Red Dust: un esempio di riconciliazione dell’Africa post-apartheid

Dopo aver guardato il male negli occhi, dopo aver chiesto e ricevuto il perdono, lasciamoci alle spalle il passato, non per dimenticarlo, ma perché esso non ci renda schiavi”. (Monsignor Desmond Tutu – Premio Nobel per la Pace 1984)

Sudafrica. Gli spettri dell’apartheid ancora non trovano pace e per i sopravvissuti alle atroci sofferenze la ferita sembra tuttora aperta. Finita l’era della segregazione razziale del popolo africano, l’ex ufficiale di polizia Dirk Hendricks si rivolge allaCommissione per la Verità e la Riconciliazione per ottenere l’amnistia. Questo tribunale nasce con lo scopo di raccogliere le testimonianze delle vittime e di coloro che hanno commesso crimini da entrambe le parti durante il regime.

L’ufficiale Dirk deve così scontrarsi con l’opposizione di Alex Mpondo, un membro del Parlamento sudafricano che prese parte alla resistenza armata e fu torturato dallo stesso Hendricks. Mpondo è assistito dall’avvocato Sarah Barcant che vuole scoprire la verità sulla sparizione di un compagno d’armi di Mpondo. Si susseguono ricatti incrociati che arrivano a coinvolgere anche l’ex capo di Hendricks e che rischiano di mettere a repentaglio la reputazione di Mpondo, su cui grava il sospetto di aver tradito il vecchio compagno.

Dopo anni dalla fine dell’apartheid, l’Africa ancora brucia e, come vittima di un estenuante moto pendolare di violenze e ingiustizie, il popolo africano prova a invertire totalmente i ruoli. Coloro che prima condannavano e infliggevano pene si trovano ora sul banco degli imputati, mentre chi ha sofferto in passato si trova ad ascoltare raccapriccianti racconti e ad attuare un’azione di Riconciliazione con il torturatore. Sono germogliati barlumi di speranza come la Commissione per la Verità e la Riconciliazione.

Dunque è in questo contesto che si colloca la storia raccontata dal regista Tom Hooper. A 14 anni dagli eventi che sconvolsero per sempre la vita di Alex, anche le sue ferite bruciano ancora e gli provocano un dolore che non potrà mai essere lenito, neanche con le ricorrenti – quasi terapeutiche – nuotate nell’acqua ristoratrice di una piscina.

Red Dust, tratto dall’omonimo romanzo di Gillian Slovo, è un gran bel film ove convergono la forza dell’avvocatessa che si batte a tutti i costi contro la paura del suo assistito, l’atteggiamento glaciale dell’ufficiale di polizia e la mancanza di pentimento del capo della polizia stessa. La brutalità dei carnefici è narrata senza veli, così come lo è il dolore del popolo africano: il film si chiude proprio con il canto popolare anti-apartheid diventato ben presto un canto funebre: “Senzeni na?” che vuol dire “Che cosa abbiamo fatto?”. C’è sempre bisogno di film come questo; film che non cercano di spettacolarizzare la tragedia che esaminano, ma piuttosto rielaborano il dramma vissuto da un intero popolo con una funzione catartica e di riconciliazione.

Andrea Grieco

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Sono uno studente di Giurisprudenza, anno 1991. Per la prima volta nove anni fa mi sono imbattuto in Amnesty International e in un monaco tibetano: da allora è stato amore e dedizione continua. Mi interesso particolarmente della critica situazione tibetana, di cinema indipendente e non, a difesa dei diritti umani e della tutela dei diritti umani più in generale. Dopo la laurea spero di continuare a lavorare in questa direzione.

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