Quando petrolio vuol dire povertà

Delta del Niger ©Kadir van Lohuizen

Delta del Niger ©Kadir van Lohuizen

Chiamano “corsa al ribasso” la strategia con cui le grandi multinazionali occidentali spostano la produzione nei Paesi del Sud del mondo, scegliendo di collocarsi là dove esistono meno vincoli in termini fiscali, di tutela dei diritti dei lavoratori e dell’ambiente. Questo permette alle grandi imprese di conseguire elevatissimi margini di profitto cui, spesso, corrispondono gravissime violazioni dei diritti umani per le popolazioni locali.

La situazione è resa ancora più drammaticamente grave dall’incapacità dei governi locali di proteggere i propri cittadini. Il forte potere di pressione economica di cui le grandi multinazionali godono nei confronti dei governi dei Paesi in cui scelgono di collocarsi è fortemente accresciuto, nei casi più gravi, dalla corruzione dei funzionari locali.

Si crea così  un’alleanza deleteria tra multinazionali e governi, per cui questi ultimi anziché agire a tutela dei propri cittadini spesso, per operano a vantaggio delle grandi imprese.

È a molti nota la tragedia di Bhopal del 1984, quando la fuoriuscita di migliaia di tonnellate di sostanze chimiche tossiche dagli impianti della Union Carbide causò la morte di oltre 20000 persone. I sopravvissuti che negli anni successivi si sono battuti per ottenere la bonifica delle zone danneggiate e il risarcimento dei danni subiti non sono ancora riusciti a ottenere risultati significativi.

Da allora sono passati più di 25 anni ma lo sfruttamento delle risorse di Paesi del Sud da parte delle grandi multinazionali è sempre più grave: esemplare la situazione della Nigeria e del Delta del Niger.

La Nigeria è uno dei molti Paesi che vive la cosiddetta “maledizione delle risorse”: nonostante la presenza di consistenti risorse naturali ed energetiche, le popolazioni locali vivono in condizioni di estrema povertà. Tra i Paesi poveri fortemente indebitati individuati dalla Banca Mondiale nel 2000 ci sono ben 12 Stati che costituiscono i sei maggiori produttori di petrolio a livello mondiale: da questi dati risulta evidente quanto troppo spesso il petrolio diventi sinonimo di povertà per le comunità locali.

La Nigeria è il primo produttore di petrolio in Africa e il dodicesimo nel mondo. Negli ultimi quarant’anni l’estrazione del petrolio nel Delta del Niger da parte del governo della Nigeria e di grandi multinazionali, quali la Shell, ha fruttato guadagni che si aggirano attorno ai 60 miliardi di dollari. E ciò, a fronte di milioni di nigeriani che vivono in una situazione di forte povertà con un reddito pro-capite che si aggira attorno ai 260 dollari annui e che è ancora più basso nelle regioni del Delta del Niger, dove viene estratto il 75% del petrolio totale esportato dalla Nigeria.

 

Delta del Niger ©Kadir van Lohuizen

Gli atti di vandalismo e l’inadeguatezza delle manutenzioni fanno sì che ogni anno ci siano centinaia di perdite di petrolio che, inquinando le acque dei fiumi e i terreni agricoli della zona, compromettono le principali fonti di sostentamento delle popolazioni locali. La maggior parte del gas prodotto per l’estrazione del petrolio viene bruciato o introdotto nell’atmosfera, creando la più grande emissione di gas terra del mondo con conseguenti danni alla salute della popolazione locale che, da tempo, lamenta gravi problemi respiratori.

Nonostante ciò, né il governo, né tantomeno le grandi compagnie petrolifere, si sono mai seriamente preoccupati di monitorare i livelli di inquinamento e di studiare le conseguenze che questi possono avere sulla salute delle popolazioni locali. La debolezza del sistema normativo e giudiziario locale, unitamente alla pressoché totale assenza di controlli da parte del governo nei confronti delle grandi multinazionali, rende poi estremamente difficile per le comunità locali ottenere il risarcimento per i danni subiti.

Ciò rende ancora più drammatica la situazione delle popolazioni locali, la cui esasperazione giunge spesso a sfociare in azioni di violenza e sabotaggio.

Appare davvero difficile intravedere una soluzione. E’ evidente che per garantire una tutela più efficace dei diritti umani fondamentali sarebbe necessario introdurre un sistema di responsabilità internazionale delle imprese transnazionali.

Non si può, tuttavia, non riconoscere che le grandi organizzazioni internazionali, quali le Nazioni Unite, che sarebbero istituzionalmente deputate a introdurre tali strumenti di controllo, non appaiono in grado di agire in modo incisivo e sufficiente.

Il problema risiede nel fatto che l’applicazione delle Convenzioni adottate a livello internazionale presuppone, in ultima istanza, una precisa volontà politica degli Stati. Ed è sotto gli occhi di tutti quanto questa volontà politica spesso manchi, non solo da parte di Stati gestiti da governi antidemocratici, ma talvolta anche da parte dei governi dei Paesi del nord del mondo, la cui sensibilità alle problematiche dei diritti umani, dell’ambiente, della povertà, sembra spesso ridursi alle sole proclamazioni ufficiali senza che queste siano accompagnate da iniziative realmente incisive.

Esemplare in questo senso è la difficoltà di dare effettiva applicazione alle Convenzioni adottate in seno alle Nazioni Unite in materia di tutela dei diritti umani o di sostenibilità ambientale. In tale contesto, sarebbe ancor più difficile l’adozione di Convenzioni in materia di responsabilità internazionale delle imprese, la cui attuazione toccherebbe nel vivo gli interessi delle grandi multinazionali.

Per questo è davvero importante, e anzi, decisivo, il ruolo di organizzazioni come Amnesty International nel sostenere le richieste di giustizia delle popolazioni locali e nel svolgere un’opera di sensibilizzazione nei confronti delle opinioni pubbliche dei Paesi del nord del mondo su fenomeni tanto gravi quanto ignorati che conoscere sarebbe, invece, compito e dovere di ognuno di noi.

Immagini tratte dalla mostra fotografica: “Nigeria: una terra che perde, una terra che brucia”

Marcella Ferri

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