L’inferno senza fine nelle miniere di Coltan del Congo

ituriTortuosa e schizofrenica come la storia di questa nazione, la strada per Rubaya si inerpica sui monti del Masisi, lungo una pista di sassi e check point. Siamo nella provincia del nord Kivu, estremo est della Repubblica democratica del Congo, ex Zaire, fino alla metà del secolo scorso colonia belga. Tutta quest’area è sviluppata intorno all’attività di estrazione dei due minerali: la manganite e, soprattutto, il coltan. Rubaya è un cumulo di baracche cresciute ai lati di un’unica striscia di fango. Soldati armati di kalashnikov ci ricordano che siamo in zona di guerra.

Sono centinaia le vittime dei gruppi armati che attaccano la popolazione civile o che si scontrano con l’esercito di Kinshasa: si tratta quasi sempre di mercenari, più o meno travestiti da milizie etniche o da gruppi rivoluzionari. Il loro obiettivo è terrorizzare la gente perché se ne vada: e lasci il campo libero allo sfruttamento delle immense ricchezze del sottosuolo. Il gruppo ribelle più famoso, quello dell’M23, ufficialmente ha posto fine alle sue attività da un anno e mezzo.

Ma le stragi a colpi di machete non sono certo finite, da queste parti. Anzi: le truppe governative hanno appena lanciato un’offensiva contro uno dei gruppi militari più attivi e potenti, il Fdlr (Democratic Forces for the Liberation of Rwanda), nato nel 2000 e forte di sei-settemila miliziani. Secondo l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati, al momento i profughi sono almeno 88 mila. Molti dei quali vivono in campi improvvisati, lontani dalla più elementare sussistenza. E con gli occhi ancora pieni degli orrori che hanno vissuto.

Alla base di questo conflitto a bassa intensità (ma ad altissima sofferenza umana) non c’è solo l’odio etnico. Anzi, questo è spesso poco più che un alibi per destabilizzare l’area, alimentando il lucroso traffico di minerali. È per il coltan che, da vent’anni, qui si combatte: la miscela di columbite e tantalite utilizzata nella realizzazione di cellulari, tablet e computer. Il 50 per cento si trova proprio nel Congo orientale, in una striscia che va da nord a sud.

Le bande di guerriglieri hanno un metodo semplice per far soldi: mettono il pizzo sui minatori. Ogni chilo di minerale estratto, questi sono obbligati a pagare una quota agli uomini armati. Solo dopo aver versato la tangente, possono andare fino a Rubaya o fino a Goma, una decina di chilometri più a sud, proprio al confine con il Ruanda. Lo fanno quasi sempre camminando per giorni e giorni, portando sacchi di 30 o 40 chili. Una volta giunti in città, possono vendere la loro merce. E di qui inizierà il percorso che porterà questi minerali nei device tecnologici. Con i proventi che ne traggono, le bande acquisteranno altre armi che garantiranno ulteriore potere.

Per arginare il fenomeno dei “minerali insanguinati”, nel 2010 il presidente Barack Obama ha firmato la riforma Dodd-Frank Act, che prevede l’obbligo di certificazione di provenienza: un tentativo per portare alla luce le aziende che si riforniscono nei giacimenti illegali del Congo. Fatta la legge è stato trovato subito l’inganno: le multinazionali, tranne quelle poche che hanno avuto i permessi del governo congolese, hanno iniziato ad acquistare il coltan a Kigali, in Ruanda; in questo modo il materiale risulta “pulito”. In camion, da Goma a Kigali sono meno di tre ore. Peccato che in Ruanda non esistano miniere di questo minerale. È tutta roba che proviene comunque dal Congo.

A Rubaya sono i Nyatura a dettare legge: hutu congolesi usciti dal movimento ribelle Cndp, che poi ha cambiato nome in M23, quindi si sono alleati con l’esercito governativo. Kinshasa non si è opposta al loro controllo sulla zona mineraria, anche per evitare di integrarli completamente tra le proprie fila. Attraverso pattugliamenti, perquisizioni e violenze, i Nyatura tengono per la gola la cittadina e i dintorni. Nessuno entra o esce senza il loro permesso.

A vent’anni dal genocidio tra Hutu e Tutsi, che nel 1994 ha provocato la morte di un milione di persone in cento giorni di follia, la regione dei Grandi Laghi è di nuovo esplosiva. La guerra del coltan sembra non finire mai.

Fonti: http://espresso.repubblica.it/

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