Peter Benenson: visionario, entusiasta fondatore dell’azione collettiva

Quando ho acceso la prima candela di Amnesty avevo in mente un vecchio proverbio cinese: “Meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”. Questo è anche oggi il motto per noi di Amnesty. (Peter Benenson, fondatore di Amnesty International)

Peter BenensonPrima della candela

C’è stato un tempo, soltanto 50 anni fa, in cui gli orizzonti dell’informazione e della partecipazione attiva alle vicende della collettività erano ben più ristretti di quelli attuali: gli strumenti di divulgazione erano quelli della carta stampata e della radio, la partecipazione, se c’era, si giocava nei limiti delle esistenze individuali o al più dei confini nazionali.
Chi provò per la prima volta a oltrepassare quei limiti per immergersi nella collettività, mettendosene al servizio, apparve come un folle, visionario, sognatore, ambizioso, rivoluzionario, fuori dal tempo storico, dal buon senso e dalla ragione.

A 50 anni di distanza le visioni di quell’irragionevole sognatore hanno preso corpo e nome, le sue fantasie hanno assunto un volto e una storia e, soprattutto, la rivoluzione “fuori” è diventata azione “dentro”.
Peter Benenson ha iniziato testardamente a sognare 50 anni fa accendendo una piccola candela, con la irremovibile certezza che molti angoli bui del mondo andassero rischiarati: milioni di persone continuano a farlo oggi, sulla scia del suo sogno rivoluzionario, con la convinzione che molti siano gli angoli bui ancora da rischiarare.

Peter Benenson

Se vogliamo dare un’identità a quel sognatore, dobbiamo chiamarlo Peter Benenson, e se vogliamo fissare un punto di inizio della storia, dobbiamo tornare agli anni ’20.

Peter Benenson nasce a Londra nel 1921 in una famiglia straordinariamente normale, benestante e borghese: nipote di un banchiere, figlio di una notabile e di un colonnello, ha tutti i numeri per restare un tranquillo, rispettabile, ordinario cittadino britannico, tenacemente attaccato alla propria quotidiana esistenza malgrado gli scossoni di un’epoca burrascosa e incattivita.
Istruito dapprima privatamente, frequenta il college a Eton e, da subito, comincia a mostrarsi per quello che è: uno spirito critico con tendenze rivoluzionarie o quantomeno una mente aperta alle vicende del prossimo e pronta all’azione.

Nel 1937, a soli 16 anni, lancia la sua prima campagna in sostegno degli orfani di guerra repubblicani vittime della Guerra civile spagnola: non si limita agli slogan, ma adotta lui stesso un orfano contribuendo economicamente alle spese per la sua istruzione.

La guerra civile è lontana, in Spagna, gli orfani sono vicinissimi, nella sua vita. Non solo degli orfani si occupa: ci sono gli incarceramenti, le esecuzioni sommarie, le violenze da parte dei fascisti, le condizioni precarie degli ebrei in fuga dalla Germania di Hitler: ognuno di questi abusi diventa il presupposto, nella vita di un rivoluzionario ancora ragazzino, per una campagna di mobilitazione e per uno slancio concreto all’azione.

Nel 1939, in piena Seconda guerra mondiale, lascia Oxford, dove studia storia, si arruola nell’esercito ed entra a far parte dell’Ufficio Stampa del ministero dell’Informazione; nel 1946, a guerra finita, si iscrive alla facoltà di legge e intraprende quella che sarà poi definitivamente la sua strada: diventatoavvocato e parte attiva del Partito Laburista, si dedica alla difesa dei diritti umani più che della legge in se stessa, all’azione concreta più che alla speculazione da togato.

L'articolo "I prigionieri dimenticati"

Negli anni ’50 viene inviato in Spagna in veste di osservatore ai dibattimenti dei sindacalisti: quello che vede nelle aule di tribunale (i soprusi e le ingiustizie) e soprattutto quello che trova nelle persone accanto a lui (l’indifferenza, la connivenza o, peggio, la complicità) suscitano uno sgomento, uno sdegno, un senso di offesa, una urgenza di intervento che saranno la cifra di ogni sua azione successiva.

Da quello sgomento germoglia un bisogno personale e inarrestabile di intervento: a Cipro c’è necessità di sostegno per gli avvocati greco-ciprioti, in Ungheria servono osservatori liberi e coscienziosi, in Sudafrica si invocano processi più equi e trasparenti (sono gli anni di Nelson Mandela).

Giorno dopo giorno, sempre di più, Benenson ammette a se stesso che gli avvocati, da soli, nulla possono nei confronti delle grandi reali questioni di ingiustizia: le semplici arringhe si rivelano del tutto inefficaci e inadeguate, la giustizia annaspa in un clima generale di indifferenza e disinteresse, i soprusi si alimentano di disinformazione profonda e radicato individualismo. La battaglia si combatte fuori dalle aule di tribunale, laddove l’opinione pubblica si forma e si alimenta per diventare pensiero collettivo.

È il 1961, il momento della svolta. Benenson apprende dai giornali la vicenda di due studenti portoghesi che, sotto il regime dittatoriale di Salazar, vengono arrestati e imprigionati per aver brindato alla libertà: l’episodio non è tra i più sconvolgenti eppure in una coscienza già satura di sdegno e passione civile, tanto basta: profondamente “arrabbiato” (questo è il termine che lui stesso usa) chiede a se stesso cosa poter fare per “mobilitare l’opinione mondiale”… soltanto questo.

Pubblica sull’Observer un articolo che diventerà una bandiera: scrive per i “prigionieri dimenticati”, non solo per i due studenti di Lisbona, ma per tutti i derelitti, i calpestati, i sopraffatti, gli invisibili.

È l’anno mondiale dei rifugiati (istituito sulle rovine della Seconda guerra mondiale con l’intento di ridare una patria a tutti i disperati sparpagliati in Europa), ci sono migliaia di prigionieri dimenticati di cui occuparsi e Benenson semplicemente realizza che un solo anno e una sola commemorazione non possono bastare per dare pace e futuro ai prigionieri del mondo. Molti altri anni servono ancora: e molte voci e molte azioni e molto sdegno.

Amnesty International nasce in quell’anno sulla scorta dello sgomento, dell’indignazione, della passione e dell’entusiasmo di un visionario sognatore, convinto che la marea montante del coinvolgimento collettivo e dell’entusiasmo delle masse possa molto più che la dialettica verbosa degli istruiti.

Ideatore, sostenitore, protagonista in prima linea di quella che sarà considerata “la più grande pazzia di quei tempi”, Benenson avvia il primo grande movimento mondiale di persone, meglio di cittadini, che vedono, sentono, si confrontano e si espongono; negli anni che seguono lavora instancabilmente mettendo in gioco tutte le proprie risorse: il tempo, i mezzi economici, la capacità organizzativa, la credibilità personale.

50 anni di Amnesty InternationalSono gli anni in cui Amnesty prende corpo e forma, fino a diventare la principale organizzazione internazionale per la difesa dei diritti umani: i gruppi si moltiplicano in diversi Paesi, le azioni si susseguono, il coinvolgimento si estende a macchia d’olio.

La gente ha bisogno di sapere e volontà di intervenire.
Sono anche anni di contrasti e contestazioni: la voce di Amnesty si leva scomoda in diverse occasioni e chi ne è portavoce, al di fuori di ogni condizionamento economico e politico che non sia il semplice rispetto dei diritti umani, risulta inevitabilmente fastidioso: nel 1966 Benenson lascia i ruoli attivi nell’organizzazione e si dedica in forma più privata al sostegno dei deboli.

Dopo un lungo periodo di assenza, Benenson torna in prima linea negli anni ’80 in qualità di portavoce nelle principali campagne di intervento. In occasione dei festeggiamenti per i 20 anni di attività di Amnesty International, nel 1981, accende nella sua chiesa di St. Martin una candela che diventerà un simbolo: una candela per portare la luce della speranza in quelle che lui chiama le “buche dell’inferno del mondo”, una candela con il filo spinato a ricordare che la luce va, spesso, faticosamente liberata, una piccola candela perché quando si è nel buio “meglio accendere una candela che maledire l’oscurità”.

Nel 2001 Benenson riceve il premio del Mirror Pride: sono passati 40 anni dallo sventurato brindisi dei due studenti portoghesi in un bar di Lisbona: molto è stato fatto e moltissimo resta da conquistare: Benenson ha ben chiaro, e ancora lo ribadisce con forza, che la strada è ancora tutta da percorrere, nella direzione dei prigionieri dimenticati a cui ridare giustizia e dignità e degli angoli bui di mondo ancora da rischiarare.

Peter Benenson muore il 25 febbraio del 2005: la stampa locale di Oxford si limita ad annunciare “la scomparsa di un legale esperto in diritti civili”, chi lo ha conosciuto ricorda piuttosto il coraggio di un uomo capace di immaginare cambiamenti straordinari realizzati per mano di milioni di volenterose persone ordinarie.

Le nostre tiepide case

A 50 di distanza, nell’era della comunicazione globale e delle informazioni che viaggiano veloci da un capo all’altro del mondo, svelando gli angoli più oscuri delle vicende umane e portando alla luce le verità più irraccontabili, certe storie del passato sembrano appartenere ai tempi bui dei nostri antenati.
Noi che vediamo e sentiamo molto più in là di quello che i nostri occhi e le nostre orecchie potrebbero consentirci, siamo orgogliosamente consapevoli di questa nostra nuova sconfinata capacità di conoscenza e guardiamo indietro con un misto di affettuosa, paternalistica comprensione.

Eppure le vicende del passato e, ancora soprattutto, quelle del presente, ci insegnano che la conoscenza dei fatti può restare un inutile, sterile esercizio di “connessione” alla rete del mondo se non suscita, anzi se non scatena, una vigorosa, concreta volontà di partecipazione, se non attiva nelle nostre coscienze un potente desiderio di “esserci”, noi e ora.

“Voi che vivete sicuri nelle vostre tiepide case…” scriveva, anzi gridava qualcuno: ecco, in un tempo e in una storia diversi, il senso della candela che resta accesa è proprio questo: scuotersi dal tepore rassicurante delle nostre vite e dal torpore confortante delle nostre certezze per mettere le mani, i piedi, la testa nel mondo fuori.

Laura Taraborrelli (La Redazione)


Mi occupo di sviluppo commerciale nel settore logistico e di molto altro: sono attivista per i diritti umani con Amnesty International, faccio parte di un gruppo di acquisto solidale, leggo tanto e viaggio ogni volta che posso. Cerco di essere un “attore sociale partecipe” e mi preparo per farlo meglio che posso. Diceva Einstein “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso “: fatte le dovute proporzioni, è proprio così.

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