Scarpe rosse contro la violenza sulle donne

Scarpe rosse: questa è l’immagine che quest’anno ha caratterizzato la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.
Nei grandi e anche piccoli comuni, associazioni e singole donne hanno voluto riproporre il progetto pubblico “Zapados Rojos” di Elina Chauvet, artista messicana.
Il progetto d’arte pubblica è iniziato nel 2009, con 30 scarpe rosse, a Ciudad Juárez, tristemente famosa per essere definita “la città che uccide le donne” a causa dell’alto tasso di femminicidi.
Con un passaparola tra amiche e conoscenti, si trattava di raccogliere ed esporre scarpe rosse per dire basta al dramma dei femminicidi.

La potenza del progetto si esplica su due livelli. Il primo legato al messaggio visivo e simbolico.
Ogni paio di scarpe rosse rappresenta una donna che ha subito violenza. Il rosso è il colore della passione ma anche della violenza, del sangue. Il percorso lungo su cui si distribuiscono le scarpe è simbolo del cammino che donne e uomini devono compiere per recuperare la dignità e i diritti della donna.
L’altro aspetto, meno evidente ma non per questo meno importante, è la rete di donne ma anche di uomini che si crea con il passaparola nel raccogliere le scarpe e realizzare il progetto. Una rete che non si scioglie quando le scarpe non sono più in piazza, ma si rafforza nel tempo ed è pronta a mobilitarsi per nuovi eventi.
E l’evidenza viene dal fatto che Elina Chauvet ha riproposto la sua esposizione nel luglio 2012 in Texas: questa volta le scarpe erano 300.

È stata entusiasta promotrice di “Zapados Rojos” anche Francesca Guerisoli, giovane critica e curatrice d’arte milanese, che ne ha curato l’esposizione a Milano presso le Colonne di San Lorenzo il 25 novembre. «Sono rimasta sorpresa dalla quantità di contatti che ho ricevuto non appena ho chiesto a una ventina di amiche di partecipare a “Zapatos Rojos”. Amiche, amiche di amiche, colleghe, sorelle, madri, giornaliste ecc. pronte a darmi le loro scarpe rosse o da dipingere come atto di solidarietà verso le donne vittime di violenza. È stata un’esperienza entusiasmante, che ha creato condivisione e reale partecipazione».

La Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne è stata dichiarata dall’Assemblea delle Nazioni Unite nel 1999. La data ricorda il giorno dell’assassinio avvenuto nel 1960 delle tre sorelle Mirabal, considerate esempio della resistenza contro il brutale regime di Rafael Leónidas Trujillo nella Repubblica Dominicana.

Sono innumerevoli le forme di violenza contro le donne. La violenza all’interno della famiglia che comprende percosse da parte del partner, abuso sessuale, violenza per motivi legati alla dote, mutilazioni genitali femminili. Violenza sulle donne all’interno della comunità, che comprende stupri, molestie e violenze sessuali sul posto di lavoro, in abito scolastico e altrove. La tratta delle donne, la prostituzione forzata, il lavoro forzato. Violenza per motivi di genere perpetrata o consentita dallo Stato e da “attori non statali”: poliziotti, guardie carcerarie, soldati, funzionari dell’immigrazione, bande armate, ecc. e che comprende gli stupri commessi da soldati nel corso di conflitti armati, le sterilizzazioni forzate, la tortura e le violenze in stato di detenzione.

Ma la forma estrema di violenza, per la quale non c’è rimedio, è senza dubbio il femminicidio.
“Femminicidio”: è importante usare il termine giusto per definire un reato, tanto più quello commesso contro le donne in quanto donne.

Questo termine ha una lunga storia, di sofferenza, di rivendicazioni e conquiste. E ha nel tempo acquisito in alcuni Stati anche un valore giuridico specifico.
Il termine “femminicidio”, già conosciuto nella sociologia ispanica, è stato usato per la prima volta dalla criminologa statunitense Diana Russell negli anni Settanta ed è stato utilizzato in Messico per caratterizzare le uccisioni di donne avvenute a Ciudad Juárez. Sono migliaia infatti le donne che dalla metà degli anni Novanta a oggi sono state rapite e uccise spesso dopo aver subito atroci violenze.
Violenze inaudite la cui impunità è stata denunciata da vari organismi nazionali e internazionali tra i quali Amnesty International, che nel 2003 pubblicava il risultato della sua indagine con il rapporto “Messico: morti intollerabili. 10 anni di sparizioni e assassinii di donne a Ciudad Juárez e Chihuahua”.

Dopo un lungo percorso doloroso di battaglie per la richiesta di giustizia, portate avanti dai familiari delle vittime e dalle associazioni che li supportano, tra le quali ricordiamo “Nuestras hijas de regreso a casa”, è del 2009 la storica sentenza della Corte Interamericana dei Diritti Umani che ha sancito la responsabilità del Messico in tre dei casi di femminicidio (Campo di Cotone – Campo Algodonero) diventati simbolo della tragedia del femminicidio in Messico.

Si accusa lo Stato messicano di non aver debitamente indagato sui casi e quindi di aver violato l’obbligo di garantire il diritto alla vita, all’integrità personale e alla libertà personale delle vittime. Inoltre la Corte ha concluso che lo Stato ha violato il diritto all’accesso alla giustizia, la protezione giudiziale e l’integrità personale dei familiari, che sono stati più volte minacciati di morte, e ha violato il dovere di non discriminare nella garanzia dei diritti violati.

Ma il problema dei femminicidi è purtroppo comune anche agli altri Paesi dell’America Latina, e le lotte delle attiviste per i diritti umani, supportate dagli organismi internazionali, hanno raggiunto importanti cambiamenti all’interno delle leggi nazionali.
Infatti Paesi come Argentina, Cile, Costa Rica, El Salvador, Guatemala, Messico, Perù, Venezuela hanno introdotto nelle loro leggi nazionali il reato di femminicidio.
È così che il termine femminicidio ha acquistato un valore anche giuridico.

Il documento più importante a livello internazionale per la protezione dei diritti delle donne è la CEDAW “Convenzione sull’eliminazione di ogni forma di discriminazione della donna”. Convenzione internazionale adottata dal 1979 dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ed entrata in vigore nel 1981.
Sette Stati membri dell’ONU non hanno ancora ratificato la Convenzione (Iran, Nauru, Palau, Somalia, Sudan, Tonga e Stati Uniti). L’Italia ha ratificato la CEDAW nel 1985 e ha aderito al Protocollo opzionale nel 2002.
Con la ratifica della CEDAW gli Stati assumono precisi obblighi perché le donne possano godere in concreto dei loro diritti fondamentali: non solo devono introdurre modifiche normative che rimuovano le situazioni di disuguaglianza, ma devono anche e soprattutto promuovere un cambiamento culturale per il riconoscimento della libertà di scelta della donna e della tutela della sua integrità psicofisica. La CEDAW obbliga infatti gli Stati che l’hanno sottoscritta a riconoscere l’uguaglianza giuridica tra uomini e donne, abolire le leggi discriminatorie, contrastare la violenza di genere, eliminare gli stereotipi associati ai ruoli tradizionali di uomini e donne nella famiglia e nella società, istituire tribunali e iniziative pubbliche per assicurare una protezione effettiva contro la discriminazione.

In Italia, fino a poco tempo fa la CEDAW era un acronimo noto solo agli addetti ai lavori, ma l’aumento del numero dei femminicidi ha spostato la questione della violenza contro le donne dalla pagina della cronaca a quella politica, rendendo necessario anche un approfondimento giuridico del problema.
In Italia infatti gli assassinii di donne per mano di mariti, compagni, parenti sono in crescita e nel 2012 si contano già 100 vittime.

È per questo che diverse associazioni si sono costituite nel coordinamento “No More! – Convenzione nazionale contro la violenza maschile sulle donne-femminicidio”. La Convenzione invita le istituzioni a un confronto aperto e chiede al governo di verificare l’efficacia del Piano Nazionale contro la violenza varato nel 2011, con revisione del Piano stesso insieme al coordinamento promotore della Convenzione. Tra le prime richieste vi è la ratifica immediata della Convenzione del Consiglio d’Europa (Istanbul 2011) sulla prevenzione e il contrasto della violenza contro le donne e della violenza domestica.
L’Italia ha firmato la Convenzione lo scorso 27 settembre. La Convenzione, che a oggi ha ricevuto 23 firme e una ratifica, è il primo strumento giuridicamente vincolante per gli Stati in materia di violenza sulle donne e violenza domestica.

Monica Mazzoleni (La Redazione)

Fonte: Odissea  (Anno X n.4 Marzo-Aprile 2013)  

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Monica Mazzoleni, classe 1966, laureata in Scienze Politiche, Metodologia per la ricerca sociale, mi occupo di piccole medie imprese presso un istituto di credito. Dal 1994 sono attivista di Amnesty International. Amo leggere e sono inguaribilmente curiosa di tutto quello che non conosco. Mi diverto a rincorrere il continuo sviluppo delle nuove tecnologie di comunicazione, in particolare i social network.

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