Raccontare per tornare a vivere. Marina Nemat e le prigioni di Teheran

Marina Nemat

Marina Nemat

Chi l’ha incontrata a una delle presentazioni dei suoi libri non l’ha più dimenticata perché Marina Nemat, iraniana oggi residente in Canada, è una di quelle persone che, quando le incontri, ti toccano il cuore e ti lasciano un segno dentro. Indelebile. La sua voce pacata ma decisa, il suo sguardo dolce ma intenso, i suoi modi gentili ma risoluti rivelano tutta la forza di una donna di 46 anni che, dopo essere passata attraverso la terribile esperienza della tortura quando era poco più di una bambina, ha scelto di dare voce a tutti gli uomini e le donne i cui diritti umani vengono violati ogni giorno nell’indifferenza del mondo.

Lo ha fatto decidendo di mettere nero su bianco la sua storia, utilizzando la scrittura come mezzo e fine: un mezzo per alleggerire se stessa dal peso di un trauma che aveva bisogno di essere liberato, e un fine che è quello di tenere viva la memoria collettiva sulle atrocità che ancora oggi vengono perpetrate in molti angoli del nostro pianeta.

Prigioniera di TeheranPrigioniera di Teheran, pubblicato in Italia da Cairo editore, è il suo memoir che squarcia oltre vent’anni di silenzio. La sua storia di studentessa sedicenne incarcerata a Evin nel terzo anno di regime dell’ayatollah Khomeini. Una storia di violenza e rinascita che inizia una fredda sera del gennaio 1982 quando viene prelevata da casa, sotto lo sguardo impotente dei genitori, e strappata per sempre dalla sua normalità. Uno strappo che per l’autrice rappresenta il punto di partenza per ricomporre sotto gli occhi del lettore la trama della sua esistenza.

I giorni dell’infanzia, divisi tra le vie e i parchi di Teheran e i paesaggi marini delle estati sulle rive del Caspio, accanto a genitori poco affettuosi, ma addolciti dalla presenza amorosa e ricca di insegnamenti della nonna, fuggita in Iran dalla Russia. Poi i turbamenti dell’adolescenza, la frequentazione della chiesa, la passione per la lettura, e i segnali sempre più drammatici di un cambiamento imminente; la notizia delle proteste dei movimenti islamici contro lo Scià, i racconti degli amici coinvolti nella rivoluzione e, infine, la grigia realtà quotidiana sotto il regime dell’ayatollah.

Finché un giorno, il 15 gennaio 1982, due guardie della rivoluzione la portano a Evin con l’accusa di appartenere a organizzazioni anti-khomeiniste. E così, all’improvviso, Marina, una giovane animata da una forte spiritualità che non si era mai occupata di politica, si ritrova in una cella della famigerata prigione di Teheran dove tortura e morte sono all’ordine del giorno.

Due anni, due mesi e dodici giorni scanditi dalla violenza, dall’umiliazione, dalla paura e dalla morte. Giorni, mesi, anni in cui Marina, scampata miracolosamente al plotone di esecuzione, compie un lungo viaggio interiore per scendere a patti con la sua nuova realtà. Un’avventura dolorosa, sostenuta da una profonda fede in Dio e dalla vicinanza con le sorelle di prigionia, che la porterà a staccarsi progressivamente dal mondo esterno e ad accettare che anche il nemico può rivelare tratti di umanità inattesi. E che la condurrà a una forma di perdono e a un senso di responsabilità che, oggi, la spinge a scrivere in solidarietà con le vittime di tutte le tirannie.

Dopo il successo di Prigioniera di Teheran, Marina Nemat ha sentito l’esigenza di tornare alla scrittura per raccontare la nascita del suo best seller e, soprattutto, per spiegare come è riuscita a infrangere il muro di silenzio che l’ha accompagnata dal giorno in cui ha lasciato Evin al momento in cui ha deciso di raccontare la sua detenzione. Nasce così Dopo Teheran (Cairo editore), un libro che spiega la genesi di un altro libro: una sorta di cammino a ritroso per demolire quel muro, mattone dopo mattone, e far riemergere i ricordi sopiti di quei lunghi anni.

Sì, perché Marina, all’uscita di prigione – come spesso è accaduto anche ai sopravvissuti all’Olocausto – ha voluto solo dimenticare e non ha condiviso con nessuno, nemmeno con gli affetti più cari, gli orrori vissuti tra le mura di Evin. Dopo il carcere, ha cercato di lasciarsi tutto il dolore alle spalle, ha soffocato la memoria, ha scacciato gli incubi che agitavano le sue notti, per ricostruirsi una vita in Canada, lontana dal suo Paese d’origine. È diventata moglie e madre, e non ha mai rivelato, nemmeno al marito e ai figli, ciò che le era successo. Poi un lutto improvviso, la morte della madre nel 2000, ha scoperchiato il mare magnum di emozioni e sentimenti, spesso contrastanti, che aveva così a lungo soffocato.

E’ stato allora che Marina ha preso coscienza che era arrivato il momento di fare i conti con il proprio passato. Dopo Teheran, quindi, è la storia in cui Marina rivela come sia riuscita a riappropriarsi della sua vita sospesa, in un certo senso non vissuta, per molti anni. Un racconto che si dipana attraverso alcuni degli oggetti più significativi della sua vita: una spilla a forma di libellula, le foto dei figli, un rosario, il passaporto canadese… e tanti altri ancora. Oggetti che, come forme di un destino, emergono dalla memoria ferita e riconciliata di una donna che ha scelto la testimonianza come riscatto e come salvezza.

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Elena Grimi


Elena Grimi, laureata in Lettere moderne all’Università Cattolica di Milano, è giornalista pubblicista dal 2000. Ha iniziato a lavorare nel 1996 presso la Giorgio Mondadori dove per anni, come redattrice, si è occupata di guide turistiche e libri d’arte; dal 2006 è passata alla narrativa per la Cairo editore. Tra le collaborazioni giornalistiche: L’Indipendente, Bell’Italia, Airone.

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