#WhereIsMyName: le donne afghane chiedono di essere chiamate per nome

“La madre dei miei figli”, “la mia parte debole”, addirittura “la mia capretta”: sono questi alcuni degli epiteti utilizzati in Afghanistan per chiamare le donne, mogli, madri o figlie che siano.

Oggi, però, quelle stesse donne prendono coraggio e, dietro ai loro veli, rivendicano il diritto di essere chiamate per nome, primo e fondamentale passo per vedere riconosciuta e valorizzata la propria identità personale, indipendente dagli uomini della propria famiglia.

#Whereismyname è la campagna lanciata da un gruppo di giovani che hanno iniziato a utilizzare questo hashtag diffondendoolo nelle diverse tribù grazie anche alla traduzione nei dialetti locali.
La tradizione di non chiamare le donne per nome, infatti, non ha nulla a che fare con l’Islam, bensì proviene da più antiche tradizioni: “Il Corano non dice da nessuna parte che le donne non devono essere chiamate per nome – spiega France Presse Mohammad Amir Kamawal, professore di scienza sociali all’Università di Kabul, che aggiunge: “nella logia tribale è importante chi possiede il corpo, la faccia e il nome della donna”.

La campagna è stata lanciata a luglio ad Herat è ha riscosso grande successo, appoggiata anche da deputati e membri del governo.
Già nel 2014, nel suo discorso di insediamento, il presidente Ashraf Ghani aveva nominato la moglie, Rula, giornalista e operatrice umanitaria, “per il suo continuo appoggio a me e all’Afghanistan”, questo atto aveva suscitato grande scalpore.

Non mancano critiche alla campagna, alcuni hanno accusato l’associazione di voler occidentalizzare le donne afghane.

Fonte: http://www.corriere.it/

Redazione

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