Una nuova torcia olimpica

La torcia olimpica ha raggiunto Londra per dare il via il 27 luglio alla XXX Olimpiade e forse quest’anno non sarà solo la passione per lo sport a illuminare i volti di atleti e tifosi.
Nel clima di festa, entusiasmo, agonismo e sana competizione che in questi giorni chiamerà a raccolta sportivi di ogni colore, pronti a perdere la voce per discipline sportive finora mai neanche immaginate, si affacciano per la prima volta davanti agli occhi di tutti le atlete dell’Arabia Saudita.

Abbiamo assistito durante l’imponente cerimonia di apertura alla sfilata di 204 delegazioni di paesi di tutto il mondo, alcuni talmente piccoli da faticare a ricordarli, altri talmente devastati da guerre e catastrofi da chiedersi come abbiano fatto quegli atleti eroici a trovare il modo di arrivare fino a qui, malgrado tutto.
E in mezzo a un turbine di squadre ora chiassose e indisciplinate ora composte ed evidentemente intimidite, è arrivata la delegazione araba, sparuta, inquadrata eppure incredibilmente affollata: tra gli uomini, due donne appena intuibili sotto un enorme burka nero, solo due donne, immense e composte. Gli occhi del mondo puntati su di loro.

Per la prima volta l’Arabia Saudita ha accettato di far partecipare le donne alla competizione olimpica: l’ultimo paese dopo Brunei e Qatar che quest’anno inviano rispettivamente una e quattro atlete e che ancora nella manifestazione di Pechino 2008 avevano fatto sfilare tutti e soli uomini. L’ultimo paese ad avere forse scalfito il muro della discriminazione di genere in ossequio – o forse in barba vista l’enorme fatica con cui ci si è arrivati – all’articolo 6 dei Principi Fondamentali della Carta Olimpica, che esige da ogni paese partecipante il rigetto di qualunque forma di discriminazione basata su sesso, razza o religione. La esige perché, ovviamente, nessuna competizione sportiva può aver senso se non la si gioca tra atleti – uomini e donne – che si misurano sulle capacità fisiche, sulla forza di volontà, sulla concentrazione, sulla passione e su nulla altro.

Sembra, dunque, che l’Arabia Saudita abbia fatto un passo di avvicinamento verso il riconoscimento dei diritti di pari dignità e opportunità per le donne: ci sono voluti mesi di negoziazioni, incontri delle più alte cariche, concessioni e ritrattazioni, colloqui riservati tra il re Abdullah, il principe ereditario, il ministro degli Esteri e le autorità religiose e il gran mufti. Ancora il 4 aprile scorso, il principe Nawwaf al-Faisal – ministro dello sport e presidente del comitato olimpico saudita – in una conferenza stampa a Jeddah, aveva dichiarato: “Lo sport femminile non è mai esistito nel nostro paese e non abbiamo intenzione di muoverci in questa direzione. Al momento non stiamo minimamente prendendo in considerazione la partecipazione di donne alle prossime Olimpiadi”.

Un minuscolo impercettibile passo è stato compiuto. Resta inteso che Il comitato Olimpico Saudita “supervisionerà la partecipazione delle atlete affinché rispettino alcuni rigorosi precetti di vestiario, in modo tale da preservare la loro dignità”: fatto sta che le due donne, dignitosamente vestite e attentamente sorvegliate, sono in questo stadio, su questa pista, in mezzo alle bandiere di tutto il mondo.

Si tratta per la verità di una apertura che poco cambia la condizione femminile nei paesi arabi e in particolare in Arabia Saudita: giusto uno spiraglio olimpico, che fa ben sperare sia chiaro, ma che non deve abbagliare lo sguardo. Dietro la torcia olimpica si svolge ogni giorno il dramma di una condizione femminile ancora profondamente discriminatoria e penalizzante.
Ci sono due atlete in pista a Londra, è vero, ma milioni di donne in Arabia sono ancora relegate in una situazione di assoluta sudditanza, alle dipendenze di un mondo maschile che le vuole asservite e niente affatto vincenti.
Le donne saudite non vanno alle olimpiadi prima di tutto perché non praticano sport, essendo loro preclusa qualunque forma di partecipazione diretta alle attività sportive: nella prima infanzia, quando a scuola è impedito alle bambine di prendere parte alle ore di educazione fisica e ginnastica, e poi nella vita adulta quando alle donne è vietato l’accesso alle palestre e agli impianti. La pratica sportiva femminile è osteggiata e di fatto in tutti i modi ostacolata, tant’è che ora nel paese ci sono 153 club sportivi per soli uomini e nessuno per donne. Di più: nella maggior parte degli eventi sportivi è impedito alle donne anche il ruolo di spettatrici. La pratica sportiva è ritenuta traviante e dunque le donne ne sono tenute lontane.
Così come sono tenute lontane dalla guida delle automobili e da qualunque forma di partecipazione attiva e consapevole alla vita sociale e comunitaria. A cominciare dalle più elementari azioni del vivere quotidiano.

Siamo dunque felici di applaudire le due atlete arabe, in pista insieme a tutti gli altri a giocarsi la loro gara di atletica e di judo e forse anche molto di più. Speriamo che ci regalino sfide appassionanti, battaglie e record: se vinceranno, ci emozioneremo (come accade per qualunque medaglia e per qualunque disciplina), se piangeranno, ci commuoveremo un po’ anche noi perché le Olimpiadi sono qualcosa di più di una semplice gigantesca competizione sportiva. In ogni caso ci ricorderemo dei loro dignitosissimi abiti neri e del loro incedere lento durante la sfilata inaugurale, a voler far durare il più possibile l’ingresso trionfale nel mondo dello sport.
Ma il problema fondamentale resta così come resta in Arabia Saudita la segregazione legale di genere che reprime i diritti di base delle donne, le libertà e lo spazio di partecipazione alla vita pubblica: in Arabia come in qualunque angolo del pianeta dove metà del mondo chiede semplicemente di giocare la sua gara.

Ed è questa la torcia olimpica che vorremmo veder brillare, da questa volta e per tutte le gare.

Laura Taraborelli  (La Redazione)


Mi occupo di sviluppo commerciale nel settore logistico e di molto altro: sono attivista per i diritti umani con Amnesty International, faccio parte di un gruppo di acquisto solidale, leggo tanto e viaggio ogni volta che posso. Cerco di essere un “attore sociale partecipe” e mi preparo per farlo meglio che posso. Diceva Einstein “Non ho particolari talenti, sono solo appassionatamente curioso “: fatte le dovute proporzioni, è proprio così.

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