Migliaia di bambini apolidi per le lacune nelle leggi sulla cittadinanza dei Paesi europei

Il nuovo rapporto No Child Should be Stateless pubblicato dalla Rete Europea sull’Apolidia, ENS-European Network on Statelessness, rivela che migliaia di bambini stanno crescendo privi della fondamentale protezione che la nazionalità offre ai cittadini, in quanto tali, a causa di lacune nelle leggi sulla cittadinanza e nelle norme che regolamentano le procedure di registrazione alla nascita.

L’apolidia ereditata. “In Italia, il fenomeno dell’apolidia colpisce soprattutto i bambini. I figli nati nel nostro Paese da famiglie sfollate dalla ex Jugoslavia che hanno vissuto nel nostro Paese una vita intera. Questi bambini hanno ereditato la condizione di apolidia dai loro genitori o si sono ritrovati con una nazionalità incerta. Rappresentano la seconda o terza generazione, parlano italiano e per varie cause, non hanno avuto accesso a uno status riconosciuto. A causa di questa condizione di sostanziale irregolarità non possono neanche ottenere la cittadinanza italiana: la loro esclusione dai diritti di cittadinanza è un dramma sociale e un problema giuridico rilevantissimo” – dice Daniela Di Rado, referente per la questione apolidia del Consiglio Italiano per i Rifugiati (CIR)“per prevenire e ridurre queste situazioni di apolidia tra i bambini sarebbe sufficiente applicare e interpretare correttamente la legge italiana, che già prevede garanzie a salvaguardia del diritto alla nazionalità per i bambini nati in Italia. Ma siamo sulla buona strada – ha aggiunto Di Rado – siamo infatti molto soddisfatti per l’approvazione in via definitiva da parte del Parlamento italiano della legge di adesione alla Convenzione sulla riduzione dell’apolidia del 1961. Ora è necessario superare le distanze tra legislazione e prassi”.

Si auspica un lavoro più coordinato. Ma l’apolidia è un problema risolvibile e come evidenziato da questo rapporto, se i Governi, gli attori regionali, le organizzazioni per i diritti umani delle Nazioni Unite, le agenzie delle Nazioni Unite e la società civile lavorassero  insieme, sarebbe possibile sviluppare strategie per un’azione capace di affrontare e risolvere questo problema una volta per tutte”
fonte: http://www.repubblica.it

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