria per la pena di morte. Il testo esortava tutti gli Stati che mantengono in vigore ancora la pena di morte a “stabilire una moratoria delle esecuzioni in vista dall’abolizione” della pena capitale, e invitava a ridurre progressivamente il ricorso a essa e il numero dei reati per i quali può essere comminata, rispettando gli standard internazionali a garanzia dei diritti dei condannati.

La proposta italiana di moratoria è stata approvata il 18 dicembre 2007 con il voto favorevole di ben 104 Paesi membri dell’Assemblea generale delle Nazioni Unite. Tra questi Paesi, però, non compaiono gli USA. In realtà il governo federale degli Stati Uniti non avrebbe comunque potuto votare a favore della moratoria perché, a parte qualche alcuni reati che ricadono sotto la giurisdizione dei tribunali federali e sono punibili con la morte, sono i singoli Stati federati, e non il Presidente né il Parlamento, che possono decidere delitti e castighi, prerogative delle autonomie locali.

Oltre agli Stati Uniti, sono stati 53 i Paesi membri delle Nazioni Unite che hanno dato voto contrario alla proposta di moratoria, mentre 29 Stati si sono astenuti. Ci si domanda, dunque, in concreto quale sia l’attuale situazione. Se andiamo ad analizzare l’ultimo rapporto annuale di Amnesty International scopriamo che 58 Stati continuano a mantenere la pena di morte nei loro ordinamenti, mentre 139 non la applicano, di diritto o in pratica. Tra questi ultimi, 95 Paesi l’hanno abolita per tutti i tipi di reati, 9 l’hanno abolita per i reati comuni (mantenendone la previsione solo per reati particolari, come quelli commessi in tempo di guerra) e 35, pur mantenendo la norma giuridica, non la applicano da oltre 10 anni (abolizionisti de facto).

Ancora una volta, allora, ricordo la petizione che ognuno di noi può firmare per bloccare la pena di morte del detenuto Gary Haugen e che si trova nella homepage italiana di Amnesty International www.amnesty.it .

Per tutte le informazioni sulla campagna contro la Pena di Morte

Marcello Bonazzi (La Redazione)

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