Odyssey

Un’opera che è allo stesso tempo antica e moderna, come il fenomeno che vuole raccontare, che si ispira all’arte dei vasi greci e delle sculture egizie per comunicare la parte più drammatica del nostro presente.

In questo periodo in cui i migranti sono visti solo come un problema da arginare e, se possibile, da rimandare ad altri, desidero invitare a guardare a questa tematica attraverso gli occhi dell’arte e il sentire di un artista lui stesso esule e migrante, Ai Weiwei.

ODYSSEY-Un-progetto-di-AI-WEIWEI-per-Palermo_civita_studies_fullIl famoso artista cinese è conosciuto per le opere del periodo newyorkese, tra gli anni ottanta e novanta, in cui scopre l’arte di quelli che definisce i suoi “maestri”, Andy Warhol e Marcel Duchamp, e per le grandi opere simboliche degli anni duemila fatte di assemblaggi di materiali e oggetti. Invece vorrei parlarvi di un’opera che può essere annoverata fra le opere politiche, quelle più odierne e controverse, uno dei suoi recenti, anzi recentissimi progetti sulle migrazioni nel Mediterraneo.

Spero che molti abbiano avuto occasione di vedere a Palermo Odyssey, l’installazione realizzata recentemente da Ai Weiwei per lo spazio espositivo ZAC – Zisa Zona Arti Contemporanee. Oltre mille metri quadrati di “floorpaper” composto da un susseguirsi lineare e ipnotico di immagini elaborate dall’artista ispirandosi agli elementi grafici e compositivi dell’arte delle antiche civiltà greche ed egizie, contrapposte a contenuti in bianco e nero tristemente contemporanei che rimandano a scene di guerra, migrazione, fuga e distruzione.

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Ai Weiwei, Odyssey, 2017, exhibition view, ZAC, Palermo.

Odyssey nasce da un progetto avviato nel 2015 dal grande artista cinese sui rifugiati e sui campi profughi nel mondo ed è stato promosso dall’assessorato alla Cultura del Comune di Palermo e da Amnesty International Italia. Dopo essere stato arrestato in Cina nel 2011, Ai Weiwei solo nel 2015 ha riottenuto il proprio passaporto e con esso la facoltà di viaggiare al di fuori della Cina. Da allora, si è adoperato per visitare i campi profughi di molti paesi, tra cui Grecia, Turchia, Libano, Giordania, Israele, Gaza, Kenya, Afghanistan, Iraq, Pakistan, Bangladesh, Messico. A seguito dei suoi numerosi viaggi, nel 2016 ha girato un documentario dedicato alla situazione mondiale dei rifugiati.

Perché un artista ormai affermato decide di immergersi in questa realtà tanto osteggiata e, oserei dire, criminalizzata? Ai Weiwei rivela: «Ho pensato alla mia esperienza come rifugiato. Quando sono nato, mio padre, Ai Qing, è stato denunciato come nemico del partito e del popolo. Siamo stati mandati in un campo di lavoro in una regione remota lontano da casa […] È un’esperienza terribile essere considerato straniero nel tuo paese, nemico della tua gente e delle cose che più mio padre amava» (Laundromat, Jeffrey Deitch Gallery, New York, 2016).

L’artista cinese ha realizzato per Palermo un’istallazione di straordinaria intensità grazie alle immagini raccolte in questi anni di ricerca. L’installazione è l’asciutta e tragica sintesi di un’indagine attenta e scrupolosa dei motivi storici, politici e sociali in cui la “crisi dei rifugiati” si sviluppa. Forse la speranza dell’artista è che Odyssey raggiunga lo scopo di fare riflettere e di convincere che non c’è alcuna possibilità di risolvere la crisi globale dei rifugiati semplicemente tenendola fuori dalla porta, fuori dal nostro campo visivo.

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Copyright © Ai Weiwei. Photo Benito Frazzetta.

“Milioni di uomini, donne e bambini. In fuga dalla persecuzione e dalla guerra, in cerca di sicurezza e di protezione. E dunque, persone in movimento, in cammino lungo percorsi inevitabilmente pericolosi e illegali giacché quelli e solo quelli hanno a disposizione. Spesso il destino, per chi è arrivato vivo ed è sopravvissuto alla violenza del viaggio, è un periodo di attesa, se non di detenzione, con la prospettiva – sempre dietro l’angolo seppure vietata dalle norme internazionali – di un ritorno forzato: esattamente lì da dove si è partiti o si è transitati. I paesi poveri, quelli di confine con le guerre, accolgono. Quelli ricchi respingono. È questa, in poche parole, la crisi globale dei rifugiati, sulla quale Amnesty International si sforza di attirare l’attenzione di un mondo che in generale non vuole ascoltare, non vuole vedere, si volta dall’altra parte, un po’ impaurito e un po’ ostile.” (Antonio Marchesi, Presidente di Amnesty International Italia).

In questo quadro, un cambiamento vero potrà avvenire solo promuovendo lo sviluppo dell’empatia e della solidarietà nei confronti delle persone appartenenti a culture e paesi diversi, incrementando le conoscenze di tutti sul fenomeno migratorio come problema globale inerente i diritti umani, contribuendo alla riflessione sugli stereotipi e i pregiudizi nei confronti degli stessi. E ancora, aiutando a comprendere la natura e il potere dell’attivarsi, dando a migranti e stanziali gli strumenti per agire attraverso azioni a sostegno della difesa e della promozione dei diritti di chi non ha più un posto dove tornare, almeno per ora.

 

Francesca Piaggi


Nata a Milano nel 1973 è un ingegnere chimico specializzata in trattamenti ambientali ed analisi dei rischi. Parallelamente è appassionata di musica e tecnologia ed è fra i fondatori di Walk on Rights. www.walkonrights.org

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