Lucha y siesta: un rifugio dalla violenza sulle donne

A quasi dieci anni di distanza dalla nascita del progetto Lucha y siesta la mancanza di strutture per le donne che vogliono uscire da una situazione di violenza è ancora un problema.

Nato nel 2008 con l’occupazione da parte di un gruppo di attiviste dell’ex sottostazione Stefer “Cecafumo”, abbandonata da un ventennio, non si pensava che la struttura sarebbe arrivata a ospitare nel corso del tempo un centinaio di donne (settecento sono passate dallo sportello di ascolto), diventando un punto di riferimento per i servizi sociali del territorio, nonostante non possa contare su alcun finanziamento pubblico e nessuna legittimazione ufficiale per il lavoro che svolge.

“Quando siamo entrate qui, volevamo denunciare soprattutto la mancanza di alloggi per le persone che hanno questo tipo di difficoltà e offrire una residenza che non avesse una scadenza”, spiega Michela. Nelle quattro case rifugio di Roma, infatti, le donne possono essere ospitate per un periodo massimo di sei mesi.

“Registriamo dieci casi al mese di cui uno grave: donne con le valigie che scappano da situazioni di violenza”, racconta la psicologa. Lo sportello di ascolto è il cuore del centro e da lì arriva la maggior parte delle donne in cerca d’aiuto, ma succede sempre più spesso che siano le autorità – i servizi sociali, gli ospedali, la polizia – a segnalare i casi di violenza.

“L’Istat ci dice che nel corso della sua vita una donna su tre ha subìto violenza”, continua Rachele, la psicologa di Lucha y siesta. Eppure i fondi destinati alla prevenzione, alla formazione degli operatori e ai centri antiviolenza sono ancora molto al di sotto di quelli previsti dalla convenzione di Istanbul sulla violenza di genere.

“In Italia non esiste un osservatorio sulla violenza di genere che sia in grado di aggregare tutti i dati per comporre una fotografia accurata del fenomeno, ampiamente sottostimato”. L’assenza di questo strumento, secondo le attiviste, comporta l’adozione di politiche orientate all’emergenza che finiscono per essere poco efficaci.

La convenzione del Consiglio d’Europa sulla violenza contro le donne, ratificata dall’Italia nel 2013, prevede che sia disponibile un posto in un centro antiviolenza ogni diecimila abitanti. In Italia ne servirebbero 5.700, ma ce ne sono cinquecento.

“Ci capita continuamente d’incontrare donne che finiscono a dormire per strada con i loro figli. L’ultima volta è successo qualche giorno fa: una donna con un bambino di cinque mesi ha bussato alla nostra porta, insieme alla vicina di casa che gli aveva parlato del centro. Noi non avevamo posto, e la sala operativa sociale del comune di Roma non riusciva a trovare una soluzione”, conclude Simona.

Esistono molte forme di violenza quotidiana, in molti ambiti. Ma ci si concentra spesso su quella fisica che è la più facile da riconoscere, e in particolare quella sessuale compiuta da uno sconosciuto, mentre sappiamo che l’80 per cento delle violenze avvengono dentro le mura domestiche o in ambito lavorativo, e sono compiute dai mariti, dai padri, dai fratelli, dai datori di lavoro”, spiega la psicologa. “Questo tipo di violenza diventa notizia solo quando l’epilogo è tragico e la donna viene uccisa”, aggiunge Simona.

“la risposta securitaria, proposta in questi giorni da alcuni giornali e politici è pericolosa: non si può pensare di combattere la violenza mettendo più telecamere per strada o costringendo le donne a stare chiuse in casa”, continua Rachele.

Le diverse forme di violenza sono caratterizzate da elementi simili: la disparità nella relazione, l’umiliazione della donna, la sua sottomissione, le limitazioni alla sua libertà, la svalorizzazione e il controllo. Giorgia Serughetti e Cecilia D’Elia nel loro libro Libere tutte descrivono le conseguenze più diffuse di queste forme di violenza e il meccanismo che le provoca, che va ricercato nelle radici della nostra cultura.

Per le operatrici di Lucha y siesta un piano antiviolenza serio dovrebbe prevedere la creazione di un osservatorio di analisi sulla violenza di genere, progetti di educazione nelle scuole che mettano in discussione gli stereotipi di genere, la formazione per gli operatori istituzionali spesso incapaci di riconoscere i casi di questo tipo, misure economiche in sostegno della parità di genere, leggi che permettano, per esempio, a una donna che ha subìto uno stupro di prendere un’aspettativa dal lavoro, progetti culturali diffusi che educhino alla sessualità e all’affettività i ragazzi e le ragazze.

Fonte: https://www.internazionale.it

 

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