La Penitenciaría General de Venezuela

Christiana Ruggieri, giornalista con un passato di viaggi e missioni umanitarie, con un reportage all’interno della Penitenciaría General de Venezuela, uno dei peggiori luoghi di reclusione al mondo, ci parla de I dannati di San Juan de Los Morros. Nel volume, pubblicato con una prefazione di Riccardo Noury, l’autrice ha dato forma a un resoconto lucido e diretto delle condizioni di vita nelle carceri venezuelane a partire dai racconti dei detenuti che uno di loro, nel corso degli anni, è riuscito a raccogliere.

La Penitenciaría General de Venezuela (PGV) è il carcere di San Juan de Los Morros, nello stato venezuelano di Guárico, centocinquanta chilometri a sud-ovest di Caracas. L’istituto dovrebbe ospitare non più di settecento prigionieri, ma ne contiene fino a quattromila ed è diventato il fortino dei narcotrafficanti, chiamati pranes (capi gang). All’interno del carcere, la situazione è assurda e inaccettabile: i pranes dominano e gestiscono il traffico di droga locale e internazionale, mentre tra i detenuti più comuni c’è chi muore di fame.

Per i pranes il carcere è paradossalmente più sicuro della libertà. Infatti, quando questi vengono rimessi in libertà, non di rado accade che vengano uccisi in circostanze che la polizia non chiarisce. Per lo più queste carceri non sono controllate, in quanto le guardie sono presenti solo all’esterno di un perimetro elettrificato al cui interno può accadere di tutto, mentre i narcotrafficanti riescono ad 7830324avere contatti con l’esterno tramite internet e i social network. Le condizioni di vita per i detenuti comuni raggiungono livelli insostenibili. Le malattie non vengono curate per mancanza di medicinali, avvengono omicidi e i cadaveri sono sepolti in fosse comuni in terreni interni alle carceri. Le Nazioni Unite hanno già da tempo denunciato la situazione.

Rico, un italiano condannato a 22 anni di carcere per spaccio e detenuto nel PGV, con il pretesto di scrivere memorie per la madre morta, dopo aver deciso di riportare di nascosto tutto ciò che vedeva accadere nella prigione, ha affidato il suo racconto alla suora-maestra del PGV, Neyda Rojas, chiamata anche la Goccia Bianca, la sola persona che riesca a frequentare incolume quel luogo e che riesca a portare un po’ di speranza all’interno. Neyda riesce così a trasmettere un documento di denuncia di un Paese e di un sistema, che facendo emergere le ingiustizie e le torture subite dai detenuti e dalle loro famiglie, narra le storie più agghiaccianti come quella di Francisco Guerrero Lárez, ammazzato, smembrato e sepolto sotto al PGV, o di “El Trompeta”, assassino e spacciatore, ma anche considerato una sorta di Robin Hood venezuelano per gli aiuti forniti alle famiglie meno abbienti, il quale dopo aver scontato la sua pena, fu vittima di un’esecuzione da parte della polizia. Grazie alla Goccia Bianca queste storie sono uscite dal carcere e hanno potuto essere conosciute.

L’Observatorio Venezolano de Prisiones (OVP) ha iniziato a sollecitare l’intervento dello stato con reclami relativi alle sparizioni dei prigionieri all’interno del penitenziario, ma le autorità “non hanno mai fatto niente”, come sostiene Humberto Prado, direttore dell’OVP, con particolare riferimento al caso di Francisco Guerrero Lárez. Quattro anni e otto mesi dopo la denuncia da parte della famiglia di Guerrero, il Comitato contro la tortura delle Nazioni Unite ha stabilito la responsabilità dello stato venezuelano nella scomparsa, nel settembre del 2009, di Francisco Guerrero Lárez, detenuto nella Penitenciaría General de Venezuela. Con il caso di Guerrero si sono verificate le violazioni degli articoli 1, 2, 11, 12 e 14 della Convenzione contro la tortura e altre pene o trattamenti crudeli, inumani o degradanti, documento approvato dall’assemblea dell’ONU nel 1984.

Esistono anche testimonianze video, reperibili nella rete e sui social network, che mostrano la drammaticità delle condizioni di detenzione in Venezuela; si tratta di una vera e propria lotta quotidiana per la sopravvivenza in un luogo totalmente privo di leggi. Recentemente sono stati trovati 14 corpi senza vita all’interno di una fossa del penitenziario, e si sta ancora lavorando per identificare i resti delle vittime. Insomma, in un posto in cui dovrebbe regnare la giustizia, questa è completamente sostituita da un regime in cui dominano violenza e sopraffazione e che condanna i detenuti a vivere nella paura.

Delia Dorsa

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Delia Dorsa, avvocato civilista di Milano, dal 2010 collabora con la rivista Segnali di Fumo con articoli che hanno posto particolare attenzione alla violazione dei diritti della persona con specifico riguardo alla donna sia all’interno della vita familiare che nel sociale, all’interazione tra gli individui come espressione dei loro diritti e bisogni personali nel rapporto con gli altri.

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