Milano: accoglienza allo stremo

Il mantra degli attori del terzo settore che gestiscono l’accoglienza dei profughi a Milano è univoco da mesi: attenzione, non ci sono più posti, sia per chi si è visto rifiutata la domanda d’asilo, che per chi lo status di rifugiato l’ottiene, non rimane che la strada.

Il blitz delle forze dell’ordine in stazione centrale nel maggio scorso, così come la vicenda di Saidou Mamoud Diallo, l’uomo che ha accoltellato lunedì un agente in piazza Duca d’Aosta e al quale era stata negata la domanda d’asilo, hanno reso di pubblico dominio quello che gli addetti ai lavori denunciano da tempo. Il sistema d’accoglienza è allo stremo. E il problema non riguarda solo Milano.

«La situazione sta peggiorando di settimana in settimana, ma non siamo ancora nella fase più critica. Pensate a cosa succederà con l’arrivo dell’inverno: centinaia di migranti, regolari e irregolari, che bisogna salvare dal freddo», dice Alberto Sinigallia, presidente di Progetto Arca che gestisce due centri di accoglienza e l’hub di via Sammartini.
Associazioni, cooperative e onlus accolgono attualmente circa 3.600 profughi, ma nessuno sa quanti vivano ora in strada. «Il problema è che è un sistema che genera senza dimora. Noi li accogliamo appena arrivano, poi quando il loro iter burocratico si conclude, con il respingimento o con la concessione dello status di rifugiato, non ci sono altri posti dove possano andare a vivere e seguire un percorso di inserimento lavorativo e abitativo», aggiunge Sinigallia.

Ci sarebbe, per la verità, lo Sprar, il sistema centrale di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, incentrato sulla disponibilità dei Comuni ad accogliere i profughi secondo progetti prestabiliti e con fondi del Governo ed è un sistema che funziona, perché basato sull’accoglienza di piccoli numeri. Ma i sindaci temono le proteste dei cittadini e preferiscono non partecipare ai bandi, come dimostrano i dati, dove i posti Sprar sono appena 23 mila a fronte di oltre 100 mila profughi ospitati nei Centri di accoglienza straordinaria (Cas) gestiti con il coordinamento delle Prefetture e spesso imposti ai Comuni.

In altri termini, si continua a puntare su una gestione emergenziale (i Cas) e non su una programmazione e un’accoglienza diffusa su tutti i comuni (lo Sprar).

Per la terza estate consecutiva, la fondazione Memoriale della Shoah di Milano in collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio ha deciso di mettere a disposizione i propri spazi per l’accoglienza di 35 persone ogni notte. Dal 2015, anno in cui questo progetto di accoglienza ha avuto inizio, il Memoriale ha offerto riparo e asilo a 6.350 profughi, mettendo a disposizione brandine fornite dalla Protezione civile, pasti caldi e servizi igienici.
C’è molto spaesamento tra questi ultimi, non sanno a chi chiedere, dove andare e come risolvere i loro problemi. Vivono in strada e per settimane intere, perché non c’è posto per loro nelle comunità», dice Stefano Pasta della comunità di Sant’Egidio.
Stefano Pasta è convinto che «per uscire da questa specie di cortocircuito che crea di fatto nuovi senza dimora, sia necessario più coraggio politico, sia a livello nazionale che europeo. E alcuni strumenti ci sono già: la direttiva europea sul lasciapassare umanitario e l’istituzione dei corridoi umanitari».

 

A chiedere più coraggio politico e una progettazione nazionale dell’accoglienza c’è anche Anna Maria Lodi, presidente del consorzio Farsi Prossimo, promosso dalla Caritas Ambrosiana, che accoglie soprattutto famiglie e donne con bambini. «Finché l’Unione europea non cambierà il suo approccio al tema, ci ritroveremo in questa situazione. C’è poi da rivedere tutta la legislazione italiana, perché ormai è obsoleta», sostiene Anna Maria Lodi.
Per Sinigallia «manca una programmazione nazionale. Non si può continuare a gestire un fenomeno di questo genere con il sistema dell’emergenza. Ogni giorno riceviamo telefonate dalla Prefettura che ci chiede se abbiamo posti liberi. E la nostra risposta è sempre no. Ma possibile che a livello nazionale non si riesca a organizzare un sistema di posti letto e strutture?».

Fonti: https://www.osservatoriodiritti.it/

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